ARTURO GRAF.
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MITI, LEGGENDE E SUPERSTIZIONI DEL MEDIO EVO.
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Parte 3.
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1892. Ermanno Loescher Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", Associazione "Liber Liber" - www.liberliber.it
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Indice di questa parte.
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La leggenda di un pontefice. Note. Appendice.
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Demonologia di Dante. Note.
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Un monte di Pilato in Italia. Note.
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Fu superstizioso il Boccaccio? Note.
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San Giuliano nel Decamerone e altrove. Note.
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Il rifiuto di Celestino Quinto. Note.
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FINE Indice.
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LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE.
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SILVESTRO Secondo.
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1.
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Sembra a molti che Dante, col parlare dei mali pontefici come in pi luoghi notissimi della Commedia ne parla, con lo sprofondarne un buon numero nell'Inferno, col porre in bocca allo stesso principe degli apostoli quella terribile sfuriata del 27 canto del Paradiso, abbia dato una singolar prova di arditezza e libert di giudizio, abbia fatto cosa mirabile e nuova, in pien contrasto con le usanze, le opinioni, lo spirito dell'et che fu sua.
 questo un errore.
Il medio evo, se ebbe (come Dante, del resto) viva e salda la fede, e sincera

La riverenza delle somme chiavi,

del papato quale istituzione divina, intesa a procacciare il trionfo della verit e la salute delle anime, ebbe pure, stimolato a ci dalla stessa indole del suo sentimento religioso, pronta la mente e spedita la lingua a condannare e vituperare i troppo umani traviamenti di quella istituzione, e us sempre, parlando dei reggitori spirituali suoi, cos maggiori come minori, non velati giudizii e libere ed acute parole. Di ci fanno fede certe Bibbie satiriche, certi trattati del pianto e della corruzion della Chiesa, molte poesie di goliardi, molte narrazioni di storici e di novellatori, e alcune leggende meravigliose, le quali, per aver avuto divulgazione larghissima, ed essere state credute vere universalmente, hanno anche pi significato e fanno vie pi valida testimonianza. Tale la leggenda che dice Giovanni XII accoppato dal diavolo; tale l'altra che manda all'Inferno e libera poi Benedetto IX; tale quella che narra della magia e della mala fine di Silvestro II: anzi questa, essendo per molta parte ingiusta, come or ora si vedr, non avendo, cio, nella vita quel pontefice ragion sufficiente e giustificazione opportuna, riesce pi significativa e pi notabile delle altre.
La cornice storica, se cos posso esprimermi, dentro a cui essa s'inquadra, , in breve, la seguente.
Gerberto(1), che poi fu papa col nome di Silvestro II, nacque di umile famiglia in Aurillac, o ivi presso, nell'Alvernia, non si sa precisamente in quale anno, ma verso il mezzo del secolo X. Rimasto orfano, fu accolto, fanciullo ancora, nel monastero di San Geroldo, ove fece i primi suoi studii, e d'onde, in compagnia di Borel, conte d'Urgel, pass in Ispagna a seguitarli, sotto la disciplina del vescovo Attone. In Ispagna dimor alcuni anni, poi, essendo gi versatissimo nella matematica, nell'astronomia, nella musica, se ne venne, insieme col vescovo e il conte, in Roma. In Roma il pontefice, ch'era allora Giovanni XIII, gli pose amore, e dopo alcun tempo lo mand all'imperatore Ottone Il, che a sua volta lo mand a studiar logica con un arcidiacono di Reims. Nel 972 Gerberto insegna in quella stessa citt con grande onore, e la fama del suo mirabil sapere cresce rapidamente; ma Ottone, credendo di fargli bene, lo toglie di l per preporlo all'abazia di Bobbio. Quivi Gerberto si attira molte inimicizie e cade in disgrazia cos del papa, come dell'imperatore. Fa ritorno a Reims, si getta in mezzo alle contese politiche, coopera efficacemente alla deposizione di quell'arcivescovo Arnulfo, accusato d'aver tradito Ugo Capeto suo signore, e ne usurpa il luogo; ma nol tiene a lungo, e condannato da un concilio, si ritrae. Nel 999 lo troviamo arcivescovo di Ravenna, e in quell'anno medesimo, il 2 di aprile,  fatto papa. Governa la Chiesa quattr'anni, con fermezza e rettitudine, e muore il 12 maggio del 1003.
Questi, in succinto, i fatti storicamente accertati, da cui prende argomento, e tra cui s'insinua e si dilata la leggenda che mi accingo ad esporre. Essi hanno, senza dubbio, dello straordinario, ma nulla di portentoso, nulla di arcano, e non eccedono in nessunissima guisa i termini naturali delle cose umane e delle umane operazioni. La fortuna di Gerberto, salito per gradi e lentamente dall'umile condizione di monaco alla suprema dignit di papa, non d nemmen luogo a uno di quei problemi storici indeterminati e involuti, intorno a' quali il critico, che vede ogni po' dileguarsi o confondersi le cause presunte dei fatti, o diventarne perplesso il significato, si affatica inutilmente. Data la condizione generale dei tempi in cui Gerberio ebbe a vivere, date le qualit dell'ingegno e dell'animo di lui, dato il favore di cui, a tacere d'altri, gli furono larghi gli Ottoni, quella fortuna appar naturale e spiegabilissima.
Appar tale a noi; ma tale non doveva facilmente apparire agli uomini che la videro, o a quelli che; per pi secoli di poi, ne udirono il racconto. E per nacque la leggenda, frutto della ignoranza, congiunta, per una parte, con l'ammirazione, per l'altra, col malvolere, stimolata senza posa e riscaldata dalla fantasia.
Dove e quando appajono le prime vestigia di essa, e quali sono le sue prime sembianze? Ogni leggenda, simile in questo a una pianta, nasce di certi germi, cresce, fiorisce, prolifera, e dopo un tempo pi o meno lungo, secondo l'indole dei popoli, le condizioni della civilt, le vicissitudini storiche, svigorisce e muore. Come quell'albero meraviglioso dei tropici, che abbarbicando a mano a mano i suoi rami alla terra, forma intere foreste, la leggenda, sin che dura nel suo rigoglio e nella sua fecondit, copre di s province e reami; ma negli inizii suoi, e poi nella fine, si raccoglie in poco spazio, e facilmente si occulta; e chi ne vuol dar contezza, non sempre riesce a dire se ci sia o non ci sia, se sia gi nata, se sia gi morta. E ci perch, la leggenda  bens un fatto psicologico e storico alla produzione del quale concorrono cause insistenti, molteplici, generalissime; ma  altres un fatto che si produce e si determina a poco a poco, in certi spiriti da prima, in uno anzich in un altro luogo, irresolutamente, con manifestazioni scarse e leggiere, che sfuggono all'occhio e facilmente dileguano.
Cos per l'appunto segu della leggenda di Gerberto. Diffusissima nei tre secoli che seguiron l'undecimo, essa, negli anni pi prossimi alla morte di colui che le porge argomento, appena d qualche segno del suo formarsi. Nei cronisti pi antichi, coetanei di Gerberto, o a lui di poco posteriori, non se ne vede pur l'orma. Un monaco di San Remigio, Richerio, grande amico ed ammirator di Gerberto, cui dedic quattro libri di storie, narra con molte lodi la vita di lui, descrive gli studii, esalta l'ingegno e il sapere, celebra le opere, ma non ha nemmeno una parola che accenni a leggenda(2). Vero  che Richerio, appunto perch amico, avrebbe potuto tacere, per deliberato proposito, ci che da molti, non amici, si mormorava; ma non mancano altri cronisti, antichi egualmente, o poco meno, sui quali non pu cadere un sospetto cos fatto. Ditmaro di Merseburgo, Ademaro Cabannense, o Campanense, Elgaldo, Radulfo Glaber, Ermanno Contratto, o di Reichenau, Lamberto di Hersfeld, Mariano Scoto, Bernoldo, Ugo Floriacense, tutti fioriti tra il finire del X e il principiare del XII secolo, nulla narrano che s'accosti od alluda alla posteriore leggenda, e par pi che probabile, conoscendo l'indole, il gusto e i costumi di quei semplici narratori, e dei pi semplici lettori loro, che nessuna leggenda, propriamente detta, fosse ancora lor giunta all'orecchio(3). Ma ci non vuol proprio dire che la leggenda non fosse gi nata; vuol dire solo che essa era appena fuor di terra, e aveva poca radice, e non mostrava altrui n fiori n fronde. Anzi  probabile che essa avesse cominciato a germogliare mentre Gerberto era ancora vivo, forse nell'ultimo tempo del suo breve papato, forse anche (nessuno potrebbe n affermarlo, ne negarlo) qualche anno innanzi.
Vediamone un primo germoglio, a dir vero assai debole, e appena formato, ma che potrebbe pure esser venuto dopo altri parecchi, e lascia forse vedere pi che non mostri.
Per molti anni, dal 977 al 1030, fu vescovo di Laon un uomo ambizioso e iracondo, Adalberone, detto anche Ascelino, mescolato a molte brighe e fazioni del tempo suo, gran nemico dei Cluniacensi e dei monaci in generale, cattivo poeta, risoluto di animo e sciolto di lingua. Costui, nel 1006, secondo  da credere, compose, in forma di un dialogo col re Roberto di Francia, un lungo poema latino, nel quale diede libero sfogo alle ire che gli covavan nell'anima, pigliandosi quella miglior vendetta che poteva. In certo luogo egli fa che il re alle sue minacce risponda:

Crede mihi, non me tua verba minantia terrent;
Plurima me docuit Neptanabus ille magister(4).

A primo aspetto questi due versi sciagurati non pajono avere con Gerberto e la sua leggenda relazione alcuna; ma se si riflette che il re, nella cui bocca son posti, era stato, in Reims, discepolo di Gerberto, e se si bada a quel Neptanabus, il quale altro non  che il famoso mago Nectanebus, secondo antiche e divulgatissime finzioni re dell'Egitto e padre adulterino di Alessandro Magno, la relazione scopre, e si sente il veleno dell'argomento. Roberto dice di non temere le minacce del suo avversario, perch dal maestro mago apprese a difendersi. Con poco o punto pericolo di errare, noi possiamo vedere in quei versi un'allusione a Gerberto, e un'accusa di magia, per nessun modo larvata ai lettori di quel tempo. Ecco dunque apparire, sino dal 1006, tre anni dopo la morte del pontefice, la leggenda della sua magia; la stessa risolutezza e recisione dell'accenno lasciano ragionevolmente supporre che non fosse quella la sua prima apparizione.
Teniamole dietro, e vediamola crescere a vista d'occhio.
Negli ultimi anni del secolo XI, un tedesco, fatto cardinale da un antipapa, Benone, compose col titolo di Vita et gesta Hildebrandi, un rabbioso libello, dove con Gregorio VII, suo capitale nemico, sono calunniati e vituperati parecchi dei pontefici che lo precedettero. Benone narra una lunga e tenebrosa istoria, di cui non mancarono di menar vanto e giovarsi, ai tempi della Riforma, gli oppositori pi ardenti ed astiosi della Chiesa di Roma; e se molte delle cose ch'ei narra sono frutto della sua fantasia invelenita, altre e non poche, sono probabilmente (potrei anche osare di dir certamente) frutto dello spirito dei tempi, della comune ignoranza, e del maltalento, non sempre irragionevole, e ingiusto, di molti.
A dir di Benone, Gregorio VII, l'amico della contessa Matilde, il trionfatore di Arrigo IV, il pi formidabile e potente dei papi, fu uno sceleratissimo mago, discepolo, nelle arti maledette, di Teofilatto, il quale fu pontefice col nome di Benedetto IX, di Lorenzo, vescovo di Amalfi, di Giovanni Graziano, che fu pontefice anch'egli, e si chiam Gregorio VI. Teofilatto sacrificava ai demonii, innamorava, con le sue arti, le donne, e come cagne se le traeva dietro per selve e per monti. Di ci fanno fede i libri che gli si trovarono in casa quand'egli fin miseramente la vita, e tale storia  (dice Benone) cognitissima in Roma, al volgo. Grande amico e fautore di Teofilatto era Lorenzo, principe dei malefizii, il quale intendeva il linguaggio degli uccelli, profetava, e destava, coi vaticinii e gli augurii, l'ammirazione della plebe, dei senatori, del clero. Giovanni ospitava in sua casa Lorenzo, e imparava da lui il diabolico magistero. Ildebrando fu degno in tutto de' suoi maestri. Scotendo le maniche, egli spargeva nell'aria un nugolo di faville, e Benone racconta di lui, d'un suo libro magico, e di due suoi familiari, una paurosa novella, che, con poca diversit, ricorre nelle storie di altri maghi famosi, tra' quali Virgilio. Ma la malvagia tradizione e l'esecrando esercizio avevano pi antica la origine. Teofilatto e Lorenzo, prima d'esser essi maestri, erano stati discepoli, e il maestro loro aveva avuto nome Gerberto. Benone parla chiaro e preciso: "Essendo ancor giovani Teofilatto e Lorenzo, ammorb la citt co' suoi malefizii quel Gerberto di cui fu detto:

Transit ab R Gerbertus ad R post papa vigens R.

"Questo Gerberto, ascendendo, poco dopo compiuto il millennio, dall'abisso della permissione divina, fu papa quattr'anni, mutato il nome in Silvestro secondo; il quale, per divino giudizio, mor di morte repentina, colto al laccio di quegli stessi responsi diabolici co' quali tante volte gi aveva ingannato altrui. Eragli stato detto da un suo demonio ch'e' non morrebbe sino a tanto che non celebrasse messa in Gerusalemme. Illuso dalla equivocazione del nome, pensando si dovesse intendere di Gerusalemme in Palestina, and a celebrare messa il d della stazione in quella chiesa di Roma che appunto si chiama Gerusalemme, dove, sentendosi venire addosso la morte, supplic gli fossero tronche le mani e la lingua, con le quali, sacrificando ai diavoli, aveva disonorato Iddio. E cos ebbe fine condegna a' suoi meriti"(5).
Ecco Roma fatta un covo di pessimi incantatori, i quali, per colmo di danno e di sceleratezza, sono quegli stessi pastori che pi gelosamente dovrebbero custodire e difendere la greggia dei fedeli contro le insidie e le offese del lupo diabolico. Credere che tutte quelle accuse sieno mere invenzioni di Benone non mi par ragionevole, soprattutto per quanto spetta a Gerberto. Il nemico di Benone era, non Gerberto, morto oramai da un secolo, ma Ildebrando, e la pensata e voluta denigrazione d'Ildebrando sarebbe riuscita, parmi, tanto pi efficace e pi piena, quanto pi circoscritta e appropriata a lui solo. Benone avrebbe, con minor fatica, reso assai pi iniquo Ildebrando, e saziato il suo odio, se invece di far di costui un discepolo, ne avesse fatto un caposcuola; se a lui, anzi che a Gerberto, avesse dato colpa della prima infezion di magia ond'era stato contaminato l'ovile di Pietro. Assai pi probabile dunque mi sembra che Benone non inventasse di pianta, ma raccogliesse in uno, forse esagerando, forse travolgendo, credenze, accuse, lembi di leggende, gi formate, o in via di formarsi. Lo stesso modo succinto ed ellittico usato da lui in parlar di Gerberto, mi pare che sia come un accennare a cose note, sottintese, fatte oramai di pubblica ragione. E non si dimentichi che l'accusa di magia pes anche su altri papi parecchi.
Nel poema di Adalberone abbiamo un cenno allusivo e non pi; nel libello di Benone abbiamo gi uno schema di racconto. Un cronista di poco posteriore a Benone, Ugo di Flavigny, nato nel 1065, morto non si sa quando, ma dopo il 1102, parla di Gerberto con manifesto dispetto, dice che per l'insolenza sua fu espulso dal convento ov'era stato accolto fanciullo, e che usando di certi prestigi, quibusdam praestigiis, si fece fare arcivescovo, prima di Reims, poi di Ravenna(6). Non dice altro di notabile; ma mi par da credere che con la parola praestigiis egli abbia voluto intendere arti magiche, e riferirsi, senza altrimenti esporla, a una leggenda gi cognita(7). E la leggenda fa di bel nuovo capolino nell'opera di un monaco belga, la celebratissima Chronographia di Sigeberto di Gembloux, nato circa il 1030, morto il 1111. Quivi si legge che alcuni, taciuto il nome di Silvestro II, il quale fu per dottrina chiaro tra' chiari, ponevano in suo luogo Agapito, n ci senza qualche ragione. Dicesi (cos Sigeberto) che questo Silvestro non entr per l'uscio, e ci  chi lo accusa di negromanzia, e pi cose strane si narrano della sua morte, e vogliono alcuni che egli morisse percosso dal diavolo, le quali cose io non affermo e non nego, ma lascio in dubbio(8). Come si vede, quando Sigeberto scriveva, la leggenda era ancor titubante, mal definita, male compaginata, e si reggeva con le grucce dei si dice e dei si crede, che escludono la fede piena, incontrastata ed universale. Tale carattere essa serba nel racconto di un altro monaco, Orderico Vital, inglese, che fra il 1124 e il 1142 compose la sua Historia ecclesiastica. Fatte lodi grandissime di Gerberto e de' suoi numerosi discepoli, Orderico nota: "Di lui si narra che conversasse col diavolo mentre era maestro, e che avendo chiesto di conoscere il proprio avvenire, il diavolo gli rispondesse col verso:

Transit ab R Gerbertus ad R., post papa vigens R.

Tale oracolo fu allora abbastanza oscuro a intendere, che poi si vide manifestamente adempiuto; dacch Gerberto pass dall'arcivescovado di Reims a quello di Ravenna, e fu da ultimo papa in Roma"(9). Questo verso l'abbiam gi trovato nello scritto di Benone, e ci torner pi d'una volta sott'occhio. Il primo che lo rechi  il gi citato Elgaldo, il quale nulla sa della sua diabolica origine, ma dice che lo stesso Gerberto il compose, lietamente scherzando sulla lettera R dopo essere stato assunto al pontificato(10).
Col cenno di Orderico si chiude, per noi, il periodo iniziale della leggenda di Gerberto mago, il periodo delle formazioni embrioniche, dei primi nuclei staccati, a cui tien dietro il periodo delle esplicazioni e delle forme compaginate ed intere. Un terzo ed ultimo periodo  quello dello svigorimento progressivo e della obliterazione finale. Prima d'andar pi oltre, soffermiamoci alquanto, e indaghiamo un po' meglio le ragioni, appena accennate sin qui, della leggenda, e le condizioni in mezzo alle quali essa prendeva nascimento.
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La ragione prima e principale  da cercare nella riputazione grandissima che Gerberto ebbe di dotto. A noi, che ne abbiamo i frutti tra mani, il sapere di lui non sembra un gran che, ma fu, pei tempi in cui egli visse, straordinario davvero, e a quegli uomini doveva sembrare meraviglioso, e ai pi ignoranti inesplicabile e sovrumano. Il gi ricordato Richerio parla con entusiasmo del grande ingegno e del mirabile eloquio di Gerberto; celebra la dottrina di lui, egualmente versato nell'aritmetica, nella dialettica, nell'astronomia, nella musica; discorre dell'abaco da lui inventato; ricorda alcune sfere celesti da lui con mirabile artificio costruite. Ditmaro narra che Gerberto fu, sin da fanciullo, ammaestrato nelle arti liberali; che ebbe ottima conoscenza del corso degli astri; che super in dottrina tutti gli uomini del suo tempo; che nella citt di Magdeburgo costru un orologio solare, spiando a traverso a una canna, la stella che guida i marinai, cio la polare (11). Ademaro Cabannense dice che Gerberto fu fatto papa dell'imperatore in grazia del suo sapere, propter philosophiae gratiam.(12)
Ma quel sapere appunto, cos fuor del comune, ai pi doveva riuscire sospetto, e a molti, che pur non ci sospettavan nulla di soprannaturale, doveva tornare increscioso e non in tutto scevro di colpa. Non si dimentichi che siamo in tempi di fede viva ed angusta, e in mezzo ad uomini superstiziosi, i quali facilmente nel sapere umano scorgono come una presunzione audace di contrapporsi al sapere divino, e negli studii profani un esercizio pien di pericolo, assai pi atto a trarre gli spiriti in gi, verso Satana, che a sollevarli in alto, verso Dio. E Gerberto attese con troppo ardore agli studi profani, e non cel la sua passione per essi. Non giunge egli a dire, in una lettera ad Amulfo vescovo di Reims: "A questa fede noi annodiamo la scienza, poich non hanno fede gli stolti"? In queste parole facilmente altri avrebbe potuto trovare il germe di una falsa dottrina, contraria agl'insegnamenti dell'Evangelo. Nessuna meraviglia dunque se due cronisti, gi pi sopra citati. Lamberto di Hersfeld e Bernoldo, pur non facendo il pi piccolo accenno ad origini o collegamenti soprannaturali, dicono risolutamente che Gerberto fu troppo debito agli studii profani.
Ma le cose non potevano fermarsi l. Durante tutto il medio evo gli uomini pi celebrati per ingegno e per dottrina, i filosofi e i poeti pi illustri, cos degli antichi come dei nuovi tempi, furono tenuti generalmente in conto di maghi, da Aristotele ad Alberto Magno e Ruggero Bacone, da Virgilio a Cecco d'Ascoli. Bastava a Gerberto la fama di dotto per mutarsi, nella opinione d'infiniti, di vescovo in mago; ma tale mutazione era in lui favorita da pi altre ragioni. Si sapeva del suo viaggio in Ispagna; si sapeva che in Ispagna egli aveva atteso con sommo profitto agli studi; e non ci voleva un grande sforzo di fantasia per porlo in relazione con gli Arabi, per far di lui il discepolo di qualche dottore saraceno, avverso, come tutta la sua gente, ai cristiani, e naturale amico del diavolo. La critica del secol nostro prov che Gerberto deriva il suo sapere principalmente da Boezio, del quale fece in versi un fiorito elogio, e che nulla egli deve agli Arabi(13); ma chi, ai tempi di lui, avrebbe potuto provare o affermare altrettanto e troncar dalla radice un sospetto che sorgeva spontaneo e irresistibile nelle menti? Ademaro, che pur gli  tanto benevolo, dice (n si sa donde tragga cotal notizia) che Gerberto fu a Cordova per amor di studio, causa sophiae(14). Ora, Cordova era in mano degli Arabi, e se non aveva, come Toledo, fama di essere una scuola massima di magia, e un covo di negromanti, doveva pur sembrare ai cristiani un asilo e un propugnacolo dell'Inferno, dove s'insegnava una scienza perigliosa e diabolica. Perci sarebbe da meravigliare se Gerberto avesse potuto sottrarsi a quella accusa di magia che avvolge tanti altri, i quali forse meno di lui sembravano meritarla.
Ma a procacciargliela, quell'accusa, un'altra ragione cooper, non meno efficace delle notate: l'odio. Gerberto ebbe amici molti e potenti; ma ebbe anche molti nemici, de' quali fa spesso ricordo nelle sue epistole. Ne ebbe a Bobbio, d'onde gli fu forza partirsi; ne ebbe a Reims pei fatti che ho detto; ne ebbe in tutta la Francia, e in Germania ancora, a cagione della parte presa negli avvenimenti politici; ne ebbe in Roma dove gli odii che sempre bollivano contro l'imperatore si riversavano naturalmente sopra i suoi protetti. E quegli odii Gerberto ricambiava. A Stefano, diacono di Roma, scriveva, piena l'anima di livore: "Tutta Italia m' sembrata una Roma. Il mondo ha in esecrazione i costumi dei Romani".(15)
Nemici dunque molti, e di varia condizione, e per pi ragioni; alcuni mossi solo dalla gelosia e dall'invidia, altri da legittimo risentimento: giacch non  da tacere che se Gerberto ebbe grandi virt, e parecchie, ebbe anche gran mancamenti; e se attese fedelmente, con zelo e carit, come vescovo e come papa, all'officio ecclesiastico, nei maneggi e nelle gare della vita si diport pi di una volta in modo degno di biasimo. Certo egli fu poco, aperto all'amicizia e agli affetti in genere, non ischivo dell'adulazione, non sempre alieno dall'intrigo e dall'inganno; soprattutto fu ambiziosissimo; e se la tristizia dei tempi in parte lo scusa, non lo scusa per interamente. Aggiungasi che gli Atti del concilio di San Basolo, da lui compilati, potevano anche far nascere qualche dubbio circa la sua ortodossia. Per quella brutta faccenda dell'arcivescovo Arnulfo gli si dichiararono avversi gli stessi pontefici, Giovanni XV prima, Gregorio V poi.
Qual che si fosse, del resto, la ragion della inimicizia, ben si vede che i nemici dovevano adoperarsi con tutte le forze ad oscurare la fama di lui, e che l'accusa di scelerati commerci con lo spirito delle tenebre doveva essere da loro, se non immaginata e prodotta, almeno accolta e promossa. Quanti poi, ed erano molti, sparsi pel mondo,, avevano in odio la curia di Roma, le sue prevaricazioni e le sue frodi, dovevano favorire il sorgere e il divulgarsi di una leggenda che poneva sulla cattedra di San Pietro una creatura del diavolo. Quel medesimo odio suscit pi tardi la leggenda famosa della Papessa Giovanna. Perci gli  assai probabile che le prime voci, timide e fuggevoli, dell'accusa cominciassero a levarsi e andare attorno mentre Gerberto era ancor vivo. Il non trovarsi cenno della leggenda nei cronisti pi antichi non prova punto, come a taluni sembra, il contrario, giacch le leggende, di solito, compajono nelle scritture un pezzo dopo che sono nate, e quando gi hanno cominciato a esplicarsi e assodarsi: prima vivono nella fantasia dei molti e dei pochi, e nelle scucite narrazioni orali.
Il Doellinger crede che la leggenda nascesse in Roma, e che quivi la raccogliesse Benone(16). Le sue ragioni, a dir vero, non pajono di gran peso, e stimo assai pi probabile che nascesse un po' qua e un po' l, dove trovava le suggestioni pi acconce e le condizioni pi favorevoli. Certo gli esplicamenti ulteriori della leggenda non si produssero in Roma.
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Lo storico inglese Guglielmo di Malmesbury, accingendosi, nella prima met del secolo XII, a narrare la storia di Gerberto, diceva: "Non sar assurdo, credo, se poniamo in iscrittura ci che vola per le bocche di tutti"; e sul finire di quel medesimo secolo, un altro inglese, Gualtero Map, accingendosi anch'egli a quel racconto, esclamava: "Chi ignora la illusione del famoso Gerberto?" La leggenda, che nel secolo precedente sembra nota a pochi, ha fatto molto cammino, ed  ora cognita a tutti. Non solo  cognita a tutti, ma s' ampliata, ha preso rilievo e colore, ha ricevuto numerosi innesti. Non  pi uno schema di racconto, mal composto e reticente,  addirittura un romanzo.
Ascoltiamo Guglielmo di Malmesbury, gran raccoglitore, gran narratore, caloroso, efficace e credulo, di storie incredibili(17).
Gerberto nacque in Gallia, e fu monaco, sin da fanciullo, nel monastero di Fleury. Giunto al bivio pitagorico (cos si esprime l'autore), sia che gli venisse tedio del monacato, sia che il vincesse cupidigia di gloria, fugg di notte tempo in Ispagna con proposito di apprendere l'astrologia, ed altre arti s fatte, dai Saraceni, i quali vi attendono e ne sono maestri. Giunto fra loro, pot appagare il suo desiderio, e vinse Tolomeo e Alandreo (?) nella scienza degli astri, Giulio Firmico nella divinazione del fato. Quivi impar ad intendere e interpretare il canto e il volo degli uccelli; quivi a suscitar dall'Inferno tenui figure; quivi finalmente quanto di buono e di reo pu comprendere la umana curiosit. Nulla  a dire delle arti lecite, aritmetica, musica, astronomia, geometria, le quali per tal modo esaur da farle parere minori del suo ingegno, e con industria grande poi fece rivivere in Francia, ov'erano quasi perdute. Sottraendo, egli primo, l'abaco ai Saraceni, diede regole che a mala pena s'intendono dai sudanti abacisti. L'ospitava in sua casa un filosofo di quella setta, cui egli rimuner, con molto oro da prima, e con promesse da poi. N mancava il Saraceno di vendere la propria scienza, e spesse volte invitava l'ospite a colloquio, ragionando seco lui quando di cose serie e quando di sollazzevoli, e gli dava de' suoi libri da trascrivere. Aveva tra gli altri, il Saraceno, un volume, che contenea tutta l'arte, e questo, Gerberto, sebbene ardesse della voglia di farlo suo, non pot mai trargli di mano. Riuscite vane le preghiere, le promesse, le offerte, egli finalmente diede opera alle insidie, e ubbriacato, con l'ajuto della figliuola di lui, il Saraceno, tolse il volume, che quegli teneva custodito sotto il capezzale, e via se ne fugg. Destatosi il Saraceno dal sonno, leggendo nelle stelle, della cui scienza era maestro, si diede a inseguire il fuggiasco; ma questi, usando detta scienza medesima, conobbe il pericolo, e si cel sotto un ponte di legno, ch'era ivi presso, aggrappandovisi con le mani, per modo che, penzolando, non toccava n la terra n l'acqua. Cos deluso, il Saraceno ebbe a tornarsene a casa, e Gerberto, accelerando il cammino, giunse al mare. Col evocato con gl'incantesimi il diavolo, pattu di darglisi in perpetuo, se, difendendolo da colui che l'inseguiva, lo portava oltre l'acqua. Il che fu fatto.
Qui Guglielmo entra a discorrere dell'insegnamento di Gerberto, de' suoi compagni di studio e de' discepoli illustri; ricorda un orologio meccanico (trasformazione dell'orologio solare di Magdeburgo) e un organo idraulico, in cui l'opera dei mantici era supplita dall'acqua bollente, fabbricati l'uno e l'altro da Gerberto per la cattedrale di Reims; dice come Gerberto diventasse arcivescovo di questa citt, arcivescovo di Ravenna e finalmente pontefice; poi soggiunge: Fautore il diavolo, Gerberto procacci la propria ventura per modo che nulla mai di quant'ebbe immaginato lasci imperfetto, e da ultimo fece segno della propria cupidit i tesori delle antiche genti, da lui per arte negromantica ritrovati.
E qui un'altra storia, che ebbe ancora essa divulgazione grandissima, e che Guglielmo sembra sia stato il primo a narrare.
Era in Campo Marzio, presso Roma (cos dice il nostro cronista), una statua, non so se di bronzo o di ferro, che mostrava disteso l'indice della mano destra, e recava scritto in fronte: Percuoti qui; Hic percute. Gli uomini del tempo andato, credendo di trovarvi dentro un tesoro, avevano, con molti colpi di scure, squarciata la statua innocente; ma Gerberto corresse l'error loro, intendendo in tutt'altro modo le ambigue parole. Epper, notato di pien meriggio il luogo ove giungeva l'ombra del dito, ivi infisse un palo, e sopravvenuta la notte, fatto col ritorno con la sola scorta di un suo cameriere, che recava una lucerna accesa, fece con suoi incanti spalancare la terra. Ed ecco apparire agli sguardi loro una grandissima reggia, auree pareti, aurei lacunari, e cavalieri d'oro giocanti con aurei dadi, e un aureo re, sedente con la sua regina a mensa apparecchiata, con intorno i ministri e sulla mensa vasellame di gran peso e pregio, ove l'arte vincea la natura. Nella pi interna parte del palazzo, un carbonchio, gemma fra tutte nobilissima e rara, fugava col suo splendore le tenebre, e aveva di contro, nell'angolo opposto, un fanciullo con l'arco teso, incoccata la freccia. Ma nessuna di quelle cose, che con l'arte preziosa rapivano gli occhi, poteva esser tocca, perch come l'uno degli intrusi vi appressava la mano, subito quelle immagini tutte parevano balzargli incontro e voler far impeto nel temerario. Vinto dal timore, Gerberto represse la sua cupidigia; ma il cameriere gherm un coltello di mirabile valore, che era sul desco, pensando cos picciolo furto dovesse rimanere occulto fra tanta preda. Incontanente insorsero le immagini tutte fremendo, e il fanciullo, scoccata nel carbonchio la freccia, empi di tenebre il luogo; e se il cameriere, ammonito dal suo signore, non si fosse affrettato a deporre il coltello, avrebbero entrambi pagata la pena detta loro petulanza. Cos inappagata la loro bramosia, guidati dalla lucerna, se ne tornarono addietro. Erano quelli i tesori di Ottaviano Augusto imperatore, a proposito dei quali Guglielmo narra altre avventure e altre meraviglie.
Segue un terzo racconto, col quale il romanzo si chiude.
Gerberto, osservati gli astri, compose una testa artifiziata, la quale rispondeva per s o per no alle domande che tesi facevano. Cos se Gerberto chiedeva: Diventer io papa?, - la testa rispondeva: S. - E se Gerberto domandava: Morr io prima che canti messa in Gerusalemme?, - la testa rispondeva: No. E vogliono che dall'ambiguit di questa seconda risposta egli sia stato tratto in inganno, perch non pens esservi in Roma una chiesa che appunto  detta Gerusalemme, dove suol cantar messa il papa le tre domeniche cui dassi il titolo di Statio ad Jerusalem. Ora avvenne che in uno di quei giorni Gerberto, mentre si parava per la messa, ammal, e crescendogli il male, consulta la testa, conobbe l'inganno e la morte imminente. Chiamati pertanto i cardinali, pianse a lungo i suoi malefizii, e mentre quelli per lo stupore non sapean che si fare, egli, perduto per l'angoscia il senno, ordin lo tagliassero a pezzi, e cos ne lo gittassero fuori, dicendo: Abbia le membra chi ebbe l'omaggio, perch l'anima mia sempre detest quel sacramento, anzi sacrilegio.
Due sarebbero state principalmente, secondo la narrazione di Guglielmo, le ragioni che indussero Gerberto a studiare la magia e legarsi col demonio: il desiderio di sapere e l'amor della gloria; la cupidigia appare solo pi tardi. In un poema latino anonimo, di cui non  accertato se appartenga al secolo XII o al XIII(18), narrasi che Gerberto si diede al diavolo perch non era buono d'imparar nulla, ed ebbe il diavolo stesso a maestro, e da lui apprese a compor l'abaco; ma nel gi ricordato racconto di Gualtiero Map vengono fuori altri fatti, altre ragioni, altre meraviglie.
Dice quest'uom dabbene, con torturata e torturante eleganza di concetti e di stile, che Gerberto, essendo a Reims s'innamor perdutamente della figliuola di quel preposto, bellissima, ammiratissima, desideratissima. Per amor di lei Gerberto si diede a spendere e spandere, si caric di debiti, casc in mano agli usurai, e in poco tempo, abbandonato da servi ed amici, tocc il fondo della miseria. Un giorno, lacerato dalla fame e fuori di s, nell'ora del meriggio, si cacci in un bosco, e vagando a caso, capit in un luogo dove improvvisamente gli si offerse alla vista una donna d'inaudita bellezza, seduta sopra un gran drappo di seta, con innanzi a s un mucchio grandissimo di monete. Gerberto volge il pi per fuggire; ma la donna il chiama per nome, e come mossa a compassione del suo stato, gli offre quante ricchezze possa mai desiderare, a patto solo che rinunzii alla figlia del preposto, la quale non si cur punto di lui, e voglia lei, che gli parla, per compagna ed amica. Ella soggiunge: Meridiana  il mio nome, e sono, come tu sei, creatura dell'Altissimo, e a te, come al pi degno fra gli uomini, ho serbata la mia verginit. Non sospettar d'inganno e d'insidia; non credere che io sia un qualche demone succubo; io tutto ti offro, e non ti chiedo promessa o patto alcuno. Gerberto, rimosso dall'animo ogni timore, offre la propria fede, bacia l'amica (salvo, dice il buon Gualtiero, il pudore), prende quant'oro pu portare, torna in citt, paga i suoi creditori, e ajutato dalla sua Meridiana (o Marianna), la quale gli  meno maestra che amante, e gl'insegna la notte che cosa abbia da fare il giorno, ristora tutto il perduto, agguaglia la magnificenza di Salomone, vince quanti hanno fama di dotti, diventa il soccorritore dei bisognosi, il redentor degli oppressi, e non  citt nel mondo che per amore di lui non porti invidia a Reims. La figliuola del preposto, ci vedendo, arde a sua volta di amore e di gelosia, e si strugge del desiderio di aver tra le braccia colui che tanto avea disprezzato. Con l'ajuto di una vecchia, vicina di Gerberto, appaga il suo desiderio, un giorno che quegli, dopo lauto desinare, s'era addormentato nell'orto. Meridiana si sdegna, e da prima respinge il pentito, poi gli perdona, a patto che si leghi a lei con formale promessa e indissolubile nodo. Muore intanto l'arcivescovo di Reims, e Gerberto, per la fama de' suoi meriti,  chiamato a succedergli; poi, in Roma,  dal papa fatto cardinale e arcivescovo di Ravenna; poi, morto il papa, , per universale suffragio, coronato della tiara. Ma durante tutto il tempo del suo sacerdozio egli pi non si cib del corpo e del sangue di Cristo, solo simulando con frode il sacramento. L'ultimo anno del suo pontificato gli apparve Meridiana, e gli annunzi ch'ei non morrebbe finch non celebrasse messa in Gerusalemme, ed egli, dimorando in Roma, e facendo pensiero di non girsene mai in Terra Santa, si tenne sicuro. Se non che, andato un giorno a celebrare messa nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, si vide improvvisamente innanzi Meridiana, che l'applaudiva, come fosse lieta del suo prossimo venire a lei. La qual cosa veduta, e conosciuto il nome del luogo, egli, convocati i cardinali, e tutto il clero e il popolo, si confess pubblicamente, e fatta acerbissima penitenza, mor. Fu sepolto nella chiesa di San Giovanni Laterano, dentro a un'arca marmorea, dalla quale trasuda acqua; e dicono che quando sta per morire il papa, di quell'acqua si forma un rigagnolo che scorre in terra, e quando muore alcun grande, se ne aduna pi o meno, secondo il grado e la dignit di ciascuno. Gerberto, sebbene per avarizia sia stato gran tempo impigliato nel vischio del diavolo, pure con forte mano e magnificamente resse la Chiesa(19).
Il racconto di Gualtiero ha un intonazione gaja che manca al racconto di Guglielmo e degli altri: l'orror del diabolico  in esso raggentilito dall'amore e dalla bellezza. Quella Meridiana, o Marianna., non  se non l'antichissima Diana trasformata in diavolo, e pi propriamente nel diavolo meridiano, che soleva lasciarsi vedere sull'ora del meriggio, e di cui  frequente ricordo negli scrittori del medio evo(20). Essa ha nel romanzo di Gerberto, quale Gualtiero lo narra, una parte molto simile a quella che certe fate hanno nei romanzi cavallereschi, e la storia degli amori appartiene al divulgatissimo tema degli amori d'uomini d'ossa e di polpe con donne soprannaturali(21).
D'onde attingeva Gualtiero? Dalla propria fantasia, o da una tradizione scioperata e caduca, nata forse e morta in Inghilterra, prima che giungesse a valicar lo stretto e a propagarsi nel continente? Propendo per questa seconda soluzion del dubbio, ma senza poterla provare. Certo si  che un altro scrittore inglese, di poco anteriore a Gualtiero, e non noto per nome, di Meridiana non fa parola: dice che Gerberto si diede al diavolo per avidit di onori e di ricchezze; che fu dallo stesso demonio ingannato con quell'ambiguo responso della messa da celebrare in Gerusalemme, e fatto un cenno della penitenza, chiude il racconto, annunziando la salvazione del pentito, e riferendo il miracolo del sepolcro(22).
Cos abbiam veduto variare le ragioni assegnate al diabolico patto: amor del sapere, inettitudine allo studio, cupidigia di onori e di potere, avidit di ricchezze; pi che non se ne sieno addotte per Fausto. Un poeta e cronista alquanto pi tardo, il viennese Enenkel, il quale, circa il mezzo del secolo XIII, compose una specie di storia universale in versi, narra che Gerberto, uomo di gran sapere, ma giocatore sfrenato, per torsi alla miseria cui s'era ridotto, si leg col diavolo, pattuendo d'esser suo il giorno in cui celebrerebbe messa in Gerusalemme. Ajutato dal suo diavolo, Gerberto seguita a giocare a dadi, vince quanti si cimentano con lui, diventa segretario del vescovo, poi vescovo, poi papa. Segue il racconto della messa fatale e della penitenza: le membra tronche sono gettate ai diavoli congregati, che giocano con esse alla palla(23).
Ma non corriamo tropp'oltre, e prima di seguitare, soffermiamoci un poco a considerar pi da presso alcuna delle finzioni che ci si sono preparate dinanzi.
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Il verso: Scandit ab R Gerbertus in R, post papa viget R,

riferito la prima volta, come ho detto, da Elgaldo, ripetuto poi, con leggiere variazioni, da Benone e da molti altri, pu benissimo, come lo stesso Elgaldo afferma, essere stato composto da Gerberto dopo la sua esaltazione al pontificato; ma mi par pi probabile sia fattura di qualche scolastico di quei tempi. Comunque sia, pi tardi esso diventa una specie di vaticinio posto in bocca al diavolo. Il cronista inglese, che andava sotto il nome di Guglielmo Godell, ne fece un epitafio inscritto sulla tomba di Gerberto(24).
Ditmaro parla di un orologio solare. L'anonimo autore di certi Gesta episcoporum Halberstadensium, il quale scriveva nei primi anni del secolo XIII, si contenta di dire che Gerberto costru in Madgeburgo un orologio abbastanza ammodo (orologium quoddam honestum satis)(25); ma Guglielmo di Malmesbury vuole fosse un orologio meccanico, e Sant'Antonino dice molto pi tardi, nelle sue Istorie, che Gerberto fece un orologio meccanico mirabile. Gli  cos appunto che la leggenda lavora.
La storia della statua, che indica misteriosamente un luogo nascosto, ha molti riscontri, ed  certamente, almeno in parte, pi antica di Gerberto cui Guglielmo l'appropria. In un libro arabico, intitolato Il libro del secreto della creatura del saggio Belinus (il quale Belinus si crede con buon fondamento essere Apollonio Tianeo)(26), si narra che nella citt di Tuaya (probabilmente Tiana) c'era una statua di Ermete, sul cui capo leggevasi scritto: Se alcuno desidera conoscere il secreto della creazione degli esseri, e come fu formata la natura, guardi sotto a' miei piedi. Nessuno aveva mai saputo scoprirci nulla; ma Belinus scav sotto i pi della statua, e trov un sotterraneo, e nel sotterraneo un vecchio seduto sopra un trono d'oro, con innanzi un libro aperto. Belinus tolse il libro, e acquist per esso la cognizione di tutte le cose(27). Similmente la storia dei tesori trovati nel sotterraneo fu narrata, prima che da Gerberto, da altri. Il gi citato cronista Sigeberto di Gembloux racconta, all'anno 1039, che in Sicilia era una statua marmorea, la quale recava scritto intorno al capo: Alle calende di maggio, nascente il sole, avr il capo d'oro. Un Saraceno, fatto prigione da Roberto Guiscardo, intendendo il significato di quelle parole, il d primo di maggio, al nascer del sole, not diligentemente il luogo ove giungeva l'ombra della statua, e quivi, scavata la terra, trov un infinito tesoro, col quale pot riscattarsi. Di questo caso fa ricordo anche il Petrarca nel suo libro delle cose memorabili(28). L'avventura non ebbe cos buon fine per un chierico innominato, di cui si narra la storia nei Gesta Romanorum. Costui, penetrato, come Gerberto, in luogo sotterraneo, ov'era accolto un inestimabile tesoro, non seppe frenare la voglia, e tolse un coltello: immediatamente un sagittario scocc la freccia nel carbonchio che illuminava la caverna, e il temerario chierico, non potendo pi, fra le tenebre, rinvenir la via dell'uscita, mor miseramente. Quel sagittario, o uno che assai gli somiglia, appare anche in altri racconti: nella leggenda di Virgilio mago, nella Image du monde, nella Eneide del tedesco Enrico di Weldeke(29).
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Veniamo alla testa artifiziata che d responsi. Teste cos fatte, o anche intere statue favellatrici, o androidi, furono pure attribuite ad Alberto Magno, a Ruggero Bacone, ad Arnaldo di Villanuova, a Enrico di Villena, a un rabbino per nome Lw. Di una si parl nel famoso processo dei Templari, e Guglielmo di Newbury, storico inglese morto il 1208, racconta di un procuratore di Andegavia, per nome Stefano, ingannato, come Gerberto, da una testa magica(30); e chi non ricorda la gherminella fatta con una testa presunta magica al povero Don Chisciotte? Se Gerberto sia stato il primo ad averne una dalla generosit della leggenda  difficile dire, e non  gran fatto probabile; ma certo il fallace responso ch'egli ebbe da essa, o dal diavolo, altri ebbero assai prima di lui, come altri ebbero dopo. Di responsi ambigui e fallaci  assai spesso ricordo negli scrittori dell'antichit(31). Di un responso, o, a dir meglio, di un avvertimento, non diabolico, ma divino, nel quale, come nella risposta data a Gerberto, si ha una equivocazione sul nome di Gerusalemme, narra Giovanni Villani riferendola a Roberto Guiscardo. "Questo Ruberto Guiscardo, dopo molte nobili opere e cose fatte in Puglia, per cagione di devozione si dispose d'andare in Gerusalemme in peregrinaggio, e detto li fu in visione che morrebbe in Gerusalemme. Adunque accomandato il regno a Ruggieri suo figliuolo, prese per mare viaggio verso Gerusalemme. E pervenendo in Grecia al porto che si chiam poi per lui porto Guiscardo, cominci a gravare di malattia. E confidandosi nella revelazione a lui fatta, in nullo modo temeo di morire. Era incontro al detto porto una isola, alla quale, per cagione di prendere riposo e forza, vi si fece portare, e l portato non migliorava, anzi pi aggravava. Allora dimandoe come si chiamava quella isola: fu risposto per li marinai che per antico si chiamava Gerusalemme. La qual cosa udita, incontanente certificato di sua morte, divotamente di tutte le cose che a salute dell'anima si appartengono s si ordin, e divotamente si acconci e morio nella grazia d'Iddio negli anni di Cristo 1090"(32). Nella leggenda di Cecco d'Ascoli si ha, come in quella di Gerberto, un inganno diabolico. Il diavolo aveva annunziato a Cecco ch'e' non morrebbe se non tra Africa e Campo de' Fiori. Condotto al supplizio, l'infelice non dava segno di timore alcuno, aspettando che quegli venisse a liberarlo; ma saputo allora come Africo fosse il nome di un fiumicello che scorreva ivi presso, intese sotto il nome di Campo de' Fiori celarsi Firenze, e si conobbe perduto. Il mago polacco Twardowsky fu, dice la leggenda, ingannato dal diavolo con una equivocazione sul nome di Roma, che aveva pure un piccolo villaggio in Polonia(33); Enrico IV d'Inghilterra, nel dramma dello Shakespeare che da lui s'intitola,  ancor egli ingannato col nome di Gerusalemme(34).
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Per ci che spetta alla terribile penitenza con cui Gerberto espi le sue colpe e si liber dalle mani del diavolo, la tradizione  certo assai antica, perch si trova gi, come abbiam veduto, nello scritto di Benone, sebbene poi Sigeberto di Gembloux ne taccia. Il medio evo  pieno di cos fatti racconti di penitenze spaventose, intesi a mostrare l'efficacia appunto della penitenza, e come non siavi peccato, per quanto grande e mostruoso, che non possa ottenere il perdono di Dio: si direbbe che quella et abbia a bella posta inventati peccatori sceleratissimi, per poi farli pentire, e renderli degni del Paradiso. Anche la penitenza di Gerberto ha non pochi riscontri. Guglielmo di Malmesbury ne racconta una in tutto simile di un mago Palumbo(35), e Tommaso Cantipratense reca l'esempio di un malvagio pentito, che, condannato a morte, chiede in grazia d'essere tagliato a pezzi(36). Taluno di tali racconti  ancor vivo nelle letterature popolari(37).
In relazione con la notizia data da Gualtiero Map, che Gerberto pi non comunic durante tutto il tempo del suo sacerdozio,  quanto dice un altro scrittore inglese del secolo XIII, Giraldo Cambrense, il quale, ricordato quel caso, soggiunge: "onde fu statuito nella Chiesa Romana che i sommi pontefici, nel momento della comunione, dovessero voltarsi verso il popolo"(38); precauzione che ricorda quella secondo altri racconti usata per accertarsi del sesso dei pontefici dopo la scandalosa avventura della papessa Giovanna.
Finalmente la favola del sepolcro che suda acqua. Il primo a farne cenno sembra essere un diacono Giovanni, che in Roma, ai tempi di Alessandro III (1159-1181), compose un Liber de ecclesia Lateranensi. Egli dice che il sepolcro di Gerberto, sebbene non fosse in luogo umido, mandava fuori, anche quando l'aria era in tutto serena, gocce d'acqua, e che ci era agli uomini cagione d'ammirazione(39). Di presagi non fa parola; ma gli  assai probabile che qualche immaginazione, simile a quella che in proposito riferisce Gualtiero, fosse gi nata in Roma fra il popolo.
La leggenda di Gerberto faceva ci che sempre fanno le leggende maggiori, congiunte ad alcuna persona illustre, o ad alcun memorabile avvenimento: come un rivo nato di picciola fonte, il quale ingrossa di sempre nuove acque trovate per via, essa ingrossava di quante finzioni le si paravano innanzi consentanee al suo spirito e conformi al suo tema.
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Guglielmo di Malmesbury e Gualtiero Map ci dnno la leggenda nella sua forma pi piena e colorita, quale sembra siasi foggiata, per ragioni che ci sfuggono, in Inghilterra. Da indi in poi essa si diffonde sempre pi, ma accrescimenti nuovi, di molto rilievo, pi non ne riceve; anzi si assottiglia alquanto cammin facendo, e ci assai prima d'essere pervenuta all'et della declinazione e dell'esaurimento. La storia della figlia del preposto e della bella Meridiana, bench tale da dover necessariamente piacere alle fantasie di quei tempi, si perde, n  possibile dire perch: rimangono al loro posto, ma non tutte salde egualmente, le altre parti, il patto col diavolo, la testa magica, il responso ingannevole, l'ultima messa, la penitenza, il miracolo del sepolcro. Talvolta, dell'antica leggenda, tramenata di qua e di l, strappata fuori da tanti libri e cacciata dentro a tanti altri, rinarrata spesso da chi non l'aveva pi se non imperfettamente nella memoria, si lascia vedere solo un membro divelto, come un rottame di nave perduta che galleggi a fior d'acqua.
Ma l'opinione della veracit sua, l'opinione che fosse non favola, ma storia, per lungo tempo sempre pi si rafferma. Sigeberto di Gembloux, Guglielmo di Malmesbury e alcun altro, avevano espresso un dubbio in proposito, dubbio proprio o d'altrui. Sigeberto, narrate le cose che abbiamo udite, soggiungeva: "Ci udii da altri; se vero o falso, lascio giudicare al lettore". Guglielmo accennava al dubbio che da taluno si sarebbe potuto muovere; ma, diceva, a farlo dileguare basta la prova della morte; n gli veniva in mente che anche la storia della morte potesse essere favola. Nel secolo successivo ogni dubbio si tace.
Chi volesse ricordare tutte le scritture in cui, per lo spazio di quattro secoli, dal XIII al XVI, ricomparisce la leggenda di Gerberto, dovrebbe recitare una litania non pi finita. Io mi contenter di ricordare le pi importanti, notando certe variazioni che, per esse, si andavano introducendo nella leggenda.
La fonte principalissima, quando diretta e quando indiretta, dei nuovi, o, per dir meglio, rinnovati racconti,  Guglielmo, la cui opera fu assai nota nel continente, e usufruita e saccheggiata da molti. Da lui attinse, negli anni intorno al 1230, Alberico dalle Tre Fontane(40), e da lui attinse, circa quel medesimo tempo, Vincenzo Bellovacense, il cui Speculum historiale procacci, con la grande sua diffusione, nuova celebrit alla leggenda, e divenne a sua volta una fonte a cui attinsero molti(41). In quello stesso secolo la leggenda  narrata, ma solamente in parte, da Filippo Mousket (il quale non visse oltre il 1244) in una sua fastidiosissima cronica rimata(42), e dal celebre Martino Polono, il quale mor nel 1279(43). Il Chronicon di Martino fu, per tutto il rimanente medio evo, il libro di storia pi letto e pi frequentemente citato, e accrebbe di molto, se pur era possibile, la diffusione e il credito della leggenda. In esso  per la prima volta ricordata una particolarit curiosa circa il seppellimento di Gerberto. Fattosi troncare le membra, il contrito pontefice ordin che il suo tronco fosse posto sopra una biga, e sepolto nel luogo ove lo traessero e si fermassero gli animali aggiogati: questi lo trassero a San Giovanni Laterano, e quivi fu sepolto. Della biga molti poi ebbero a ricordarsi, facendola tirare da buoi, da bufali, da cavalli indomiti, rinnovando il tema di altre leggende, cos sacre, come profane. Quando Martino scriveva, nessuno pi dubitava della veracit di quei racconti, i quali erano stati accolti e condensati in apposita iscrizione, incisa sul sepolcro del pontefice mago. A tale iscrizione accenna chiaramente Martino in fine della sua narrazione. Parve duro a taluno credere che la Chiesa stessa volesse, con l'autorit che le  propria, in luogo sacro, farsi mallevadrice di tante e cos ingiuriose favole; ma la iscrizione ci fu veramente; anzi ce ne furono due, di consimil carattere, l'una in San Giovanni, e l'altra in Santa Croce, vedute entrambe da Michele Montaigne, che ne fa espresso ricordo(44). Quella di Santa Croce era, dice Raimondo Besozzi nella storia che scrisse di tale basilica(45), nel lato diritto della cordonata che conduce alla cappella di San Gregorio, e ci fu conservata da Lorenzo Schrader nell'opera sua intitolata Monumenta Italiae(46), dove si legge del tenore seguente: Anno domini MIII tempore Otthonis III Sylvester Papa Secundus qui fuerat ante Otthonis praeceptor, non satis rite forsan Pontificatum adeptus, a spiritu praemonitus qua die Hierusalem accederet se fore moriturum, nesciens forte hoc sacellum esse Hierusalem secundum, sui Pontificatus anno quinto, statuta die rem hic divinam faciens, ipsa die moritur. Eo tamen divina gratia ante communionem, cum se jam tunc moriturum intellexisset, propter dignam poenitudinem et lacrymas ac loci sanctitatem ad statum verisimilem salutis reducto: reseratis enim post divina populo criminibus suis et ordinatione praemissa, ut in criminum ultionem exanime corpus suum ab indomitis equis per urbem quaqua versum discurrentibus traheretur, et inhumatum dimitteretur, nisi Deus sua pietate aliud disponeret, equisque post longiorem cursum intra Lateranam aedem moratis, istich ab Otthone tumulatur, Sergiusque IIII successor mausoleum deinde expolitius reddidit.
Ma qui nasce un dubbio. Sergio IV, uno dei primi successori di Gerberto (1009-1012), compose, o fece comporre, per il predecessore suo un lungo e pomposo epitafio in distici, che tuttora esiste, sebbene non esista pi il sepolcro a cui appartenne(47). In esso molte e magnifiche lodi, e non un minimo cenno di leggenda ingiuriosa. Non  egli dunque da credere che abbia errato Martino Polono, ricordando come incisa sul sepolcro una iscrizione ispirata dalla leggenda, e che abbia traveduto il Montaigne, credendo di leggere in San Giovanni Laterano una iscrizione simile a quella di Santa Croce in Gerusalemme? L'epitafio di Sergio, epitafio che appunto leggevasi in San Giovanni, non escludeva, con la sua presenza, ogni iscrizione di carattere leggendario ed ingiurioso? Non parmi; e mostrerebbe di conoscere assai malamente il medio evo chi, per affermarlo, si fondasse, sulla contraddizione palese e violenta. A ben altre contraddizioni quella et si acconciava, senza addarsene punto, o senza torsene briga. L'affermazione di Martino, il quale (si noti) fu lunghi anni in Roma cappellano e penitenziario papale,  categorica e degna in tutto di fede, come  categorica e degna di fede l'affermazione di Michele Montaigne, ed entrambe sono avvalorate dalle parole di un devotissimo tedesco, del quale sar fatto ricordo pi oltre. Ben pi strana della notata sarebbe a ogni modo l'altra contraddizione, che la leggenda si potesse veder descritta in Santa Croce, e, poco di l discosto, in San Giovanni, sulla tomba del Pontefice, non se n'avesse traccia. Noi possiamo dunque tener per fermo che una iscrizione di carattere leggendario sulla tomba ci fosse: a canto ad essa il panegirico del buon papa Sergio si reggeva come poteva.
Insieme con quella della biga vengono fuori qua e l, altre particolarit curiose. Dice Martino che, in segno della ottenuta misericordia, il sepolcro di Gerberto, cos per l'agitazione e il rumore delle ossa che vi son dentro, come pel trasudare dell'acqua, annunzia la imminente morte dei pontefici. Di quel tumultuar delle ossa molti parlano di poi(48); al qual proposito  da osservare che l'agitarsi dei morti nelle tombe, , di solito, considerato quale un segno, non di salvazione, ma di dannazione.
L'acqua, in certi racconti, si muta in olio(49), e si parla di una indulgenza accordata a quanti si recano a visitare la tomba e vi recitano un Pater noster(50).
Nei racconti pi antichi, Gerberto, pentito, si fa tagliare a pezzi, e la cosa finisce l; racconti posteriori accolgono il fatto, ma ci mettono un po' di frasca intorno. Filippo Mousket, nella gi citata sua cronaca, insiste molto e con manifesto compiacimento, sopra quella macellazione finale. Le membra del malcapitato pontefice sono date a mangiare ai cani. I diavoli, che, sotto forma di nerissimi corvi e di orribili avvoltoi, erano accorsi in gran numero (pi di 536, dice il cronista tirato dalla rima), le contendono ai cani, e se le contendono fra loro, menando un chiasso veramente indiavolato. Enenkel fa, come si  veduto, che i diavoli giuochino con quelle povere membra alla palla. Tali racconti intesi ad accrescere l'orrore e l'efficacit dell'esempio, trovano ripetitori e rimaneggiatori: due secoli dopo, Sant'Antonino sente il bisogno di mitigare alquanto le feroci immaginazioni de' suoi predecessori, e con lodevole accorgimento vuole che il papa si faccia tagliare a pezzi dopo morto(51). Circa il 1260, il cos detto Minorita Erfordiense narra, con parole di santa esecrazione, che nella cappella dove segu l'orribil fatto, nessun papa volle pi mettere il piede(52).
E la leggenda sempre pi si diffonde, passando di secolo in secolo e di gente in gente. Sin qui non abbiamo trovato scrittori italiani che la narrassero. Romualdo Salernitano, morto nel 1181, sembra che la ignorasse affatto; ma nel secolo XIV molti Italiani la narrano, primi Riccobaldo da Ferrara(53) e Leone d'Orvieto(54). Con essi la leggenda penetra nelle storie speciali dei pontefici, d'onde non uscir pi, se non molto tardi. Narrano quasi con le stesse parole, succintamente, e nulla recano di nuovo. Ad essi tengono dietro Tolomeo da Lucca(55), il quale cita Vincenzo Bellovacense e Martino Polono; Giovanni Colonna(56), il quale attinge da Guglielmo di Malmesbury; Domenico Cavalca, nei Pungilingua, il quale, del resto,  poco pi che traduzione di un libro francese, e nei Frutti della Lingua(57); Andrea Dandolo, che parla della statua e dell'ambiguo responso(58). Fuori d'Italia ripetono la leggenda Matteo di Westminster(59); Bernardo Guidonis(60), Roberto Holkot(61), Pietro Bersuire (o Berchorio)(62), Amaury d'Augier(63), Enrico di Ervordia(64), Giovanni d'Outremeuse(65), l'autore del Chronicon Vezeliacense(66), ed altri parecchi. A forza di viaggiare, la leggenda era giunta; gi nella prima met di quel secolo, se non anche prima, sino in Islanda(67).
Nel secolo seguente, l'antica favola, non punto scemata di credito, riappare nelle gi citate Istorie di Sant'Antonino, il quale altro quasi non fa se non copiare Giovanni Colonna; nelle Vite dei Pontefici del Platina; nella Fleur des histoires di Giovanni Mansel; nelle Rapsodiae historiarum di Marc'Antonio Sabellico; nelle Novissimae historiarum omnium repercussiones di Jacopo Filippo da Bergamo; negli Annales silesiaci compilati, ecc.; e nel secolo XVI la riferiscono, Giovanni Wier nel libro suo De praestigiis daemonum; Hans Sachs in una delle innumerevoli sue poesie: Giovanni Guglielmo Kirchhof nel Wendunmuth; i cos detti Centuriatori di Magdeburgo nella loro Historia ecclesiastica, e parecchi altri scrittori della Riforma, ai quali stava molto a cuore di narrar le gesta di un papa che s'era venduto al diavolo. Nel 1599 Giorgio Rodolfo Widmann introduceva la novella di Santa Croce di Gerusalemme nella sua Storia di Fausto.
Ben s'intende come alla longeva e vagabonda leggenda dovesse far codazzo un popolo di errori, che la leggenda, veramente, non chiedeva, alcuni dei quali, anzi, essa volentieri avrebbe respinti, ma che in sua compagnia non facevano poi troppo brutta figura. Ne additer alcuni.
Gualtiero Map, forse pi di proposito che per errore, fa nascere Gerberto di nobile prosapia; ma molto prima di lui, in un Catalogo di pontefici, attribuito, non so con quanta ragione, a Mariano Scoto, il quale visse fino ai 1086, Gerberto era stato fatto a dirittura figliuolo dell'imperatore Ottone (di quale?)(68). In alcuni, come nell'autore della cronaca che andava sotto il nome di Guglielmo Godell, nasce un dubbio, se, cio, Gerberto e Silvestro II sieno una sola e stessa persona, e in certi Annales remenses et colonienses si dice risolutamente che Silvestro II fece deporre Gerberto, il quale aveva usurpato il luogo di Arnulfo, arcivescovo di Reims, e sospendere i vescovi che avevano consentita la sua consacrazione(69). Altri, a cominciare da Guglielmo di Malmesbury, confondono Silvestro II con Giovanni XVI, l'antipapa che da Crescenzio fu opposto a Gregorio V, e a questo Gregorio Ugo di Flavigny fa precedere Silvestro, che invece fu suo successore. Il nome stesso di Gerberto si altera in vari modi: Guiberto, Gilberto, Giriberto, Goberto, Uberto, e talvolta, come or ora vedremo, si muta in nomi di tutt'altro suono. Gli anni della esaltazione e della morte oscillano molto, e per solo citare due esempii estremi, mentre, nel secolo XI, l'autore di una parte di certi Annales Formoselenses(70) pone l'esaltazione all'anno 895, con errore di pi che cent'anni, Giovanni d'Outremeuse, nel secolo XIV, fa che Gerberto riceva dal diavolo il fallace responso il 7 di giugno del 1022. Gli anni del papato variano da meno di uno a sette. Qui pure sono da ricordare certe affermazioni di storici, le quali contraddicono, o poco, o molto, alla leggenda diabolica. Pi cronisti asseverano, quando gi la leggenda  larghissimamente diffusa, che fu il popolo romano tutto intero quello che acclam pontefice Gerberto(71); e pi altri ricordano una santa visione che Gerberto ebbe concernente il conferimento della corona d'Ungheria(72).
Ci riman da vedere come la leggenda traviasse, e come da ultimo si perdesse, simile a un fiume, che, dopo lungo corso, dilegui, bevuto dalle sabbie del deserto e dal sole.
Un poemetto inglese dei secolo XIII narra la meravigliosa istoria di Silvestro II, ma riferendola a un papa Celestino, il quale, evidentemente, non pu aver nulla di comune con Celestino II. Esso ricorda in principio, per le cose che narra, il poemetto latino che ho gi citato, ma poi se ne scosta molto nel sguito. Celestino, perduto assai tempo nelle scuole senza apprendere nulla, si d al diavolo, e il diavolo l'ammaestra, e nel corso di pochi anni lo fa arcidiacono, poi arcivescovo, poi cardinale, poi papa. Divenuto papa, Celestino predica, per dodici mesi consecutivi, contro la fede, poi un bel giorno gli viene in mente che ha pur da morire, e vuol sapere quando morr. Il diavolo, appositamente evocato, lo inganna con quell'ambiguo responso della messa da celebrare in Gerusalemme. Venuto il d fatale, e scoperta la frode, il papa si pente, e invoca l'ajuto di Ges. Vengono mille diavoli, urlando, strepitando, schizzando fuoco, e fanno ressa alla porta della cappella, gridano a gran voci: Il papa  nostro; il papa  nostro! Il povero papa si confessa davanti al popolo adunato, disputa e contrasta con i sette peccati capitali, che sono poi altrettanti diavoli, e non cessa di raccomandarsi a Cristo redentore e alla Vergine Maria. I diavoli traggono innanzi un orribile cavallo alato, per portare il papa in Inferno, e menano intorno alla cappella una scorribanda furiosa. Celestino fa testamento, e lascia agli avversari le vesti, e le membra, che si fa troncar dal carnefice. Quando costui s'appresta a tagliare il capo, ecco scende di cielo la Vergine, con una schiera di angeli e consola il pentito, e gli promette l'eterna salute. Il carnefice compie allora il suo officio, e getta il corpo del papa al diavolo Avarizia, che subito lo acciuffa e lo divora. Le altre membra sono trasportate nella basilica di San Pietro, e lo stesso principe degli apostoli scende con cento angioli dal cielo, per assistere alla sepoltura del suo successore, e per dire che il trono di lui  in Paradiso, accanto al suo proprio(73).
Nel racconto molto pi tardo di un buon tedesco, cittadino cospicuo di Norimberga, Niccol Muffel, che nell'anno 1452 venne in Roma per l'incoronazione dell'imperatore Federico III, e ivi comper, a buon mercato (cos egli dice), una notabile indulgenza, Celestino si tramuta in Istefano. E perch non rimanga alcun dubbio, Niccol narra la storia due volte. Quando il papa Stefano vide venir i diavoli in figura di corvi e di cornacchie innumerevoli, subito si confess, e si fece tagliare a pezzi, e gli uccelli diabolici ne portarono via i lacerti e le viscere, meno il cuore che fu sepolto in San Giovanni Laterano. Niccol avverte espressamente che il ricordo di questi fatti si leggeva nella chiesa di San Giovanni(74).
Finalmente, ai tempi di Francesco I re di Francia, la vecchia leggenda riappare in una novella di Niccol di Troyes; ma, come una moneta, che a forza di correre per le mani degli uomini abbia perduto l'impronta del conio, essa ha perduto l'effigie di Gerberto e non poco di ci che v'era scritto intorno: pur nondimeno gli  facile riconoscerla. Un cardinale di Roma desiderava ardentemente di diventar papa. Gli viene innanzi il diavolo, e gli promette dieci anni di papato, e di non porgli le mani addosso se non in sancta civitas (sic). Trascorso il termine, il papa va a celebrar messa in una chiesa di Roma, e come appena v' entrato, ecco pi di diecimila corvi calar d'ogni banda e posarsi sul tetto. La chiesa  detta appunto in sancta civitas. Il papa non si perde di animo: celebra la messa con gran devozione, chiede a Dio perdono de' suoi peccati, e ottenutolo, vive ancora molt'anni senza paura e senza pericolo(75).
La leggenda, sfinita, si perde.
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6.
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A mezzo il secolo 15esimo, in pien concilio di Basilea, Tommaso de Corsellis, uomo, dice Enea Silvio Piccolomini, storico del concilio stesso, di mirabile dottrina, amabilit e modestia, usciva, dinanzi ai padri assembrati, in queste parole: "Voi non ignorate che Marcellino, per comando dell'imperatore, incens gl'idoli, e che un altro pontefice, cosa ben pi grave ed orribile, sal al pontificato con l'aiuto del diavolo"(76). Egli non nominava Silvestro II, e non aveva bisogno di nominarlo: tutti a quel cenno intendevano di chi si parlava.
Ma i tempi erano gi molto mutati, e sempre pi si venivano mutando. Era nata la critica, e innanzi a lei, sotto il suo sguardo scrutatore, le grandi e immaginose leggende venute su di mezzo alle caligini del medio evo, cominciavano a vacillare, a diradarsi, a smarrirsi, e non molto dopo dovevano dileguarsi affatto, come nubi leggiere in un cielo caldo d'estate. Il secolo XVI vide sorgere i primi difensori di Gerberto, i primi restauratori della sua fama, da tanti secoli offesa. Un domenicano spagnuolo, Alfonso Chacon (Ciaconio), morto in Roma verso il 1600, inseriva nelle sue Vitae et gesta romanorum pontificum et cardinalium un epigramma latino, in cui la imputazione di magia fatta a Gerberto era ascritta alla inerzia ed ignoranza del volgo(77). Due cardinali celebri, il Baronio e il Bellarmino, sgravarono l'antico pontefice di un'accusa che a molti oramai sembrava assurda, e lo stesso fece il dotto medico francese Gabriele Naud nella sua Apologie pour tous les grands personnages qui ont t faussement souponnez de magie, stampata la prima volta nel 1625. Finalmente un domenicano polacco Abramo Bzovio, nato nel 1567, morto nel 1637, compose in onor di Gerberto, e in trentotto capitoli, un vero panegirico, che vide la luce in Roma nel 1629, e diede alla tenebrosa leggenda il colpo di grazia. Peccato che alle favole antiche egli, di suo capo, sostituisse una favola nuova, facendo di Gerberto un discendente della gente Cesia, di Temeno re d'Argo e di Ercole. Gli stessi protestanti rinunziarono a usare della leggenda come di un'arma contro la Chiesa di Roma, e alcuni di essi risolutamente la confutarono.
Del resto, una smentita, per dir cos materiale, non si fece aspettar troppo a lungo. L'anno 1648, rifacendosi per ordine d'Innocenzo X la fondamenta alla basilica di San Giovanni, fu aperta l'arca marmorea di Silvestro II, e il pontefice scelerato, che s'era fatto tagliare a pezzi, e le cui membra erano state involate e divorate da corvi, da cani e da diavoli, apparve, dice il canonico Cesare Rasponi, intero ed illeso, vestito degli abiti pontificali, con le braccia in croce, e la tiara in capo; ma appena sent l'aria si sciolse in polvere(78).
Cos finiva, dopo quasi sei secoli di vita, una delle pi curiose e celebri leggende del medio evo, meravigliosa per le finzioni di cui  tessuta, notabile pel senso che racchiude. Nessuno la stimi una immaginazione scioperata, fatta solo di sogno e di nebbia. Storia essa non , ma della storia  come un corollario e un commento. Anzi, in certo senso, al pari d'altre leggende senza numero,  storia pi generale e pi recondita, perch se non narra singoli fatti veri, esprime ragioni e cognizioni di fatti, desiderii e terrori di popoli, spirito grandezza e miseria di secoli.
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APPENDICE. ALCUNI TESTI DELLA LEGGENDA DI SILVESTRO SEcondo.
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1. BENONE (m. 1098), Vita et gesta Hildebrandi, ap. WOLF, Lectiones memorabiles, Lavingae, 1600, t. I, p. 295.
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Theophilacto autem et Laurentio adhuc juvenibus, infecerat urbem iis maleficiis Gerbertus ille, de quo dictum est:
Transit ab R. Gerbertus ad R. post Papa viget R.
Et iste Gerbertus quidem paulo post completum millenarium, ascendens de abysso permissionis divinae, quatuor annis sedit, mutato nomine dictus Sylvester secundus. At per quae multos decepit, per eadem daemonum responsa deceptus, morte improvisa. Dei judicio, est interceptus. Hic responsum a suo daemone acceperat, se non moriturum nisi prius in Hierusalem missa ab eo celebrata. Hac ambage, hac nominis aequivocatione delusus, dum Palestinae civitatem Hierusalem praedictam sibi credit, Romae in ecclesia, quae vocatur Hierusalem missam faciens in die stationis, ibidem miserabili et horrida morte praeventus, inter ipsas mortis angustias supplicat, manus et linguam sibi abscindi, per quas sacrificando daemonibus. Deum inhonoravit.
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2. SIGEBERTO GEMBLACENSE (m. 1112), Chronographia, ad a. 995 (ap. PERTZ, Mon. Germ., Script., t. VI, p. 353).
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Gerbertus, qui et Silvester, Romanae ecclesiae 140us presidet, qui et ipse inter scientia litterarum claros egregie claruit. Quidam transito Silvestro Agapitum papam hoc in loco ponunt; quod non otiose factum esse creditur. Quia enim in Silvester non per ostium intrasse dicitur; - quippe qui a quibusdam etiam nichromantiae arguitur: de morte quoque eius non recte tractatur; a diabolo enim percussus dicitur obisse; quam rem nos in medio relinquimus; - a numero paparum exclusus videtur. Unde lector quaeso, ut et hic et alibi, si qua dissonantia te offenderit de nominibus vel annis vel temporibus paparum, non mihi imputes, qui non visa, sed audita vel lecta scribo.
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3. ORDERICO VITAL, Historia ecclesiastica, l. I (ap. PERTZ Mon. Germ., Script., t, XXVI. pp. 11-12). Orderico scrisse la Historia fra il 1124 e il 1142.
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Gerbertus in divinis et secularibus libris eruditissimus fuit et in sua scola famosos et sullimes discipulos habuit, Rodbertum scilicet regem et Leothericum Senonensem archiepiscopum, Remigium presulem Autisiodorensium, Haimonem atque Huboldum aliosque plurimos fulgentes in choro sophystarum. Remigius pontifex luculentam expositionem super missam edidit et artem vel editionem Donati gramatici utiliter exposuit. Haimo [p. 12] quoque sancti Pauli apostoli epistolas laudabiliter explanavit et alia multa de evangeliis aliisque sacris scripturis spiritualiter tractavit. Huboldus autem musicae artis peritus ad laudem Creatoris in ecclesia personuit et de sancta Trinitate dulcem historiam cecinit aliosque multos delectabiles cantus de Deo et sanctis eius composuit. Hos aliosque plures Gerbertus erudivit, quorum multiplex sequenti tempore scientia ecclesiae Dei plurimum profuit. Qui postquam de throno Remensi, quem illicite usurpaverat, depositus est, cum rubore et indignatione Galliam relinquens, ad Ottonem imperatorem profectus est; et tam ab ipso quam a populo ad praesulatum Ravennae electus est. Inde post aliquot annos ad sedem apostolicam translatus est, annoque dominicae incarnatiouis 999. Silvester papa sullimatus est,
Fertur de illo, quod dum scolasticus esset, cum demone locutus fuerit et quid sibi futurum immineret inquisierit; a quo protinus ambiguum monadicon audivit:
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Transit ab R Gerbertus ad R, post papa vigens R.
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Versipellis oraculum tunc quidem ad intelligendum satis fuit obscurum. quod tamen postmodum manifeste videmus impletum. Gerbertus enim de Remensi kathedra transivit ad presulatum Ravennae ac postmodum papa factus est Romae.
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4. GUGLIELMO DI MALMESBURY (m. 1141), De gestis regum anglorum, l. II, capp. 167-72 (ap. PERTZ, Mon. Germ., Script., t. X, pp. 461-4).
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167. De Gerberto.
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Decedente hoc Iohanne, successit Gregorius. Ei item Iohannes sextus decimus. De hoc sane Iohanne, qui et Gerbertus dictus est, non absurdum erit, ut opinor, si litteris mandemus quae per omnium ora volitant. Ex Gallia natus, monachus a puero apud Floriacum adolevit; mox cum Pitagoricum bivium attigisset, seu taedio monachatus seu gloriae cupiditate captus, nocte profugit Hispaniam, animo precipue intendens ut astrologiam et ceteras id genus artes a Sarracenis edisceret. Hispania, olim multis annis a Romanis possessa, tempore Honorii imperatoris in ius Gothorum concesserat. Gothi usque ad tempora beati Gregorii Arriani, tunc per Leandrum episcopum Hispalis et per Ricaredum regem, fratrem Herminigildi, quem pater nocte paschali pro fidei confessione interfecerat, catholico choro uniti sunt. Successit Leandro Isidorus, doctrina et sanctitate nobilis, cuius corpus nostra aetate Aldefonsus rex Galatiae Toletum transtulit, ad pondus auro comparatum. Sarraceni enim, qui Gothos subiugarant, ipsi quoque a Karolo Magno victi, Galatiam et Lusitaniam, maximas Hispaniae provincias, amiserunt. Possident usque hodie superiores regiones. Et sicut christiani Toletum, ita ipsi Hispalim, quam Sibiliam vulgariter vocant, caput regni habent, divinationibus et incantationibus more gentis familiari studentes. Ad hos igitur, ut dixi. Gerbertus perveniens, desiderio satisfecit. Ibi vicit scientia Ptholomeum in astrolabio, Alandreum in astrorum interstitio, Iulium Firmicum in fato. Ibi quid cantus et volatus avium portendant didicit, ibi excire tenues ex inferno figuras, ibi postremo quicquid vel noxiu, vel salubre curiositas humana deprehendit. Nam de licitis artibus, arithmetica, musica et astronomia et geometria, nihil attinet dicere; quas ita ebibit, ut inferiores ingenio suo ostenderet et magna industria revocaret in Galliam omnino ibi iam pridem obsoletas. Abacum certe primus a Sarracenis rapiens, regulas dedit quae a sudantibus abacistis vix intelliguntur. Hospitabatur apud quendam sectae illius philosophum, quem multis primo expensis, post etiam promissis, demerebatur. Nec deerat Sarracenus qui scientiam venditaret; assidere frequenter, nunc de seriis, nunc de nugis colloqui, libros ad scribendum praebere. Unus erat codex, totius artis conscius, quem nullo modo elicere poterat. Ardebat contra Gerbertus librum quoquo modo ancillari. Semper enim in vetitum nitimur, et quicquid negatur pretiosus putatur. Ad preces ergo conversus, orare per Deum, per amicitiam, multa offerre, plura polliceri. Ubi id parum procedit, nocturnas insidias temptat. Ita hominem, connivente etiam filia, cum qua assiduitas familiaritatem paraverat, vino invadens, volumen sub cervicali positum abripuit, et fugit. llle somno excussus. indicio stellarum, qua peritus erat arte, insequitur fugitantem. Profugus quoque respiciens, eadem scientia periculum comperiens, sub ponte ligneo, qui proximui se occulit: pendulus et pontem amplectens, ut nec aquam nec terram tangeret. Ita [p. 462] quaerentis aviditas frustrata, domum revertit. Tum Gerbertus viam celerans, devenit ad mare. Ibi per incantationes diabolo accersito, perpetuum paciscitur hominium, si se, ab illo qui denuo insequebatur defensatum, ultra pelagus eveheret. Et factum est. Sed haec vulgariter ficta crediderit aliquis, quod soleat populus litteratorum famam laedere, dicens illum loqui cum demone quem in aliquo viderint excellentem opere. Unde Boetius in libro de Consolatione Philosophiae queritur, se propter studium sapientiae de talibus notatum, quasi conscientiam suam sacrilegio polluiset ob ambitum dignitatis. Non conveniebat, inquit, vilissimorum me spiritum praesidia captare, quem tu in hanc excellentiam componebas, ut consimilem Deo faceres. Atque hoc ipso videmur affines maleficio, quod tuis imbuti disciplinis, tuis instituti moribus sumus. Haec Boetius. Mihi vero fidem facit de istius sacrilegio inaudita mortis excogitatio. Cur enim se moriens, ut postea dicemus, excarnificaret ipse sui corporis horrendus lanista, nisi novi sceleris conscius esset? Unde in vetusto volumine, quod in manus meas incidit, ubi omnium apostolicorum nomina continebantur, et anni, ita scriptum vidi: "Iohannes qui et Gerbertus, menses decem. Hic turpiter vitam suam flnivit".
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168. De discipulis Gerberti.
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Gerbertus Galliam repatrians, publicasque scholas professus, arcem magisterii attigit. Habebat conphilosophos et studiorum socios Constantinum abbatem monasterii sancti Maximini, quod est iuxta Aurelianis, ad quem edidit regulas de abaco; Adelboldum episcopum, ut dicunt, Winterburgensem, qui et ipse ipgenii sui monimenta dedit in epistola quam facit ad Gerbertum de quaestione diametri super Macrobium et in nonnullis aliis. Habuit discipulos praedicandae indolis et prosapiae nobilis, Rodbertum filium Hugonis cognomento Capet, Otonem filium imperatoris Otonis. Rodbertus, postea rex Franciae, magistro vicem reddidit, et archiepiscopum Remensem fecit. Extant apud illam ecclesiam doctrinae ipsius documenta: horologium arte mechanica compositum, organa hydraulica, ubi mirum in modum per aquae calefactae violentiam ventus emergens implet concavitatem barbiti et per multiforatiles tractus aereae fistulae modulatos clamores emittunt. Et erat ipse rex in ecclesiasticis cantibus non mediocriter doctus; et tum in his tum in ceteris multum ecclesiae profuit. Denique pulcherrimam sequentiam Sancti Spiritus assit nobis gratia, et responsorium O Iuda et Ierusalem contexuit. et alia plura, quae non me pigeret dicere, si non alios pigeret audire. Otho, post patrem imperator Italiae, Gerbertum archiepiscopum Ravennatem et mox papam Romanum creavit. Urgebat ipse fortunas suas, fautore diabolo, ut nihil quod semel excogitasset imperfectum relinqueret. Denique thesauros olim a gentibus defossos, arte nigromantiae molibus eruderatis inventos, cupiditatibus suis implicuit. Adeo improborum vilis in Deum affectus et eius abutuntur patientia, quos ipse mallet redire quam perire. Sed reperit tandem ubi magister suus haereret, et, ut dici solet, quasi cornix cornicis oculos effoderet, dum pari arte temptamentis eius occurreret.
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169. Quomodo Gerbertus thesauros Octoviani invenit
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Erat iuxta Romam in Campo Martio statua, aerea an ferrea incertum mihi, dextrae manus indicem digitum extentum habens, scriptum quoque in capite: Hit percute. Quod superioris aevi homines ita intelligendum rati quasi ibi thesaurum invenirent multis securium ictibus innocentem statuam laniaverant. Sed illorum Gerbertus redarguit errorem, longe aliter ambiguitate absoluta. Namque meridie, sole in centro existente. notans quo protenderetur umbra digiti, ibi palum figit. Mox superveniente nocte, solo cubiculario laternam portante comitatus, eo contendit. Ibi terra solitis artibus dehiscens, latum ingredientibus patefecit introitum. Conspicantur ingentem regiam, aureo parietes, aurea lacunaria, aurea omnia, milites aureos aureis tesseris quasi animum oblectantes, regem metallicum cum regina discumbentem, apposita obsonia, astantes ministros, pateras multi ponderis [p. 463] et pretii, ubi naturam vincebat opus. In interiori parte domus carbunculus lapis inprimis nobilis et parvus inventu tenebras noctis fugabat. In contrario angulo stabat puer, arcum tenens, extento nervo et harundine intenta. Ita in omnibus, cum oculos spectantium ars pretiosa raptaret, nihil erat quod posset tangi etsi posset videri. Continuo enim ut quis manum ad contingendum aptaret, videbantur omnes illae imagines prosilire et impetum in praesumptorem facere. Quo timore pressus Gerbertus, ambitum suum fregit. Sed non abstinuit cubicularius, quin mirabilis artificii cultellum, quem mensae impositum videret, abriperet, arbitratus scilicet in tanta praeda parvum latrocinium posse latere. Verum mox omnibus imaginibus cura fremitu exsurgentibus, puer quoque, emissa harundine in carbunculum, tenebras induxit. Et nisi ille monitu domini cultellum reicere accelerasset, graves ambo poenas dedissent. Sic insatiata cupiditatis voragine, laterna gressus ducente, discessum. Talia illum adversis praestigiis machinatum fuisse, constans vulgi opinio est. Veruntamen si quis verum diligenter exsculpat, videbit nec Salomonem, cui Deus ipse dederit sapientiam, huiusce inscium commenti fuisse - ut enim Iosephus auctor est, thesauros multos cum patre defodit in loculis, qui erant, inquit, mechanico modo reconditi sub terra - nec Hircanum, prophetia et fortitudine clarum, qui, ut obsidionis levaret iniuriam, de David sepulchro tria milia talenta auri arte mechanica eruit, ut obsessori partem enumeraret, parte xenodochia construeret. At vere Herodes, qui magis presumptione quam consilio idem aggredi voluerit, multos ex satellitibus, igne ex interiori parte prodeunte, amiserit. Praeterea cum audio dominum Iesum dicentem: Pater meus usque modo operatur, et ego operor, credo quod qui dederit Salomoni virtutem super demones, ut idem historiographus testatur, adeo ut dicat etiam suo tempore fuisse viros qui illos ab obsessis corporibus expellerent, apposito naribus patientis anulo habente sigillum a Salomone monstratum: credo, inquam, quod et isti hanc scientiam dare potuerit, nec tamen affirmo quod dederit.
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170. Quomodo quidam thesauros Octoviani quaesierunt.
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171. De aniculis quae iuvenem asinum videri fecerunt.
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172. De capite statuae loquentis.
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Haec Aquitannici verba ideo inserui, ne cui mirum videatur quod de Gerberto fama dispersit: fudisse sibi statuae caput, certa inspectione syderum, cum videlicet omnes planetae exordia cursus sui meditarentur, quod non nisi interrogatum loqueretur, sed verum vel affirmative vel negative pronunciaret. Verbi gratia diceret Gerbertus: Ero apostolicus? responderet statua: Etiam -: Moriar antequam cantem missam in Jerusalem? Non. Quo illum ambiguo deceptum ferunt, ut nihil excogitaret poenitentiae, qui animo blandiretur suo de longo tempore vitae. Quando enim Ierosolymam ire deliberaret, ut mortera stimularet? Nec providit quod est Romae ecclesia Ierusalem dicta, id est Visio pacis; quia quicumque illuc confugerit, cuiuscumque criminis obnoxius, subsidium invenit. Hanc in ipsius Urbis rudimentis Asylum accepimus dictam, quod ibi Romulus, ut augeret civium numerum, statuisset omnium reorum refugium. Ibi cantat missam papa tribus dominicis quibus praetitulatur Statio ad Ierusalem. Quocirca cum in uno illorum dierum Gerbertus ad missam se pararet, invaletudinis ictus ingemuit, eademque crescente decubuit: consulta statua, deceptionem et mortem suam cognovit. Advocatis igitur cardinalibus, diu facinora sua deploravit. Quibus inopinato stupore nec aliquid referre valentibus, ille insaniens et prae dolore ratione hebetata, minutatim se dilaniari et membratim foras proici iussit: Habeat, inquiens, membrorum officium qui eorum quaesivit hominium; namque animus meus nunquam illud adamavit sacramentum, immo sacrilegium.
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5. Cronaca detta di GUGLIELMO GODELL, l. III (ap. PERTZ, Mon. Germ., Script., t. XXVI, p. 196). L'autore, ignoto, era, per sua stessa dichiarazione, assai giovane nel 1144: visse sin dopo il 1173.
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Iohannes vero XVI. papa Romanus post 10 menses lacrimabiliter satis vitam finivit. Succedit ei Silvester papa annis 4 et mensibus 5. Hunc dicunt quidam Gerbertum fuisse; quod utrum verum sit, certum non habeo. Fertur enim de Gerberto hoc, quod fuerit primo monachus Sancti Benedicti Floriacensis; sed quia nimis cupidus honoris et temporalis proprietatis, ut dicunt, fuit, deceptus a demone adeo fertur, ut hosti antiquo homonagium faceret, quatinus per eius potestatem ad libitum suum voti sui compos efficeretur. Loquebatur etenim cum eo hostis ipse, et ille eius obsequiis insistere non verebatur. Huiusmodi pessimo federe inito, explevit ei pro voto que poscebat; et licet exterius pareret, intro quam sublimis efficiebatur, videlicet quia regibus servierat et ab eis talem gratiam fuerat nactus, permittente tamen Domino, qui de nostris malis solus novit operari meliora. Ceterum adeo factus est miser ille, ut ab hoste expeteret et hosti ascriberet, quod, etsi hostis suggestione et placita voluntate acceleratum est, non tamen nisi Dei voluntate vel permissione illi ad effectum perductum. Primo itaque Remensis archiepiscopus, secundo Ravennensis archipresul, postremo urbis Rome papa effectus est. Inter hec interrogans hostem de fine suo, responsum ab eo accepit, quod non esset moriturus, donec in Ierusalem celebraret mysteria divina. Quod cecus papa audiens. gavisus est, reputans apud se, tam longe se esse a fine suo, quam se sentiebat longe ab huiusmodi peregrinationis voto ac voluntate. Post hec proxima mediante quadragesima ex more pape missam celebrans in palatio Constantini, in capella que dicitur Ierusalem, subito intra sacra mysteria sibi adesse sentiens mortem, suspiravit et ingemuit; et licet nequissimus et sceleratissimus, seram non credens in vita hac penitentiam, speravit et promeruit veniam. Precepitque, ut dicunt, se particulatim detruncari, ut temporali supplicio extingueret dolores eternos. Factum est ut imperavit, et Deus, ut promiserat penitenti veraciter veniam non negavit. Sepultus ergo Rome est, et super eum huiusmodi epitaphium inditum:

Scandit ab R Gerbertus ad R post papa vigens R.

Huius vero nunc antistitis sepulcrum fertur tale indicium de Romani pontificis morte conferre, ut paululum, antequam ipsius instet finis, tantam de se humoris inundantiam effundat, ut in circuitu sui lutum faciat. Si vero cardinalis aliquis vel persona quelibet magna in cetu clericorum summe sedis migrare per mortem debet, super se sepulchrum tantum aque emittat, ut irrigari videatur. Hec de prefato Gerberto papa ab aliis audivi; utrum vero sint subnixa ventate, lectoris arbitrio inquirenda derelinquo.
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6. ANONIMO (XII o XIII secolo). Testo pubblicato dal MONE di su un codice di Heidelberg, negli Anzeiger fr Kunde des deutschen Mittelalters, anno 1833, coll. 188-9.
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Surgit ab R. Gerbertus ad R., fit papa potens R.
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Ortus Remensis praeclaris moenibus urbis
illic Gerbertus libris datur erudiendus;
discere non potuit et ob hoc trepidando refugit.
Ut silvas iniit, Sathanas huic obvius ivit:
5 "quid Gerberte fugis? vel quo tam concite vadis?"
"Discere non possum", dixit, "fugioque magistrum".
"Heus, ait ille, mihi si vis tantum modo subdi,
ne quis Gerberto sit doctior en ego faxo".
Annuit his ille, secum subit abdita silvae,
10 sedulo quem docuit, cunctos precellere fecit.
Silvas linquentem post haec scolas repetentem
doctor derisit: "rufus es, hinc perfidus! inquit"
Ille refert: "nigrum simulas tu valde tyrannum".
Respondet: "magro similem te vinco tyranno".
15 Disceptant ambo de libris tempore longo.
confundit victum Gerbertus et ipse magistrum;
mox urbem liquit, Sathanan consultat et infit:
"Heus pedagoge, virum mihi nunc ostende peritum,
cum quo scripturis possim confligere divis".
20 Dixit daemon: "ini Ravennam concite, fili,
pontificem clarum libris cernes ibi gnarum".
Pergit et aggreditur conflictu denique justum,
qui cito Gerbertum jussit discedere victum.
Hinc rediit moestus, huic narrat et haec furibundus.
25 Tum docuit talem, quae dicitur abacus artem,
in tabulam scripsit Ravennam ferreque jussit.
Haec cum legisset. nescire pudebat et inquit:
"sit mihi quaeso trium dilatio, posco, dierum".
Ibat Gerbertus, sacer est, dominumque precatur:
30 "si venit de te mihi res, deus optime, pande,
sin autem, nunquam Gerbertum fac rogo cernam".
Praesul migravit, Gerbertus dum remeavit,
sedem Ravennae mox praesul suscipit ille,
Post haec Romanam possedit papa cathedram.
35 Debeat hic Zabulum consultat vivere quantum.
"Ut cantes inibi, Solimam venies," ait illi.
Est statio Solimam vocat hanc populusque.
In xlmae medio missam celebrante
Gerberto dirum dixisse ferunt inimicum:
40 "nolis sive velis, Gerberte, cito morieris,
sic venies ad me tua te merces manet ex me".
"Fraus tua jam magna. Gerbertus ait, patet, illa,
qua genus humanum capiebas et protoplastum;
dum Soliniam dire me dixisti prius ire,
45 daemon ades vere nequaquam falleris a me".
Advocat hic populum cunctum vel in ordine clerum,
rem pandit cunctis veniam deposcit ab illis.
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7. GUALTIERO MAP, De Nugis Curialium, dist. IV, cap. 11 (ap. PERTZ, Mon. Germ., Script., t. XXVII, pp. 70-2). Gualtiero nacque, sembra, fra il 1135 e il 1140; mor nei primi anni del sec. 13esimo.
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De fantastica decepcione Gerberti.
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Quis fantasticam famosi nescit illusionem Gerberti? Gerbertus, a Burgundia, puer genere, moribus et fama nobilis, Remis id agebat intentus, ut tam indigenas quam adventicios pectore vinceret et ore scolares, et obtinuit. Erat autem ea tempestate filia prepositi Remensis quasi speculum et admiratio civitatis, in quam omnium intendebant suspiria, votis hominum et desiderio dives. Egreditur, videt, admiratur, cupit, et alloquitur; audit et allicitur; haurit ab apotheca Scille furorem, et a matre Morphoseos edoctus, oblivisci morem suo non abnegat veneno, cuius virtute degenerat in asinum, ad onera fortis, ad verbera durus, ad opera deses, ad operas ineptus, in omni semper miseria petulcus. Non ei sentitur inflicta calamitas, non eum castigationum flagella movent, torpens ad strenuitates, impromptus ad argutias; incircumspecte iugiter inhiat impetigini, suppliciter petit, acriter instat, obstinate perdurat, et obtuso per improbitatem mentis acumine, certa desperatione torquetur, et ab animi tranquillitate decidens, conturbato se et extra modum posito, rem moderari vel statui suo provideri non potest. Depereunt igitur res; oneratur debitis, subicitur usuris, derelinquitur a servis, vitatur ab amicis, et substantia denique penitus direpta, domi solus residet, sui negligens. hirtus et squalidus, horridus et incultus, una tamen felix miseria, ultima scilicet egestate, que ipsum a principe miseriarum absoluit amore, que sui memoria non sinit eius reminisci. Hec tua sunt. Dyane, tam dolorosa quam dolosa dispendia, que pro tue militie stipendiis tuis impendis equitibus, ut a te circa finem ridiculi reddantur palamque confusi, sive tuis doloribus cunctis habeantur ostentui. Miser hic, de quo nobis sermo, paupertarte magistra, solutus ab hamo Veneris, ingratus est ei, que solvit, quia que preterierunt angustie faciles videntur comparate presentibus, dignamque dicit inediam mercede leonis, qui damulam lupis aufert, ut eam devoret.
Exit una dierum Gerbertus civitatem hora meridiana quasi spaciatum, et fame torquebatur ad luctum, et totus extra se pedetentim longe defertur in nemus, et in saltum deveniens, feminam ibi reperit inaudite pulcritudinis, maximo insedentem panno serico, habentem coram positum maximum denariorum acervum. Subtrahit ergo pedem furtim, ut effugiat, fantasma sive prestigium timens. At illa, ipsum ex nomine vocans, confidere iubet et, quasi miserta eius, pecuniam ei presentem et quantam desiderare potest divitiarum copiam spondet, dummodo filiam prepositi, que ipsum tam insolenter spreverat, dedignetur et sibi non tanquam domine vel maiori, sed tanquam pari et amice velit adherere, adiciens: "Meridiana vocor, et generosissimo producta stemmate, id semper summopere curavi, ut michi parem omnimodi invenirem, qui mee virginitatis primos decerpere flores dignus haberetur, nec quemquam repperi, qui non in aliquo michi dissideret, usque ad te. Unde quia michi per omnia places, ne differas omnem suscipere felicitatem, quam tibi de celo pluit Altissimus, cuius ego creatura sum ut tu. Quoniam, nisi iustas extorseris iras a me, beatus es omni rerum et status opulentia, tantum cum mea reflorueris ad plenum diligentia, eadem ipsam superbiam repellas, quae ta ipsa miserabilem fecit. Scio enim, quod penitebit eam et revertetur ad spreta, si liceat. Si tuos odisset instinctu castitatis amores, in tua meruisset gratiam Victoria. Sed id solum in causa fuit, ut, te, qui omnium iudicio super omnes eras amabilis, insolenter abiecto, sine suspicione faveret aliis, falsoque Minerve peplo velavit Affroditem, et sub tue pretextu repulse in suam alii divaricationem appulerunt. Proh dolor! expulsa Pallade, tegitur sub egide Gorgon, et tua manifesta confusio dedit umbraculum lupe spurciciis. quam si digne semper dixeris tuis indignam amplexibus, precelsum te faciam in omnibus excelsis terre. Times forsitan illudi et succubi demonis in me vitare tendis argutias. Frustra. Nam illi, quos metuis, cavent similiter hominum fallacias et, non, nisi data [p. 71] fide vel alia securitate, se credunt alicui et nichil preter peccatum ab eis referunt, qui falluntur. Nam si quando, quod raro fit, vel successus vel opes afferunt, aut tam inutiliter et tam vane transeunt, ut nichil sint aut in cruciatum cedunt et perniciem deceptorum. Ego autem nullam a te expecto securitatem, mores tue sinceritatis edocta plenissime. Nec secura contendo fieri, sed te securum facere. Ego tibi cuncta libens expono et volo, tecum hec deferas antequam coeamus; et sepe revertaris ad plura tollenda, donec universo debito soluto, probaveris, fantasticam non esse pecuniam, et non timeas veri amoris impendiis iustas rependere vices. Amari cupio, non dominari nec etiam tibi parificari, sed ancilla fieri. Nichil in me reperies, quod non sentias amorem sapere. Nullum adversitatis in me signum deprehendere poterunt vera indicta". Hec et similia multa Marianna, cum non oporteret. Avidus enim oblatorum, Gerbertus fere mediis eam rapit sermonibus ad annuendum, anxius paupertatis evadere copiosus et velox venustissimum Veneris periculum inire. Supplex igitur omnia spondet, fidem offert et, quod non petitur, iuramentum, oscula iungit, salvo pudoris reliquo tactu.
Redit honustus Gerbertus, nuncios advenisse creditoribus fingit et lente, ne thesauros invenisse videatur, se debitis exhonerat. Porro iam liber et Marianne muneribus habundus, supellectile ditatur, familia crescit, vestium mutatoriis et ere cumulatur, cibariis et potu stabilitur, ut sit eius in Remis copia similis glorie Salomonis in Ierusalem et lecti secura letitia non minor, licet ille fuit multarum, hic unius amator. Singulis ab ipsa, que preteritorum habebat scientiam, docetur noctibus quid in die sit agendum. Hec sunt noctes admiratissimi Nume, quibus Romani fingebant sacrificia fieri, colloquia deorum ascisci, cum unicam coleret. cui nocturno studio sudabat occulte sapientiam. Duplici proficit doctrina Gerbertus, thori et scole, et ad summa fame propugnacola triumphat in gloria: nec minus eum promovet lectio lectoris in studio quam lectricis in lecto. Huius in rebus agendis ad summam gloriam, illius adiuventis ex artibus ad illuminationem in modico fit impar omnibus, universos excedit, fit panis esurientium, vestis egentium et omnia oppressionis prompta redempcio: et non est civitas, cui non sit invidiosa Remis.
Audiens hec et videns filia Babilonia misera, que per superbiam ipsum in vallem redegerat, consuetos expectat auribus arrectis nuncios moramque miratur et arguit, et se tandem spretam intelligens, quos fastidiosa repulerat, tum primo concipit ignes. Iam vivit lautius et cultius incedit et ipsi verecundius obviat et reverentius loquitur, et se per omnia delapsam in viteperium sentiens et abiectionem, eo bibit cifo rancorem animi, quo propinaverat amatori suo furorem. Frenum igitur arripit amens et, quo lora flectant aut retrahant, non curat, sed quibus impetitur calcaribus, toto facit obedientiam cursu et, quibuscunque modis ipsam ille tentaverat, id est omnibus ipsum aduncare conatur. Sed frustra fiunt insidie, tenduntur retia, iaciuntur hami. Nam odii veteris ultor et novi adulator amoris ei quicquid dare solet dilectio negat, quicquid odium infligere iaculatur. Exinanitis ergo conatibus, augmentatur in amentiam amor, sensumque doloris excedit acerbitas et, sicut medicinam membrorum stupor non admittat, sic animus exhauste spei solatia non sentit. Excitat eam tandem, quasi mortuam suscitat anus vicina Gerberti et ipsum a tugurio suo per foramen ostendit deambulantem in medio modico pomerio in fervore diei post cenam solum, quem etiam post pusillum decumbere sub umbra vident esculi tortulose sopitumque quiescere. At non illa quiescit, sed, pallio reiecto, sola camisia vestita, sub ipsius se clamide totam toti coniungit capiteque velato ipsum osculis et amplexibus excitat, A vinolento et saturo leviter optinet quod quesierat; in unum enim Veneris estum convenerant iuventutis et temporis, ciborum et vini fervor. Sic nimirum semper assurgunt Veneri Phebus et Pan, Ceres et Bacus, a quorum ubique conventu celebri Pallas excluditur. Instat illa complexibus et osculis et tacita verborum adulari blanditie, donec ille Marianne memor, pudore confusus et non modico timore trepidus, eam tamen verecunde vitare volens, sub redeundi promisso recedit et in nemore solito a pedibus Meridiane veniam petit erratui. Illa diu despicit insolenter et tandem eius hominium ad securitatem, quia deliquerat, poscit et optinet et in eius perseverat tutus obsequio.
Contigit interea archiepiscocum Remensem in fata cedere et Gerbertum fame sue meritis incathedrari. Deinceps etiam suscepti negotium honoris exsequens, dum Rome moram faceret, fit a domino papa cardinalis et archiepiscopus Ravennae et post pauca, defuncto papa [p. 72], sedis illius electione publica gradum ascendit. Et toto sacerdotii sui tempore confecto sacramento corporis et sanguinis dominici non gustabat ob timorem vel reverentiam et cautissimo furto, quod non agebatur simulabat. Apparuit autem ei Meridiana anno sui papatus ultimo, designans ei vite securitatem, donec Ierosolimis missam celebrasset, quod Rome commorans pro voto suo cavere putabat. Contigit autem ipsum ibi celebrare, ubi asserem illum aiunt depositum, quem Pilatus summitati crucis dominice titulo sue passionis inscriptum affixerat, que quidem ecclesia usque in hodiernum diem Ierusalem dicitur, et ecce! sibi ex opposito applaudebat Meridiana quasi de adventu suo proximo ad ipsam gavisura. Qua visa et intellecta, nomenque loci edoctus, cardinales omnes, clerum et populum convocat, publice confitetur aliquem totius vite sue nevum irrelevatum observat. Statuit etiam, ut deinceps contra clerum et populum in facie omnium fieret consecratio. Unde multi altari celebrant interposito, dominus autem papa percipit facie ad faciem omnium sedens. Gerbertus modicum vite sue residuum assidua et acerrima penitentia sincere beavit et in bona confessione deccessit. Sepultus est autem in ecclesia beati Iohannis Laterani in mausoleo marmoreo, quod igitur sudat, sed non adunantur in rivum gutte, nisi mortem alicuius divitis Romani prophetantes. Aiunt enim, quod, cum imminet domino pape migratio, rivus in terram defluit; cum alicui magnatum. usque ad tertiam vel quartam vel quintam partem emanat, quasi cuiusque dignitatem arto designans vel ampliori fluento. Licet autem Gerbertus avaricie causa glutino diaboli diutissime detentus fuerit, magnifice tamen in manu forti Romanam rexit ecclesiam, a cuius, ut dicitur, possessionibus omnium successorum suorum temporibus aliquit defluxit.
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8. Chronica Albrici monachi Trium Fontium a monacho novi monasterii Hoiensis interpolata (ap. PERTZ, Mon. Germ., Script., t. XXIII, pp. 774, 778.) Alberico scriveva negli anni intorno al 1230; l'interpolatore (che poche cose aggiunse) prima del 1295.
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Guido: Bis igitur in regno Francie iam mutata regali serie, fit regum tertio nova successio de Hugonis Magni progenie. Nam Clodovei primo Pipinus Karoli Magni pater a sceptris amovit heredes. Secundo dux Hugo Karoli Magni sobolem extirpavit a regni solio, qod sibi suoque generi confirmavit. Venerat et gratiam magnam apud ipsum invenerat ille peritus artium et famosus ingenii subtilitate Gerbertus, qui in Gallia Remis ut dicitur natus, monachus a puero apud Floriacum adolevit, mox in Hyspaniam profugiens, ut astrologiam a Sarracenis disceret, et desiderio satisfecit. Ibi liberales artes ita ebibit, quod eas industria magna revocaret in Galliam, omnino ibidem pridem obsoletas. Abbacum certe primus a Sarracenis rapuit, et regulas dedit que a sudantibus abbacistis vix intelliguntur. Ibi quid cantus et volatus avium portendat edidicit, ibi etiam excire tenues ex inferno figuras, ibi quidquid noxium vel salubre curiositas humana scrutabatur. deprehendit. Unus erat codex magistri sui totius artis conscius, quem sub eius cervicali positum nocte rapuit et aufugit. Profugus ergo respiciens eadem peritia, qua persequebatur eum magister suus, sub ponte ligneo, qui proximus erat, se pendulus occulit, pontem amplectens, ut nec aquam nec terram tangeret. Ita querentis aviditate frustrata devenit ad mare. Ibi per incantationem dyabolo accersito perpetuum illi paciscitur hominium, si se a persequente ultra pelagus eveheret defensatum; et ita factum est. Inde cum redisset in Franciam et arcem in doctrina teneret artium, quia regis Hugonis filium Robertum liberalibus disciplinis instruxit; idem rex eum in sedem Remensis ecclesie irreverenter, ut postea dicetur, intrusit [774].
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Ex relatione Guidonis et Guilelmi: Gerbertus, qui et Silvester papa, de quo premisimus, fuderat sibi caput certa inspectione siderum, quod non nisi interrogatum loqueretur, sed verum vel affirmative vel negative. Verbi gratia diceret Gerbertus: Ero apostolicus? responderet statua: Etiam. Moriar, antequam cantem missam in Ierusalem? Non. Quo illum ambiguo deceptum ferunt. Nec enim providit, quod est Rome ecclesia Ierusalem dicta, ad quam quicumque reus criminis confugerit, subsidium pacis invenit. Hanc ferunt fuisse Romuli asilum. In hac ergo, cum ex more cantasset, invaletudinis ictus ingemuit consultaque statua deceptionem et mortem suam cognovit. Advocatis igitur cardinalibus, cum facinora sua deplorasset, dilaniari se membratim et foras proiici iussit: Habeat inquiens membrorum officium, qui eorum quesivit hominium.
De hoc ergo in quodam libello, ubi agitur de sanctuario Lateranensis ecclesie, ita scriptum reperitur: In dextro latere ecclesie, Lateranesis prope altare sanctorum Vincentii et Anastasii martirum iacet Gerbertus Remorum archiepiscopus, qui papa effectus Silvester fuit appellatus. Quod autem tumba eius guttas quasi lacrimarum emittat, quando aliquis papa vel aliquis cardinalis magnus mortuus est, satis probatum est et satis vulgatum. Dicitur etiam, quod quicumque tumbam eius visitaverit et Pater Noster ibi dixerit, quotiens hoc fecerit, indulgentiam obtineat aliquot dierum a summis pontificibus statutam [p. 778].


9

FILIPPO MOUSKET, Chronique rime, vv. 15434-15599 (ap. PERTZ, Mon. Germ., Script., t. XXVI, pp. 727-9). Filippo non visse oltre il 1244.

Kaps, cil rois, bien m'en sai ciert,
15435 Fist faire arcevesque Gerbiert
A Rains, et puis fu desposs.
Si s'en est a Othon als,
Qui de Roume estoit emperere,
Et la mellour de son empere
15440 Arcevesqui lues li dona,
C'est Ravenne, u il l'asena.
Et tout ou fu par l'anemi,
Dont Gerbiers ot fait son ami
Puis l'ama il si durement,
15445 Qu'il le fist aukes fausement
Apostole sacrer a Roume,
Dont l'escriture cest vier nomme:
Scandit ab er Gerbertus ad er,
Fit papa vigens vigens er.
15450 C'est a dire que d'er monta
Gerbiers a er, point n'i douta,
Et apris si refu d'er pappe,
Ki Rains, Ravenne et Rome atrape.
Car par R comence Rains,
15455 Et de Ravenne premerains,
Et R li mos; ausi de Rome
Li mos premiere est R. c'on nomme.
Mais ou dent li anciien,
Que cil papes Gerbiers sans bien
15460 Siervi son signour le deable,
Tant qu'il en vint a tele estable
Qu'en la fiere de Belleem
Quida canter en Jhursalem.
S'a defors Rome une capiele,
15465 Jursalem a non, moult est biele.
Gerbiers ot demand un jour
Al deable, le sien signour,
K'il li desist quant il morroit.
Et il li dist qu'il feniroit,
15470 Quant canteroit en Jhursalem.
Li pape entendi Belleem
Et Jherusalein en Sure.
Si pensa que la n'iroit me.
Et dont ne morroit il ja mais.
15475 Si durroit sa joie et ses mais.
A la capiele dont jou di.
Defors Romme vint un mardi.
La se vot Gerbiers pour canter,
De l'autre Jursalem oster.
15480 Et il comena le sierviche
De male pensee et faintiche,
Ensi com il ot fait maint jor
El despit de nostre signor.
Mais pour faillir ne pour trecier
15485 Ne pooit il point empirier
Le siervice k'il devoit faire,
Coment qu'il fast en mal afaire,
Ne ausi ne puet autres om
Del comencement jusqu'a som.
15490 Car Dameldieux si l'a fait tel,
Pour ke priestres vient a l'autel
pour le siervice comenchier,
N'acroistre ne apetichier
Nel puet il; mais s'il i quiert mal.
15495 Lui mismes met en traval,
En painne et en dampnation
Par sa male devotion;
Et comment qu'il soit fel ne faus
S'est li cors Dieu sacrs et saus.
15500 Si con pappe Gerbiers cantoit,
Ki del cors Dieu ne s'i gaitoit,
Es vous d'infier les anemis,
Tous a guise de corbous mis.
Par l'air volant, et de woltoirs
15505 Grant noisse faissant, lais et noirs;
Sour la capiele sont asis
Plus de cinc cens et trente sis;
Quar pour son desloial peciet
Li avoient cel jor ficiet.
15510 Et quant li pappe mious s'envoisse,
Si demenerent si grant noisse
Que li peules et li clergis
S'en est forment esmiervillis:
Quar moult s'aloient deferant.
15515. Gerbiers s'i reconnut esrant;
Quar dit li ot li anemis,
Ki ses sire iert et ses amis,
Et il ses om et ses siergans,
Si l'ot mis a ces honors grans.
15520 Dont il estoit en cel peril
Que jusqu'a tant ne morroit il
K'en Jerusalem canteroit;
Et il, qui garder s'en quidoit,
Ot cant en cele capiele,
15525 Pour quoi li anemis l'apiele,
Quar ses tiermes iert acomplis.
Gerbiers en fu moult asoplis;
Ses viestemens a desviestus.
S'en est al ventaile venus.
15530 De cuer moult tristre et nonjoiant
Regehi tout, la gent oiant.
Comment le diable ot siervi,
Par quoi il ot ou desiervi,
Qu'il l'avoit mis en tele honor
15535 K'il ne pooit avoir grignor.
Et dist: 'Signour, pour Dieu mierci,
Si m'a diables avanchi'.
Lors apiela un sien siergant
Et fist prendre un coutiel trenant
15540 Que il a son keus demanda,
Et puis al siergant commanda.
En remission des pecis
Dont il estoit plus entecis,
Et pour Jhesu Crist autresi,
15545 Ki li avoit souffiert ensi,
Que maintenant, voiant tamains,
Li trenast les pies et les mains,
Dont il estoit devenus om
Al diable jusques a som,
15550 Et sa langue trenast apris,
Dont il fu de parler engris;
Et les pies ans deus li trenast.
Si que ja mais viers lui n'alast.
Qu'il fist premiers et maintes fois.
15555 A ou faire n'ot nul defois:
Mains et langue et pies li trena,
Les pieches fora en balancha,
Et li corbiel les em portoient.
Voiant tous aus ki la estoient.
15560 Et dont fist il ses ious crever,
Pour l'afaire mious aciever,
Dont le diable avoit vu.
Ki tant li avoit pourvu.
Et puis fist ses levres coper,
15565 Pour s'arme plus a descouper,
Dont il ot l'anemi baissi,
Ki si l'avoit mal aaissi.
Les gens en orent grans miervelles,
Quar il fit trencier ses orelles,
15570. Dont il ot is les mesdis
Que li sathanas li ot dis.
Voians tous, non me sos cape,
Fist decoper Gerbiers li pappe
Trestous ses menbres un et un
15575 Et fors gieter as cans cascun,
Pour ou qu'en lieu desconvenable
En avoit siervi le diable.
Et li corbou ot li woutoir,
Ki diable ierent lait et noir,
15580 Les pieces entr'aus devoroient.
Et moult grant noisse demenoient
Pour l'arme k'il orent pierde,
Dont fait orent longe atende.
Tout ensi cil pappe Gerbiers
15585 Ne fu pas en la fin bobiers,
Mais del tout a Dieu s'asenti,
Si que pour mort ve senti,
Et Dieux ne voloit perdre me
L'arme qu'il li avoit carge.
15590 Si fait savoir, qui de cuer fin
Se doune a Dieu devant sa fin;
Quar, puis que faire le savra,
Ja tant de pecis fais n'avr
Que Dameldieux n'en ait mierci.
15595 Pappe Gerbiers s'adevanci,
Car point ne se desespera:
Se li cors son mal compera,
L'arme fu sauve, ce croit l'on.
A quanque savoir en puet l'on.


10.

Chronica minor auctore minorita Erphordiensi (ap. PERTZ, Mon. Germ., Script., t. XXIV, pp. 186-7). L'ignoto autore compose la sua cronica negli anni 1261-6.

Post hunc papam Johannem 149, qui sedit menses 10, et ultimo excecatum et precipitatum, Silvester papa 150 ordinatur, sedit anns 4. mens. 5. Iste vocabatur Gerbertus. Iste dicitur fuisse in papatu magus et nigromanticus et dyabolum pro diviciis adorasse, et ei a dyabolo fuisse promissum, quod nunquam moreretur, nisi prius veniret in Ierusalem. Hoc intellexit papa de Ierusalem ultra mare et quomodo voluit vixit. Set cum hic papa quadam die Rome in capella, quam construxit Constantinus et Helena, ubi et plurimas [p. 187] reliquias recondiderunt, que vocatur Ierusalem, missarum sollempnia celebrasset, dixit ei suus dominus dyabolus: 'Ecce in Ierusalem fuisti, nunc morieris tu et non vives. Quo audito. Silvester qui et Gerbertus male sibi conscius, ostendens magna signa conpunccionis, in quadam capella, que Rome sita est inter Lateranum et Coliseum, iussit se ipsum, amputatis manibus et pedibus suis ac aliis membris, enormiter et crudeliler mutilari, et sic vitam Gerbertus in ipsa capella finivit. Unde in eandem capellam, que Gerberti appellatur nullus papa in detestacionem illius facti postea intrare voluit nec curavit.


11.

MARTINO POLONO (m. 1270), Chronicon (ap. PERTZ, Mon. Germ., Script., t. XXII, p. 432).

Silvester II. sedit annis 4, mense 1, diebus 8. et cessavit episcopatus diebus 23. Iste nacione Gallicus nomine Gilbertus mortuus fuit ad Sanctam crucem in Iherusalem. Hic primum iuvenis Floriacensis cenobii in Aurelianensi diocesi monachus fuit, sed dimisso monasterio homagium diabolo fecit, ut sibi omnia succederent ad votum, quod diabolus promisit adimplere. Ipse obsequiis diaboli frequenter insistens, super desideriis suis cum eo loquebatur. Veniens autem in Hyspalim Hispaniae causa discendi in tantum profecit, quod sua doctrina etiam maximis placuit. Habuit enim discipulos Ottonem imperatorem et Robertum regem Francie, qui inter alia sequenciam Sancti spiritus adsit nobis gratia composuit, et Leothericum, qui post fuit archiepiscopus Senonensis. Sed quia idem Gilbertus quam plurimum honores ambiebat, diabolus ea quae petebat ad votum implevit. Fuit enim primo Remensis archiepiscopus, post Ravennas, tandem papa, et tunc quaesivit a diabolo, quamdiu viveret in papatu. Responsum habuit, quamdiu non celebraret in Iherusalem. Gavisus fuit valde, sperans se longe esse a fine, sicut fuit longe a voluntate peregrinacionis in Iherusalem ultra mare. Et cum in quadragesima ad ecclesiam que dicitur Iherusalem in Laterano celebraret, ex strepitu demonum sensit sibi mortem adesse. Suspirans ingemuit; licet autem sceleratissimus esset, de misericordia Dei non desperans, revelando coram omnibus peccatum, menbra omnia, quibus obsequium diabolo prestiterat, iussit precidi et demum truncum mortuum super bigam poni, et ut ubicumque animalia perducerent et subsisterent, ibi sepeliretur. Quod et factum est. Sepultusque est in ecclesia Lateranensi, et in signum misericordie consecute sepulchrum ipsius tam ex tumultu ossium, quam ex sudore presagium est morituri pape, sicut in eodem sepulchro est litteris exaratum.


12.

Flores temporum auctore fratre ordinis minorum (ap. PERTZ, Mon. Germ., Script, t. XXIV, p. 245). Furono scritti negli ultimi anni del secolo XIII.

Silvester II anno Domini 997, sedit annos 4, mensem unum, De cuius vita pessima et morte bona breviter est dicendum. Gilbertus antea vocabatur, apostata nigromanticus se dyabolo sub iuramento tradens, ut daret sibi divicias, sciencias et honores magnos. Igitur discipulos congregavit, scilicet Ottonem imperatorem, Rupertum regem Francie, Leotonium archiopiscopum Senensem, adhuc pueros. Quorum auxilio tres archiepiscopatus adeptus est, Remensem, Ravennensem et papatum. Cui dyabolus promisit vitam, donec in Ierusalem missam celebraret. Sic autem vocatur capella [in Roma], quam fecit Helena. Ubi duum celebraret, ex demonum strepitu mortem timens, publice confessus est; et pedibus ac manibus amputatis, super bigam cum equo indomito positus, ad Lateranensem ecclesiam est devectus. Cuius sepulchrum insudat vel strepit, quando papa mortuus est; et hoc [est] in signum misericordie consecute.


13.

LEONE D'ORVIETO, Chronica Summorum Pontificum (ap LAMI, Deliciae eruditorum, vol. II pp. 162-3). Leone condusse la sua Cronica sino al 1314.

Silvester, natione Gallicus. nomine Gilbertus, qui mortuus fuit ad sanctam Crucem in Ierusalem, sedit annis tribus, mense uno. Hic primum iuvenis Floriacensis coenobii in Aurelianensi dioecesi Monachus fuit, sed dimisso Monasterio, homagium diabolo fecit, ut sibi omnia ad votum succederent, quod diabolus promisit implere. Ipse obsequiis diaboli insistens, frequenter super desideriis suis cum eo loquebatur. Veniens autem Hispalim Hispaniae, causa discendi, in tantum profecit, quod sua doctrina etiam maximis placuit; habuit enim discipulos, Othonem Imperatorem, et Robertum Regem Franciae (qui inter alia Sequentiam [p. 163], Sancti Spiritus adsit nobis gratia, composuit) et Leoteringum, qui post fuit Episcopus Senonensis. Sed idem Gilbertus quia plurimum honores ambiebat, diabolus, ea quae petebat, ad votum implevit; fuit enim post Remensis Archiepiscopus; post Ravennensis, vel Ravennas; tandem Papa: et tunc quaesivit a diabolo, quantum viveret in Papatu; responsum habuit, quamdiu non celebraret in Ierusalem. Gavisus fuit valde, sperans se longe vivere, et longe esse a fine, sicut longe fuit a voluntate peregrinationis in Ierusalem ultra mare. Et quum in Quadragesima in ecclesia, quae dicitur Ierusalem, celebraret, ex strepitu daemonum, praesensit sibi mortem imminere, et suspirans ingemuit. Licet autem sceleratissimus esset, de misericordia Dei non desperans, coram omnibus revelando peccatum suum, membra omnia, quibus diabolo obsequium praestiterat, iussit praecidi, et demum truncum mortuum super bigam poni, ut ubicumque animalia perducerent, et subsisterent, ibi sepelirent; sepultusque est in Lateranensi ecclesia, et in signum misericordiae consequutae, sepulcrum ipsius, tam ex tumultu ossium, quam ex sudore, praesagium est morituri Papae, sicut in eodem sepulcro est in litteris exaratum.


14.

RICOBALDO DA FERRARA, Historia pontificum romanorum (ap. MURATORI, Scriptores, t. IX, coll. 172-3). Ricobaldo fioriva nei primi anni del secolo XIV.

Silvester Secundus sedit ann. IV mens I. dies VIII, et cessavit diebus XXIII. imperante Ottone III. et post Henrico Primo. Hic natione Gallicus nomine proprio Gilbertus, mortuus fuit Romae ad Sanctam Crucem in Jerusalem. Hic primum juvenis Coenobii Floriacensis Monachus fuit, mox omisso Monachatu Diabolo fecit homagium, ut voti sui compos a Diabolo fieret, et Diaboli familiaris alloquio multum per ipsum obtinuit. Studuit itaque in Hispali Hispaniae, et in tantum profecit in Nigromantia, quod sua doctrina maximis placuit. Habuit quoque Ottonem Imperatorem discipulum et Robertum Regem Franciae, qui inter alia compusuit sequentiam: Sancti Spiritus adsit nobis gratia, etc. et Neothericum, qui mox fuit archiepiscopus Senonensis. Ceterum idem Gilbertus nimiun honores ambiebat. Diabolus vero eum voti compotem fecit. Fuit enim primo Archiepiscopus Remensis, post Ravennas, et tandem Urbis Episcopus. Et Papatu fungens quaesivit a Diabolo, quamdiu viveret in Papatu? responsum habuit; quamdiu non celebraret in Jerusalem. Tunc valde gavisus, sperans multum a morte abesse, sicut multum longe aberat a voluntate peregrinationis in Jerusalem ultra mare. Cum autem in Quadragesima ad Ecclesiam [col. 173] quae dicitur in Jerusalem apud Lateranum celebraret, per strepitum Daemonum sensit mortem adesse. Suspirans igitur ingemuit; et licet esset sceleratissimus, de Dei misericordia non desperans coram omnibus peccatum suum confessus est, et membra omnia, quibus Diabolo obsequium fecit, sibi jussit praecidi, et demum truncum corporis sui exanimem super biga poni, et quocumque animalia illud perducerent, ibi sisterent, atque ibi sepeliretur; quod factum est. Sepultus est igitur in Lateranensi Ecclesia in misericordiae signum, cum ad transeuntes sepulchrum ipsius, tam ex tumultu ossium, quam ex sudore praesagium est morituri Papae; sicut eodem sepulchro est literis exaratum.
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DEMONOLOGIA DI DANTE.
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Una dottrina demonologica ordinata e compiuta negli scritti di Dante non si trova, e nemmeno poteva esserci; ma da molti luoghi della Commedia, e pi particolarmente dell'Inferno, nei quali o sono introdotti demonii, o si parla di demonii, e da alcuni altri sparsi qua e l per le rimanenti opere, confrontati fra loro e aggruppati opportunamente, si ricava un certo numero di credenze e di opinioni che giova esaminare congiuntamente e conoscere. E come appena siensi esaminate alquanto, una cosa anzi tutto si rileva, ed  che la demonologia del poeta, in parte  dottrinale e dommatica, si rannoda cio alla speculazione e alla disquisizione teologica, in parte  popolare, conforme cio a certe immaginazioni comuni ai credenti del tempo; senza che manchino per altro qua e l, dentro di essa, vestigia di un pensar proprio e personale. Per ci che riguarda la parte dottrinale, il poeta l'ha senza dubbio attinta dalla teologia scolastica, di cui egli si mostra, come tutti sanno, assai ampio conoscitore, e pi particolare delle opere di S. Bonaventura, di Alberto Magno, di S. Tommaso d'Aquino, il suo dottor prediletto. Non  improbabile tuttavia che egli abbia udito in una od altra Universit d'Italia, forse anche di fuori, lezioni e dispute sopra un argomento di tanta importanza quale si era nel medio evo la dottrina dei demonii, intimamente congiunta con quella degli eterni castighi, e intorno a cui s'erano sino dai primi tempi della Chiesa esercitati gl'ingegni pi acuti e pi alacri. Se non che sono cos scarse ed incerte le notizie tramandateci degli studii e delle peregrinazioni di Dante, che nulla si pu affermare in proposito. Se fosse vero quanto afferma Giovanni Villani, e infiniti ripeterono dopo lui, che Dante, sbandito di Firenze, se ne and allo studio di Bologna; quivi avrebbe potuto il poeta apprendere di molte cose circa l'essere e le operazioni di Satana e degli angeli suoi. Una ragione per crederlo si ha in quelle parole che egli pone in bocca a frate Catalano de' Malavolti:

Io udi' gi dire a Bologna
Del diavol vizii assai, tra i quali udi'
Ch'egli  bugiardo, e padre di menzogna(79).

Ma comunque se la procacciasse, il poeta del mondo invisibile non poteva non avere una dottrina demonologica: senza curarci d'altro, vediamo qual sia(80).
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1.
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Gli  noto che il mito della ribellione e della caduta degli angeli si fonda sopra alcuni luoghi del Nuovo Testamento, i quali non sono di troppo sicura significazione. Un mito parallelo, e che ha radice nel Testamento Antico, narra di angeli, che avendo avuto commercio con le figlie degli uomini furono cacciati dal cielo. Entrambi i miti trovarono credito fra i Padri dei primi secoli; ma poi il primo soperchi e fece in qualche modo dimenticare il secondo. Dante osserva su questo punto la comune credenza del tempo suo. Nel Convivio egli chiama in generale i demonii intelligenzie che sono in esilio della superna patria(81), e piovuti dal cielo li dice nel c. VIII dell'Inferno(82); di Lucifero,

Che fu la somma d'ogni creatura,

dice nel 19 del Paradiso, che

Per non aspettar lume cadde acerbo(83);

ma nel VII della prima cantica allude alla parte pi drammatica del mitico racconto, alla cacciata dei ribelli, vinti dall'arcangelo Michele, che

Fe' la vendetta del superbo strupo(84);

e cacciati dal ciel, gente dispetta, li chiama nel IX(85). Essi corsero in colpa immediatamente dopo la loro creazione:

N giungeriesi, numerando, al venti
S tosto, come degli angeli parte
Turb il suggetto dei vostri elementi(86);

e ci avvenne fuori della intenzione divina, bench non fuori della divina prescienza(87). Cagione della colpa fu la superbia; e invidia e superbia sono, secondo S. Tommaso, i due soli peccati, che possano propriamente capire nella diabolica natura(88).

Principio del cader fu il maledetto
Superbir di colui che tu vedesti
Da tutti i pesi del mondo costretto,

dice Beatrice al poeta(89); di colui che fu primo superbo(90), e

Contra il suo Fattore alz le ciglia(91).

Di tutti gli ordini degli angeli si perderono alquanti tosto che furono creati, forse in numero della decima parte; alla quale restaurare fu l'umana natura poi creata(92). I cacciati dal cielo furono precipitati sopra la terra: Lucifero cadde folgoreggiando(93), dalla parte dell'emisfero australe,

E la terra, che pria di qua si sporse,
Per paura di lui fe' del mar velo,
E venne all'emisperio nostro; e forse
Per fuggir lui lasci qui il loco voto
Quella che appar di qua e su ricorse...(94)

Questa mirabile immaginazione , per quanto io so, tutta propria di Dante, e d luogo ad alcune difficolt sulle quali io non intendo di trattenermi(95). Ma non tutti gli angeli tristi peccarono egualmente: alcuni di essi si serbarono neutrali;

non furono ribelli,
N fr fedeli a Dio, ma per s foro.

Cacciati dal cielo, e rifiutati dal profondo Inferno, essi scontano la loro pena nel vestibolo, insieme con

l'anime triste di coloro
Che visser senza infamia e senza lodo(96).

Dicono i commentatori, ultimo lo Scartazzini, tal classe di angeli neutrali non trovarsi nella Bibbia, ed esser forse invenzione di Dante. Che nella Bibbia non si trovi  verissimo(97); ma non cos che Dante ne sia l'inventore. Nella leggenda del Viaggio di S. Brandano, la cui redazione latina risale, per lo meno, all'XI secolo, si legge che, nel corso della sua avventurosa navigazione, il santo, co' suoi compagni, giunse ad un'isola, dove trov un albero meraviglioso, popolato di uccelli candidissimi, i quali erano appunto angeli caduti, ma non per malvagi(98). Essi non soffron castigo, ma sono fuori dell'eterna beatitudine. Certo, la finzione della ingenua leggenda si scosta per pi ragioni da quella del poeta, ma ha con essa un concetto comune, il concetto di una schiera di angeli che, travolti nella ruina, perdettero il cielo, senza diventar propriamente ospiti dell'Inferno. La leggenda di S. Brandano fu una delle pi diffuse nel medio evo, e pass dalle redazioni latine, di cui rimangono ancora innumerevoli manoscritti, nelle volgari, dove ebbe spesso a soffrire alterazioni di pi maniere. Si pu tenere per certo che Dante la conobbe. Del resto quella finzione non ricorre soltanto nella leggenda di San Brandano. Ugone di Alvernia, eroe di uno strano romanzo, del quale, perdutasi la redazione francese originale, non rimangono se non rifacimenti franco-italiani e italiani, viaggiando alla volta dell'Inferno, trova, in prossimit del Paradiso terrestre, e in forma di uccelli neri, demonii d'intermedia natura, i quali han riposo la domenica(99). Ora, sebbene nella descrizione dell'Inferno, quale si ha nei rifacimenti nostri, sieno evidenti gl'influssi danteschi, molto nulladimeno  in essa che va esente da tali influssi e che certamente appartiene a immaginazioni e tradizioni predantesche, accolte nel poema primitivo(100). E al poema primitivo tengo per fermo che spetti quanto si dice di quei demonii intermedii, la cui condizione  non poco disforme dalla condizione che Dante attribuisce agli angeli del cattivo coro. Assai probabilmente la intera finzione pass nell'Ugone d'Alvernia dalla leggenda di San Brandano. N questo basta. Una finzione consimile si trova in un altro poema, di un buon secolo anteriore alla Divina Commedia. Wolfram von Eschenbach (m. c. il 1220) fa dire a Trevrizent, nel suo Parzival, che i primi custodi del Santo Gral furono gli angeli che nella battaglia fra Lucifero e Dio si mantenner neutrali(101).
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2.
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I demonii che Dante pone nel suo Inferno si possono, avuto riguardo ai luoghi di loro provenienza, dividere in due classi, demonii biblici e demonii mitologici, secondoch sono tolti alla tradizione scritturale e patristica, o al mito pagano. Cos  che insieme con Satana, o Beelzebub, o Lucifero(102), troviamo nel doloroso regno Caronte, Minosse, Cerbero, Plutone, Flegias, le Furie, Medusa, Proserpina(103), il Minotauro, i Centauri, le Arpie, Gerione, Caco, i Giganti. E non solo il poeta ricorda molti pi demonii mitologici che non biblici; ma assegna inoltre a quelli, fatta eccezione pel solo Lucifero, officii assai pi importanti che a questi: infatti, mentre agli altri demonii  solo commesso di tormentare alcune classi di dannati, il che  pure commesso ai Centauri e alle Arpie, Caronte traghetta le anime, Minosse le giudica, Cerbero e Plutone stanno a guardia, l'uno del terzo, l'altro del quarto cerchio, e via discorrendo. Ma qui c' argomento a parecchie osservazioni.
Pi volte fu Dante ripreso per aver mescolato insieme cose appartenenti al mito pagano e cose appartenenti alla credenza cristiana; e chi lo riprese in nome di questa credenza medesima, contaminata, in qualche modo, per tale immistione; chi in nome di certe convenienze estetiche, quanto evidenti e necessarie a chi le propugna, tanto ignote ai tempi di Dante e un gran tratto prima e dopo di lui. Considerare poi quella mescolanza come l'effetto anticipato di certe tendenze e di certe usanze dell'umanesimo, se non  erroneo in tutto,  erroneo in gran parte, e bisogna a questo proposito distinguere una doppia tradizione, letteraria e popolare.
Echi e riflessi del mito pagano si trovano in molte descrizioni dell'Inferno cristiano, a cominciare dai primi secoli della Chiesa e a venir gi gi sino ai tempi che immediatamente precedono Dante. Il Tartaro, l'Averno, il Flegetonte e gli altri fiumi infernali, la palude Stigia, Caronte. Cerbero, ricorrono frequentissimi(104). L'Inferno descritto nel Roman de la Rose ha tra' suoi abitatori Issione, Tantalo, Sisifo, le Danaidi, Tizio(105); e Alano de Insulis pone a dominare nelle tartaree sedi le Furie(106).
Qui noi ci troviamo di fronte a una tradizione letteraria; ma questa non  sola, ch insieme con essa va anche una tradizione popolare.
 noto che la Chiesa cristiana non giunse a far ci, che a un certo punto della loro storia religiosa (ma a un certo punto solamente) fecero gli Ebrei: negare cio in modo reciso e assoluto l'esistenza degli dei delle genti. La Chiesa cristiana, qual che ne fosse la ragione, che a noi ora non tocca indagare, non neg l'esistenza delle deit pagane, ma la divinit, e con lo stesso giudizio le convert in demonii. Non  cosa su cui gli apologeti e i Padri della Chiesa primitiva insistano con pi vigore; n il fatto  tale da doverne stupire se si pensa che in molte altre religioni avvenne per appunto il medesimo(107). Cos si trasformarono in diavoli, non solamente gli dei maggiori e minori, ma ancora i semidei, e degli dei quelli pi facilmente, come ben s'intende, cui gi i pagani attribuivano qualit paurose e maligne: inoltre le Lamie, le Empuse, le Arpie, le Chimere, i Gerioni, non furono spenti, ma diventarono ospiti dell'Inferno, sudditi e ajutatori di Satanasso.
Si potrebbe tessere di questa trasformazione un'assai lunga e curiosa istoria. I nomi delle antiche divinit, o almeno di alcune di esse, continuarono a vivere nella memoria dei popoli bene o male convertiti, e intorno a quei nomi nacquero superstizioni, leggende e fantasie. Sant'Antonio incontrava nel deserto un centauro, e San Gerolamo non sa risolvere se fosse apparizione diabolica, o mostro naturale(108). Incontrava anche un satiro che parlava e lodava Dio, ma per eccezione certamente, giacch quella del satiro fu una delle forme che pi spesso si diedero al diavolo(109). Ai tempi di Gervasio da Tilbury (XII e XIII sec.) si parlava ancora di fauni, di satiri, di silvani, di Pani, e molti affermavano averli veduti(110); i fauni s'invocavano ancora nella diocesi di Lione ai tempi di Stefano di Borbone (m. verso il 1262)(111).
Mercurio diventa un diavolo nella leggenda di Giuliano l'Apostata; Venere un diavolo in parecchie leggende, di cui la pi famosa  quella del cavaliere Tanhuser(112); un diavolo, com' del resto assai naturale, Vulcano. Sigeberto Gemblacense ricorda che certe bocche vulcaniche in Sicilia, le quali si credevano essere spiracoli dell'Inferno, si chiamavano da quegli abitanti col nome di Ollae Vulcani(113). C'erano diavoli acquatici che si chiamavano Nettuni, pericolosi a chi si trovava in prossimit di acque profonde, e infesti, pare, alle donne(114); c'erano le sirene che, come in antico, traevano a perdizione col canto gl'incauti navigatori(115).
Demonio di molta importanza divent Diana, certamente in grazia della identificazione sua con Ecate e con Proserpina. Di Diana demonio si discorre nella leggenda di S. Niccol(116), mentre altre leggende la designano pi propriamente come il demonio meridiano(117). In una Vita di S. Cesario, vescovo di Arles (m. 542), si fa menzione di un demonio chiamato Dianum dai campagnuoli(118). Un canone, indebitamente attribuito al sinodo di Ancira dell'anno 314, ma riportato da Reginone, abate di Prm (m. 915)(119), da Burcardo di Worms (m. 1024)(120), da Graziano (m. 1204?)(121), fa menzione di donne le quali s'immaginavano di andare in giro la notte, a cavallo di varii animali, in compagnia di Diana e di Erodiade; e a questa stessa superstiziosa credenza alludono, un Capitolare di Lodovico II imperatore, dell'anno 867(122), il gi citato Stefano di Borbone(123), Giovanni Herolt (m. 1418)(124), e altri. Anzi  da notare che il nome di Diana e la credenza accennata non sono per anche in tutto dileguati dalla memoria di alcuni popoli cristiani(125). Sant'Eligio, morto poco oltre il mezzo del settimo secolo, dice in un sermone famoso, combattendo certi avanzi di credenze pagane: Nullus nomina daemonum, aut Neptunum, aut Orcum, aut Dianam invocare praesumat(126). Il pessimo pontefice Giovanni XII fu, nel sinodo romano del 963, accusato d'aver bevuto alla salute del diavolo, diaboli in amorem, e di avere, giocando a dadi, invocato l'ajuto di Giove, di Venere, ceterorumque demonum(127).
Se, dunque, le antiche divinit s'erano tramutate in demonii, era non pure lecito, ma necessario, porle con gli altri demonii in Inferno. Gli autori delle Chansons de geste ricordano spesso quali diavoli Giove ed Apollo, talvolta i Nettuni rammentati di sopra e Cerbero(128). Cerbero apparisce inoltre come cane infernale in alcun documento di poesia medievale tedesca(129), e in molti di poesia latina(130). Nella Visione di Tundalo, Vulcano e i suoi ministri arroventano nel fuoco le anime, le martellano sulle incudini(131); nella Kaiserchronik si racconta che l'anima di Teodorico fu portata dai demonii nel monte, a Vulcano, in den berc ze Vulkn(132). Dante anche in ci non fece se non seguire la tradizione e il costume, salvo che egli si content di porre nell'Inferno cristiano divinit pagane infernali, e lasci in pace Giove, Apollo e gli altri: anzi il nome di sommo Giove diede a Cristo. Forse non gli bast l'animo di abbassare alla condizione di diavoli malvagi e deformi le divinit luminose di cui la fantasia di lui doveva pure essersi innamorata leggendo Virgilio e gli altri poeti latini(133).
Ma i diavoli mitologici dell'Inferno dantesco porgono argomento a pi altre considerazioni.
Dante ricorda parecchi giganti tolti al mito pagano (Efialte, Briareo, Anteo, Tizio, Tifeo) e uno tolto al mito biblico (Nembrot): sono essi demonii nel concetto del poeta? Credo che sieno a quel modo che i Centauri, ed anche perch, quelli del mito pagano almeno, sono, non uomini, ma dei. Quanto a Nembrot si pu osservare che, sonando il corno, e poi con le inintelligibili e orrende parole, egli sembra, o volere spaventare i poeti che si avvicinano, o avvertire Lucifero di loro venuta(134), e cos fa presso a poco ci che gi prima avevano fatto Caronte, Minosse, Cerbero, Plutone. Perci non si pu dire che i giganti sieno in luogo a loro non conveniente, laggi nel pozzo dell'ottavo cerchio. Demonii appunto erano, secondo un'antica opinione, i giganti nati dal commercio degli angeli e delle figlie degli uomini(135); giganti nerissimi trova Carlo il Grosso(136) nell'Inferno da lui veduto, intesi ad accendere ogni maniera di fuochi(137); nelle Chansons de geste, i giganti sono spesso considerati come diavoli venuti fuor dall'Inferno, o come figli di diavoli(138), e Tundalo vede due enormi giganti tenere aperta la voraginosa bocca del mostro Acheronte, la quale capere poterat novem milia hominum armatorum(139).
Minosse e Flegias sono due semidei, figlio di Giove l'uno, di Ares o Marte l'altro. A prima giunta sembra che se ci che in essi era di divino doveva rendere possibile e provocare la trasformazione in demonii, ci che era di umano doveva impedirla, se non per Minosse, il quale aveva gi trovato posto, come giudice, nell'Inferno pagano, almeno per Flegias(140). Ma, in verit, questo impedimento non c'era. Nei demonii Giuseppe Flavio riconosceva le anime degli uomini malvagi (a????p?? p?????? p?e?ata)(141): nelle Chansons de geste appajono spesso come demonii Nerone, Maometto, Pilato(142); e come demonio appare Maometto nel poema di Giacomino da Verona, De Babilonia civitate infernali(143). Dante stesso riconosce una grande affinit fra lo spirito dell'uomo malvagio e il demonio, quando col nome di demonio appunto chiama l'anima dannata(144), e Demonio dice Maghinardo Pagani(145). Come Dante di Minosse, Wolfram von Eschenbach fa un diavolo di Radamanto(146).
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3.
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Dante d un corpo ai demonii, seguendo in ci la opinione di molti Padri e Dottori della Chiesa e la vulgata credenza(147); ma di che natura  desso? Sia che il poeta non avesse in proposito concetti ben definiti, sia che la materia del suo poema e certe convenienze di trattazione non gli permettessero di sempre osservarli, fatto sta che in quanto egli dice o accenna a tale riguardo si nota incertezza e contraddizione. Le opinioni stesse dei Padri non sono troppo concordi. Fra quella di Gregorio Magno, che voleva i diavoli al tutto incorporei(148) e quella di Taziano, che volentieri esagerava la materialit loro(149), alcuna ve n' pi temperata; ma si ammetteva quasi generalmente che i demonii avessero un corpo formato d'aria o di fuoco; anzi un corpo si attribuiva anche agli angeli, e si diceva che, dopo la caduta, quello dei demonii era divenuto pi grossolano e pi spesso. Dante ha gli angeli in conto di forme pure, di sustanze separate da materia(150), e nulla dice del modo onde i demoni acquistarono un corpo; ma forse ci pu dar qualche lume in proposito, quanto egli dice del modo che tengon le anime uscite di questa vita nel formarsene uno d'aria condensata(151). E badisi che qui si discorre del corpo che i demonii hanno in proprio, e non di quello onde possono rivestirsi accidentalmente, per loro particolari propositi.
Ho accennato a incertezze e contraddizioni di Dante in s fatto argomento. Il corpo di cui  provveduto il demonio Flegias  certo un corpo sottilissimo, non pi pesante dell'aria entro a cui si muove, e in tutto simile all'ombra di Virgilio, giacch la barca con cui egli fa passare ai due poeti la palude degli iracondi sembra carca solo quando Dante vi entra(152). Il corpo di Lucifero per contro dev'essere assai pi denso e grave, non solo per quel suo essersi sprofondato sino al punto

Al qual si traggon d'ogni parte i pesi;

e perch la ghiaccia lo stringe tutto intorno e ritiene, come solo pu fare solido con solido; ma ancora perch i due poeti, e specialmente Dante, che  d'ossa e di polpe, possono scendere e arrampicarsi sopra di esso non altrimenti che se fosse una rupe(153). Pu darsi che Dante abbia con pensato proposito dato un corpo pi grossolano e pi denso al pi malvagio degli angeli ribelli, a colui che 

Da tutti i pesi del mondo costretto(154);

ma vuolsi notare che qualche incertezza egli lascia scorgere anche riguardo ai nuovi corpi rivestiti dalle anime dannate o purganti. Nell'Antipurgatorio il poeta vuole abbracciare Casella e non pu:

O ombre vane, fuor che nell'aspetto!
Tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
E tante mi tornai con esse al petto(155);

e pure trova poco pi oltre le anime dei superbi che si accasciano sotto i ponderosi massi(156). Nel terzo cerchio dell'Inferno i poeti passano su per l'ombre che adona la greve pioggia, e pongono le piante

Sopra lor vanit che par persona(157);

ma nel nono Dante forte percote il pi nel viso ad una delle anime triste dell'Antenora(158). Virgilio non isparge ombra in terra(159); ma  in grado di sollevare e portar Dante(160).
Quanto alla forma e all'aspetto de' demonii Dante non dice gran che, fatta eccezion di Lucifero. Caronte  da lui dipinto(161) quale gi il dipinse Virgilio. Minosse ha pi del bestiale e del diabolico: sta orribilmente, ringhia, agita una lunga coda, con cui pu cingersi ben nove volte il corpo, quanti sono i cerchi dell'Inferno(162). Plutone, che Virgilio chiama maladetto lupo, mostra altrui un volto gonfio d'ira (enfiata labbia), una sembianza di fiera crudele, ha la voce chioccia(163). Gerione, mutato l'aspetto che gi ebbe nel mito, ha faccia d'uom giusto, il resto di serpe, due branche pelose, coda aguzza, il dorso, il petto, le coste simbolicamente dipinti di nodi e di rotelle(164). Cerbero(165), le Furie(166), il Minotauro(167), i Centauri(168), le Arpie(169), serbano invariate le forme tradizionali; e cos dicasi dei Giganti, dei quali non si descrive se non la smisurata statura(170).
Ma non mancano nell'Inferno dantesco diavoli in cui pi propriamente si scorge l'aspetto che ai nemici dell'uman genere attribu la turbata fantasia dei credenti, specie nel medio evo. Questi diavoli sono neri (angeli neri(171), neri cherubini(172)), quali gi s'immaginavano nel IV secolo(173), e con forma umana, la forma che in quel medesimo tempo si attribu loro(174). I demonii che sferzano i mezzani nella prima bolgia dell'ottavo cerchio, sono cornuti(175); Ciriatto  sannuto(176); Cagnazzo mostra, non un volto, ma un muso(177); ed essi e i compagni loro sono armati di artigli(178). Il demonio che butta gi nella pegola spessa dei barattieri uno degli anziani di Santa Zita  dipinto quale infinite opere d'arte del medio evo appunto cel mostrano:

Ahi, quanto egli era nell'aspetto fiero!
E quanto mi parea nell'atto acerbo,
Con l'ale aperte e sovra i pi leggiero!
L'omero suo, ch'era acuto e superbo,
Carcava un peccator con ambo l'anche,
E quei tenea de' pi ghermito il nerbo(179).

Se non che bisogna dire che Dante, trattenuto forse da un delicato sentimento d'arte, non diede a nessuno dei demonii suoi, nemmeno a Lucifero, la deformit abbominevole che spesso hanno i demonii descritti nelle leggende, o ritratti da pittori e scultori nel medio evo(180).
Lucifero, il principe dei demonii,

La creatura ch'ebbe il bel sembiante(181),

 da Dante rappresentato di smisurata grandezza, brutto quanto gi fu bello, e forse pi, con tre facce alla sua testa, l'una vermiglia, tra bianca e gialla l'altra, nera la terza, sei enormi ali di pipistrello, corpo peloso(182). Quelle tre facce diedero assai da pensare ai commentatori, parecchi dei quali attribuirono loro significati, cui non sarebbero certo andati a rintracciare, se invece di stimarle una immaginazione propria di Dante, avessero saputo che assai prima di Dante si trovano. I commentatori pi antichi, i quali dovevano saperlo, ne diedero, in generale, interpretazione assai pi giusta che non i moderni, e non si smarrirono dietro a sogni, come il Lombardi, che nelle tre facce vide simboleggiate le tre parti del mondo onde Satana ha tributo di anime, e come il Rossetti che vi riconobbe Roma, Firenze, la Francia.
Questo Lucifero con tre facce non balza fuori per la prima volta dall'accesa fantasia di Dante; gi innanzi la coscienza religiosa l'aveva immaginato e scorto, gi le arti l'avevano raffigurato. Esso  come l'antitesi della Trinit, o come il suo rovescio. La Trinit fu qualche volta nel medio evo rappresentata sotto specie di un uomo con tre volti; e poich il concetto della Trinit divina suggerisce il concetto di una Trinit diabolica, e poich inoltre nello spirito del male si supponeva essere tre facolt o attributi opposti e contraddicenti a quelli che si spartiscono fra le tre persone divine, cos era naturale che si ricorresse per rappresentare il principe de' demonii a una figurazione atta a far riscontro a quella con che si rappresentava il Dio uno e trino. Lucifero appare con tre facce in iscolture, in pitture su vetro, in miniature di manoscritti, quando cinto il capo di corona, quando sormontato di corna, tenente fra le mani talvolta uno scettro, talvolta una spada, o anche due(183). Quanto tal figurazione sia antica  difficile dire. Un manoscritto anglo-sassone del Museo Britannico, appartenente alla prima met del secolo XI, reca una immagine di Satana, nella quale si vede, dietro l'orecchio sinistro (la figura  di profilo), spuntare di traverso una seconda faccia(184). Pi tardi il corpo di demonii ebbe spesso a coprirsi di facce, significative di malvagi istinti. Senza dubbio Dante volle con le tre che d al suo Lucifero, conformemente a una usanza gi antica, rappresentare gli attributi diabolici opposti ai divini; e poich, per lo stesso Dante, come per S. Tommaso, il Padre  potest, il Figliuolo  sapienza, lo Spirito Santo  amore(185), le tre facce non possono simboleggiare se non impotenza, ignoranza, odio, come rettamente giudicarono alcuni dei commentatori pi antichi.
Non solo Dante non immagin, egli primo, il Lucifero con tre facce; ma nemmen primo immagin di porre in ciascuna delle tre bocche immani un peccatore non degno di minor pena. Nella chiesa di Sant'Angelo in Formis, presso Capua, una grande pittura, stimata opera del secolo XI, rappresenta Lucifero in atto di maciullar Giuda(186). Nella chiesa di S. Basilio, in tampes, una scultura del XII rappresenta appunto Lucifero che maciulla tre peccatori, e rappresentazioni s fatte erano, sembra, frequenti in Francia(187). Il Boccaccio ricorda il Lucifero da San Gallo(188), e il Sansovino dice che nella chiesa di San Gallo, in Firenze, era dipinto un diavolo con pi bocche(189). Dante parla del terror che lo colse alla vista di Lucifero:
 
Com'io divenni allor gelato e fioco,
Nol dimandar, lettor, ch'io non lo scrivo,
Per ch'ogni parlar sarebbe poco.
Io non morii e non rimasi vivo.
Pensa oramai per te, s'hai fior d'ingegno,
Qual io divenni d'uno e d'altro privo(190).

Non  forse da tacere, a tale proposito, che la vista del diavolo si credeva potesse essere perniciosa e letale. Cesario di Heisterbach narra di due giovani che languirono gran tempo per aver veduto il diavolo in forma di donna(191); Tommaso Cantipratense dice che la vista del diavolo fa ammutolire(192).
Dante non dice nulla delle forme varie che i demonii possono assumere a lor piacimento. Egli fa ricordo di cagne bramose e correnti che lacerano i violenti contro a se stessi(193); di serpenti che tormentano i ladri(194); di un drago, che stando sulle spalle di Caco, affoca qualunque s'intoppa(195), ma non dice che sieno demonii, e noi non possiamo indovinare con sicurezza il pensier suo a tale riguardo. Animali diabolici s'incontrano nelle Visioni: in quella di Alberico si fa espressa menzione di due demonii che hanno forma, l'uno di cane, l'altro di leone(196); ma, da altra banda  da ricordare che serpenti e scorpioni smisurati e lupi e leoni sono nell'Inferno di Maometto, e che molte fiere selvagge e voraci sono nell'Inferno indiano(197).
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Circa la natura morale dei demonii Dante non ha e non poteva avere cose nuove da dire: conosciuti erano gli atti e portamenti loro; la loro riputazione era fatta.
Lucifero fu creato pi nobile d'ogni altra creatura(198); ma il peccato, il superbo strupo(199), cancell in lui, come ne' seguaci suoi, ogni natia nobilt. La superbia fu il suo primo peccato(200); fu il secondo l'invidia, e questa trasse a perdizione i primi parenti, e con essi tutto il genere umano(201). Egli  il nemico antico ed implacabile dell'umana prosperit(202), l'antico avversaro(203) di tutti gli uomini, ma pi di quelli che non vanno per le sue vie, e cui egli tenta trarre a peccato e a ruina; il vermo reo che il mondo fora(204). Perci egli con amo invescato attira le anime(205), e tenta insidiarle persino in Purgatorio, donde lo cacciano gli angeli(206). Egli, il perverso(207), ?at' e?????  bugiardo e padre di menzogna(208). Il mal voler, che pur mal chiede(209),  fatto natura sua e degli angeli suoi: Dante, con tutti i teologi del suo tempo, rifiuta e condanna la opinion di Origene e di alcuni seguaci di lui, che i demonii possano ravvedersi e trovar grazia. L'ira e la rabbia sono passioni principali dei maledetti(210). Caronte parla iracondo, si cruccia, batte col remo qualunque anima si adagia(211); Minosse si morde per gran rabbia la coda(212); Plutone consuma dentro s con la sua rabbia(213); Flegias, conosciuto il proprio inganno, se ne rammarca nell'ira accolta(214); i demonii che stanno a custodia della citt di Dite parlan tra loro stizzosamente(215); il Minotauro morde se stesso,

S come quei cui l'ira dentro fiacca(216);

e non parliam delle Furie e d'altrui demonii che con atti o con parole fan manifesta la rabbia che li divora. Quelli della quinta bolgia dell'ottavo cerchio digrignano i denti e con le ciglia minaccian duoli(217). Opportuna perci la comparazione che pi di una volta Dante fa de' suoi demonii con mastini sciolti, con cani furibondi e crudeli(218). Se Rubicante  pazzo, come Malacoda lo chiama(219), la sua  certo pazzia furiosa.
I demonii sono gelosi del loro regno, e malvolentieri vedono altri penetrarvi e aggirarvisi, se non  condotto da loro e in lor servit. Come gi si opposero alla discesa di Cristo(220), cos si oppongono al viaggio di Dante. Caronte, Minosse, Cerbero, Plutone, i demonii della citt di Dite, le Furie, forse anche Nembrot, cercano in varii modi e con varii argomenti di farlo retrocedere(221). Allo stesso modo, nella leggenda del Pozzo di San Patrizio, i demonii tentano ripetutamente di far tornare addietro il cavaliere Owen. La tracotanza e l'insolenza sono proprie qualit dei superbi caduti, a umiliare le quali  talvolta necessario l'intervento divino(222). E anche quando sanno non essere senza l'espresso volere di Dio l'andata dei due poeti, i demonii pi protervi si studiano di nuocer loro, minaccian Dante coi raffii(223), ingannano Virgilio con false informazioni(224), inseguono l'uno e l'altro per prenderli, dopo averli lasciati andare(225). Nella Visione di Carlo il Grosso appajono nigerrimi demones advolantes cum uncis igneis, i quali tentano di uncinare Carlo, e ne sono impediti dall'angelo che lo guida(226); nella Visione di un uomo di Nortumbria, narrata da Beda, demonii minacciano di afferrare con ignee tenaglie l'intruso(227); anche Alberico  minacciato da un diavolo e difeso da San Pietro(228). Giunto in prossimit dell'Inferno, il Mandeville si vide contrastare il passo da un nugulo d'avversarii, ed ebbe da uno di loro una mala percossa, di cui port il segno per ben diciott'anni. Che con un naturale s fatto i diavoli non possano amarsi tra loro s'intende facilmente. Come Alichino e Calcabrina fanno, l, nella bolgia dei barattieri(229), cos debbono gli altri azzuffarsi quando l'occasione se ne porga. Vero  che Barbariccia, co' suoi, tiran poi fuori del bollente stagno, in cui eran caduti, i due combattenti.
Quest'opera di fraterno soccorso ci lascia pensare che anche nei diavoli possa talvolta essere alcun che di men tristo. Minosse, il conoscitor delle peccata, ha da avere, se non altro, un sicuro sentimento di giustizia, senza di che non potrebbe assegnare a ciascun peccatore la pena che gli si conviene. Chirone d una scorta fida ai poeti(230); Gerione concede loro il suo dorso(231); Anteo li posa sull'ultimo fondo dell'Inferno(232).
 opinione comune dei teologi che l'intelletto dei demonii siasi ottenebrato dopo la caduta, di maniera che, se vince ancora, e di molto, l'umano,  di gran lunga inferiore all'angelico. Essi non conoscono il futuro se non in quanto Dio lo fa loro palese, o in quanto possono argomentarlo da indizii e da fenomeni naturali; similmente non penetrano l'animo umano, ma da segni esteriori argomentano ci che in esso si muove(233). Dante non pare abbia pensato altrimenti, sebbene, sul conto del saper loro, mostri di essere incorso in qualche contraddizione. A suo giudizio i demonii non possono filosofare, perocch amore  in loro del tutto spento, e a filosofare...  necessario amore(234); ci nondimeno, il demonio che se ne porta l'anima di Guido da Montefeltro pu vantarsi d'esser loico, e de' buoni(235). Caronte conosce essere Dante un'anima buona(236): da che? non sappiamo. Flegias, per contro, crede vedere in Virgilio un'anima rea(237). Del resto n Caronte, n Minosse, n Plutone, n i demonii della citt di Dite, sanno la ragione del viaggio di Dante e il divino patrocinio sotto cui esso si compie, e Virgilio a pi riprese deve far ci manifesto. Ora tale ignoranza pu parere un po' strana, se si pensa che Dante stesso afferma non avere i demonii bisogno della parola per conoscere l'uno i pensamenti dell'altro(238). Dato dunque che non potessero penetrare nella mente di Virgilio e di Dante, essi avrebbero dovuto aver cognizione del fatto come prima uno dei loro l'avesse avuta. Ma i demonii, che Dante trova in Inferno, usano della parola anche quando conversan tra loro(239).
Della potenza diabolica Dante non dice gran che; ma si conforma in tutto alla comune opinione quando attribuisce ai demonii potest sugli elementi, e narra della procella da essi suscitata, che travolse con le sue acque il corpo di Buonconte da Montefeltro(240).
Il demonio pu invadere il corpo umano e produrre in esso turbazioni simili a quelle che arrecano certi morbi(241); pu inoltre animare i corpi morti e dar loro tutte le apparenze e gli atti della vita. I traditori della Tolomea hanno, secondo dice frate Alberigo a Dante, questa sorte, che l'anima loro piomba in Inferno e pena, mentre il corpo, governato da un demonio, si rimane, in apparenza ancor vivo, nel mondo:

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
Che spesse volte l'anima ci cade
Innanzi ch'Atrops mossa le dea.
E perch tu pi volentier mi rade
Le invetriate lagrime dal volto,
Sappi che tosto che l'anima trade,
Come fec'io, il corpo suo l' tolto
Da un dimonio, che poscia il governa
Mentre che il tempo suo tutto sia vlto(242).

Nella medesima condizione si trovano Branca d'Oria, che

In anima in Cocito gi si bagna,
Ed in corpo par vivo ancor di sopra,

ed un suo prossimano(243).
Ora questa ingegnosa invenzione non , come sembra allo Scartazzini(244), una invenzione di Dante, suggerita da quanto nell'Evangelo di Giovanni (XIII, 27) si dice di Giuda: Et post bucellam introivit in eum Satanas; perch con tali parole l'Evangelista non vuol dir altro se non che da indi in poi Giuda fu in potest di Satana, e come invasato del maligno spirito. In fatti Giuda non muore allora, ma, dopo consumato il tradimento, da se stesso si uccide. La invenzione, o, meglio, la immaginazione, Dante la trov gi bella e formata, e le citate parole dell'Evangelista poterono tutto il pi suggerirgli l'idea di applicarla a pessimi peccatori, traditori come Giuda. Cesario di Heisterbach racconta la storia di un chierico cuius corpus diabolus loco animae vegetabat. Questo chierico cantava con voce soavissima e incomparabile; ma un bel giorno un sant'uomo uditolo, disse: Questa non  voce d'uomo, anzi  di demonio; e fatti suoi esorcismi costrinse il diavolo a venir fuori, e il cadavere cadde a terra(245). Tommaso Cantipratense racconta come un diavolo entr nel corpo di un morto, che era deposto, in una chiesa, e tent di spaventare una santa vergine che pregava; ma la santa vergine, datogli un buon picchio sul capo, lo fece chetare(246). Di un diavolo, che, per tentare un recluso, assunse il corpo di una donna morta, narra Giacomo da Voragine(247). Ma la immaginazione  assai pi antica. Di un diavolo, che, entrato nel corpo di un dannato, traghettava a un fiume i viandanti, con isperanza di poter loro nuocere, si legge nella Vita di San Gilduino(248); di un altro, che teneva vivo il corpo di un malvagio uomo, si legge nella Vita di Sant'Odrano(249). Se e come in quei corpi dei traditori animati dai demonii si compiessero le funzioni vitali, Dante, non dice: la opinione che non si compiessero se non in apparenza doveva essere la pi diffusa. Nei racconti test citati di Cesario e di Giacomo, i cadaveri, appena abbandonati dagli spiriti maligni, presentano tutti i caratteri di una inoltrata putrefazione, e ci conformemente ad altre opinioni e credenze, delle quali non mi dilungo a discorrere.
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I demonii avevano due sedi, l'Inferno, per punizione loro e dei dannati, e l'aria, per esercitazione degli uomini, sino al d del Giudizio(250). Della sede aerea Dante non dice nulla di proposito; ma la suppone evidentemente quando accenna a tentazioni diaboliche, quando parla della potest che hanno i demonii di suscitar procelle, o di demonii che contendono agli angeli le anime dei morti.
In Purgatorio Dante non pone demonii: l'antico avversario tenta di penetrarvi in forma di biscia,

Forse qual diede ad Eva il cibo amaro;

ma gli angeli, gli astor celestali, lo volgono in fuga(251). I teologi sono comunemente d'accordo nel ritenere che in Purgatorio non ci siano demonii a tormentare le anime; ma moltissime Visioni rappresentano il Purgatorio pieno anch'esso di diavoli, intesi a farvi il consueto officio di tormentatori. La Chiesa, che solo nel 1439, nel concilio di Firenze, ferm il dogma del Purgatorio, la cui dottrina era stata innanzi svolta da S. Gregorio e da S. Tommaso, non si pronunzi sopra questo punto particolare(252). Dante, che, quanto alla situazione e alla struttura del Purgatorio ha immaginazioni e concetti proprii, quanto alla relazion di esso coi demonii tiene la opinion dei teologi, rifiutando quella dei mistici.
Della situazione dell'Inferno, erano state, ed erano tuttavia, molte svariate opinioni(253); la pi accreditata e diffusa lo poneva nel centro della terra, e questa  appunto l'opinione seguita da Dante. Nell'Inferno dantesco i demonii sono variamente distribuiti, conforme al concetto che il poeta s'era formato della gravit delle colpe e della conseguente gravit dei castighi. Che demonii non debbano essere nel limbo, dove sono gli spiriti magni, solo esclusi dal cielo perch non ebber battesmo, e i fanciulli morti prima di averlo, s'intende facilmente; e mezzi demonii si possono dire quelli che nel vestibolo scontano lor pena insieme con gli sciaurati che mai non fur vivi. Il primo vero demonio che Dante incontri  Caronte, ed  strano abbastanza che egli non ne abbia posto alcuno a guardia della porta su cui sono le parole di colore oscuro, e che, forzata da Cristo, trovasi ancora, a dir di Virgilio, senza serrame(254). Nel secondo cerchio  Minosse, solo nominato; ma debbono pure esservi altri demonii esecutori delle sentenze di lui, quelli per le cui mani le anime giudicate son gi vlte(255). I diavoli appajono per la prima volta numerosi (pi di mille) sulle porte della citt di Dite(256). Possono i diavoli che sono in Inferno, e cui  commesso di tormentare le anime, uscir di l entro? Dante nol dice, ma per alcuni espressamente lo nega. Lucifero  confitto nel ghiaccio, n si pu muovere, suggerita senza dubbio la immaginazione da quel luogo dell'Apocalissi, detta di S. Giovanni, ove si narra che l'arcangelo Michele prese il dragone e lo leg per mille anni(257). Lucifero legato nell'ultimo fondo dell'Inferno appare anche in alcune Visioni(258). Efialte  legato(259), mentre Anteo  sciolto(260). I diavoli della quinta bolgia del cerchio ottavo, non possono uscire di l,

Che l'alta provvidenza che lor volle
Porre ministri della fossa quinta,
Poder di partirsi indi a tutti tolle(261).

Ed  assai probabile che Dante abbia inteso il medesimo dei diavoli che nell'altre bolge e negli altri cerchi hanno ufficio di punitori.
S. Tommaso, al pari di molti altri teologi, e conformemente a quanto  accennato nel Nuovo Testamento, ammette che fra i demonii come fra gli angeli rimasti fedeli, ci sieno varii ordini e una gerarchia, a capo della quale  Beelzebub(262). Dante non esprime a tale riguardo una opinione categorica; ma presenta Lucifero quale re dell'Inferno e principe dei demonii(263), cui forse Plutone invoca nel suo inintelligibile linguaggio(264). Quanto agli altri demonii si pu notare qua e l qualche indizio di primazia e di soggezione. Abbiamo gi veduto che Minosse deve avere altri demonii sotto di s, esecutori delle sue sentenze. Chirone sembra essere il duce dei Centauri(265): Malacoda sembra avere alcuna signoria sui diavoli che tormentano i barattieri(266). Forse Dante ebbe a ricordarsi dell'antica opinione di Erma, di Clemente Alessandrino, di Origene e di altri, che ordinavano i demonii secondo le varie specie di peccati a promuovere i quali pi specialmente attendevano: questo dubbio nasce quando si vede l'iracondo Flegias fatto navicellajo della palude degli iracondi(267); il ladro Caco perseguitare i ladri(268); Lucifero, il primo traditore, dirompere coi denti i tre grandi traditori(269).
Dante considera l'Inferno quale un regno opposto e contrario regno de' cieli, e come Dio  l'imperador che lass regna, l'alto sire del regno della beatitudine, cos Lucifero 

Lo imperador del doloroso regno,(270)

e le Furie sono

le meschine
Della regina dell'eterno pianto(271).

Questo concetto di un regno satanico si trova gi negli Evangeli(272) e in Padri della Chiesa, onde si trasse argomento, nelle rappresentazioni dell'arte, a dare a Lucifero, quali insegne della sua potest, scettro e corona. Con tali insegne, o seduto sopra un trono, comparve anche Satana fuori dell'Inferno, in molte leggende(273). Giacomino da Verona chiama anch'egli Lucifero re dell'Inferno(274); ma, come Dante, gli nega ogni segno e fregio di signoria.
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Vediamo ora i demonii di Dante in relazione coi dannati, nell'ufficio loro di giustizieri e tormentatori infernali.
Quando muore Guido da Montefeltro, resosi, dopo una vita tutta piena di colpe, cordigliero, S. Francesco viene per raccorne l'anima; ma un de' neri Cherubini gli dice:

Nol portar; non mi far torto.
Venir se ne dee gi tra' miei meschini,
Perch diede il consiglio frodolente,
Dal quale in qua stato gli sono a' crini;
Ch'assolver non si pu chi non si pente,
N pntere e volere insieme puossi
Per la contradizion che nol consente(275).

Quando invece muore Buonconte, sinceramente pentito, e col nome di Maria sulle labbra, viene l'angel di Dio e ne prende l'anima; ma quel d'Inferno grida:

O tu dal ciel, perch mi privi?
Tu te ne porti di costui l'eterno
Per una lagrimetta che il mi toglie:
Ma io far dell'altro altro governo(276).

Qui abbiamo, se non isvolti, indicati due contrasti, del demonio e d'un santo l'uno, del demonio e dell'angelo l'altro: nel primo vince il demonio; nel secondo l'angelo.
 noto che contrasti s fatti furono popolarissimi nel medio evo, e varie letterature di quella et ne serbano numerosi documenti(277). Il concetto che li inspira scaturisce del resto dall'intimo della credenza cristiana e non  d'indole popolare soltanto. La lotta fra il divino e il diabolico  in essa iniziale, immanente. Prima Lucifero si ribella al suo fattore, poi perverte i primi parenti e tutta l'umana generazione; Cristo vince Lucifero e spoglia l'Inferno; Maria calpesta l'antico serpente; l'Anticristo, campione di Satana, rinnovera la pugna. Se oggetto dell'interminabile contesa  l'umanit, gli  giusto che per ogni singola anima le contrarie potest combattano. La credenza che ciascun uomo sia, lungo il corso di tutta la vita, accompagnato, a destra da un angelo, da un demonio a sinistra, e tanto antica quanto ovvia(278), e poich, mentre dura la vita di quello, i due spiriti avversarii tentano di sopraffarsi a vicenda, l'uno persuadendo il bene, l'altro istigando al male, ragion vuole che il contrasto non cessi, anzi si faccia pi vivo in quel supremo momento in cui si decide il destino immutabile delle anime e si suggella sopr'esse l'eternit. In una lettera che i vescovi Remensi e Rotomagensi scrissero nell'858 a Luigi il Germanico si dice che i diavoli sono sempre presenti alla morte degli uomini, cos dei malvagi, come dei giusti(279); e poich, da altra banda, son pur presenti gli angeli, il contrasto  inevitabile. Un tale, di cui narra la Visione di S. Bonifazio, apostolo della Germania (683-755), assist a una specie di contrasto generale delle milizie celesti e infernali: Innumerabilem quoque malignorum spirituum turbam nec non et clarissimum chorum supernorum angelorum adfuisse, narravit. Et maximam inter se miserrimos spiritus et sanctos angelos de animabus egredientibus de corpore disputationem habuisse, daemones accusando et peccatorum pondus gravando, angelos vero relevando et excusando(280). Nel Muspilli  detto che ogni qual volta un'anima esce dal corpo angeli e diavoli s'azzuffan tra loro.
L'immaginazione di s fatti contrasti  assai antica. Nella epistola cattolica di Giuda, tenuta ora generalmente apocrifa dai critici, ma che si trova gi ricordata nel secondo secolo, si accenna (v. 9) ad un alterco che l'arcangelo Michele ebbe col diavolo pel corpo di Mos(281). Di Sant'Antonio racconta Sant'Atanasio, che una volta fu rapito in ispirito, e levato dagli angeli in cielo. I diavoli, ci vedendo, cominciarono a contrastare, e gli angeli a chiedere perch il facessero, non essendo in Antonio macchia di peccato. I diavoli allora presero a ricordare tutti i peccati che egli aveva commessi, prima di abbracciare la vita solitaria, sin dalla nascita, e ad aggiungerne molt'altri, da loro calunniosamente inventati. Finalmente, non riuscendo loro la cosa, sgombrarono il passo(282). I Mongoli credono che ogni anima d'uomo che, muore giunga in presenza del supremo giudice accompagnata da uno spirito buono e da uno spirito malvagio, i quali con sassolini bianchi e neri fanno il novero delle sue buone e cattive azioni.
Il contrasto  pi spesso tra demonii e angeli; talvolta  tra demonii e santi, come si vede nella lettera apocrifa che si volle scritta da S. Cirillo, arcivescovo di Gerusalemme, a Sant'Agostino, e nella Visione che un sant'uomo ebbe della liberazione dell'anima di re Dagoberto(283). Talvolta pure  tra i demonii e la Vergine, e ne' varii casi assume varia forma e vario carattere, secondo tempi, luoghi, e condizioni di persone. Come s' veduto, Dante accenna appena ad un diverbio; anzi diverbio propriamente non pone, giacch S. Francesco nulla risponde alle ragioni del diavolo loico, e nulla risponde l'angelo ai rimproveri del vinto avversario. Ma di forme cos parche e temperate non avrebbe potuto appagarsi n la fantasia dei mistici, n la fantasia popolare, e per esse il contrasto doveva, facendosi sempre pi grossolano, accogliere in s tutti i possibili modi della contestazione e della contesa. Il libro dove sono notate tutte le buone azioni, e il libro, di solito molto maggiore, dove tutti i peccati son registrati, l'uno recato degli angeli, l'altro dai diavoli, figurano gi nella storia di un malvagio cavaliere del re Coenredo, narrata da Beda(284), ripetuta dal Passavanti. Essi trovansi del resto anche in altre mitologie. I Mongoli credono che il dio della morte ha un libro dove nota tutte le azioni degli uomini. In altre leggende cristiane si ha la bilancia con cui angeli e diavoli pesano azione buone e cattive(285). In una delle Visioni di S. Furseo, i demonii disputano assai dottamente con gli angeli di peccati e di penitenza, citano le Scritture, e non si mostrano men buoni dialettici del diavolo che se ne porta l'anima di Guido(286). Per l'anima di Baronto contrastano due demonii e l'arcangelo Raffaele. Disputano un giorno intero, senza venire a nessuna conclusione: allora l'arcangelo, spazientito, tenta di levar senz'altro l'anima in cielo; ma invano, perch l'uno dei demonii l'acchiappa dal lato sinistro, l'altro, da tergo, la tempesta di calci. La battaglia dura un pezzo, si fa pi aspra. Sopraggiungono altri quattro demonii in ajuto de' compagni, altri due angeli in ajuto di Raffaele. Dgli e picchia, finalmente le potest celesti trionfano(287). Notevole esempio di antropomorfismo anche questo, da aggiungersi agl'infiniti onde  piena la storia di tutte le religioni. Con certe forme di tali contrasti ha stretta relazione quello che fu chiamato il processo di Satana, di cui io qui non ho da occuparmi(288). Noter solo che in Dante il contrasto che passa oltre ad un grado, che si potrebbe chiamare, sebbene impropriamente, di prima istanza. N S. Francesco per l'anima di Guido, n il demonio per l'anima di Buonconte, si richiamano di quanto nel primo caso risolve il diavolo loico, di quanto nel secondo pare abbia gi risoluto l'angelo. Cos non avviene in molti altri contrasti. Nella Visione di S. Furseo angelo e demonio, non potendo accordarsi circa il possesso di un'anima, si appellano a Dio. Giacomo da Vitry narra di un gran peccatore che, in punto di morte, si confess al diavolo, credendo confessassi a un prete. Morto il peccatore, angeli e demoni furono, contrastando, intorno all'anima, e quelli dicevano che la confessione era valida, perch fatta in buona fede, e questi gridavano che non poteva valere, perch fatta al demonio. Per giudizio di Dio il peccatore risuscit e pot rifare la confessione. Questa storia  ripetuta dal Cavalca(289).
Degno di attenzione nel secondo contrasto narrato da Dante  il mal governo che il demonio, non potendo avere l'anima, fa del corpo di Buonconte(290); giacch, di solito, non  data ai demonii potest di offendere i corpi di chi muore riconciliato con Dio. Bens sono spesso dati loro in balia i corpi degli scelerati le cui anime vanno in inferno; e molte storie spaventevoli si raccontano di corpi che furono strappati a furia fuor delle chiese, bruciati negli avelli, o fatti a pezzi. Le peripezie del corpo di Pilato sono note abbastanza.
Ma qui viene in taglio un'altra osservazione. Il diavolo loico prende l'anima di Guido da Montefeltro, e la porta a Minosse, che la giudica e la manda fra i rei del foco furo(291). Come ci? Dice Virgilio che le anime di coloro che muojon nell'ira di Dio convegnon d'ogni paese alla triste riviera d'Acheronte, e che son pronte a passare il fiume, cos spronandole la divina giustizia che la tema si volge in desio(292). Se esse convengono di per s al fiume; se Caronte  quegli che le traghetta; se per tal via giungono in cospetto del giudice infernale, come va che l'anima di Guido  portata al giudizio da un diavolo? Si pu rispondere che Dante, narrando il passaggio delle anime oltre il fiume ebbe in mente il mito pagano, e che, narrando poi di Guido, si scord quel mito, e si sovvenne della comune credenza de' tempi suoi, secondo la quale le anime malvage erano portate via dai diavoli, e non le anime soltanto, ma qualche volta anche i corpi. N Dante ebbe a sovvenirsene in questo caso soltanto. Il diavolo che porta nella bolgia dei barattieri l'anziano di santa Zita, dice:

Mettetel sotto, ch'io torno per anche
A quella terra che n'ho ben fornita(293).

Anche nell'Inferno dantesco i diavoli hanno per ufficio di tormentare i dannati; ma bisogna subito dire che tale officio essi non adempiono con la frequenza, il furore, l'atrocit di cui porgono tanti esempii le altre Visioni. Caronte si contenta battere col remo qualunque si adagia(294); poi, per tutto il primo e secondo cerchio, come gi innanzi nel vestibolo dove sono i vigliacchi(295), non  pi cenno di diavoli tormentatori, fino a Cerbero, che

Graffia gli spirti, gli scuoja ed isquatra(296).

Minosse assegna soltanto a ciascun'anima la pena adeguata. Dante volle, non senza un concetto profondo, che i dannati trovassero lor castigo, almeno nella pi parte dei casi, in una condizione prestabilita, in un ordinamento fisso e costante di pene, nelle quali i demonii non han troppo ingerenza, e volle ancora sovente che i dannati stessi fossero gli uni contro gli altri esecutori e strumenti del meritato castigo, cos gli avari e i prodighi del quarto cerchio percotonsi coi pesi che van voltando per forza di poppa(297); cos le fangose genti fanno strazio di Filippo Argenti(298); cos il conte Ugolino rode il teschio dell'arcivescovo Ruggeri con denti come d'un can forti(299). Per non vediamo nell'Inferno di Dante demonii far bollire le anime in pentole affocate, arrostirle infisse in lunghi spiedi, struggerle in padelle roventi, segarle per lungo e per traverso, come in tante Visioni e rappresentazioni dell'Inferno interviene. L'orribile cuoco dell'Inferno di Giacomino da Verona(300) non ha luogo nell'Inferno di Dante, dove l'opera dei diavoli tormentatori comincia propriamente solo nel primo girone del settimo cerchio. Quivi i Centauri vanno a mille a mille intorno al fosso, saettando le anime che alcuna parte di s levan fuori dal sangue bollente(301). Ora, col settimo cerchio comincia quella parte dell'Inferno nella quale sono puniti i pi malvagi, secondo dice Virgilio(302). Da indi in poi troviamo, per non parlare delle cagne nere, bramose e correnti, che inseguono e lacerano i violenti contro a se stessi(303), e dei serpi che mordono i ladri(304), le Arpie, le quali si pascono delle fronde degli arbusti in che pure le anime dei violenti contro a se stessi son prigioniere(305); i diavoli cornuti, che con grandi sferze battono di dietro i mezzani(306); quelli che coi raffii arrocingliano i barattieri(307); il diavolo che accisma i seminatori di scandalo e di scisma(308); Lucifero, che maciulla i tre massimi peccatori, e col vento delle grandi ale aggela Cocito(309).
Ma i demonii cui  commesso l'ufficio di tormentare i dannati, soffrono essi pure una qualche pena, oltre a quella cui soggiacciono per la esclusione dal regno dei cieli, e per l'avvilimento di loro natura, conseguenza della caduta? Non mancano scrittori i quali dicono che dei tormenti infernali essi non soffrono, perch, se ne soffrissero, assai di mala voglia attenderebbero a quel loro officio, e all'altro, di tentare i cristiani; e spesso nelle rappresentazioni dell'arte i diavoli tormentatori mostrano in viso il compiacimento che provano di quel loro esercizio. Del solo Lucifero Dante, accenna, pi che non narri, l'intimo crucio, quando dice che

Con sei occhi piangeva, e per tre menti
Gocciava il pianto e sanguinosa bava(310).

Il Lucifero di Dante  confitto nel ghiaccio, n si pu muovere: altrove siede tra le fiamme, o  dagli stessi demonii suoi arrostito a fuoco vivo. Ad ogni modo le torture dei demonii non sono senza refrigerio, se  vero, come gli scrittori affermano, che essi godono del commesso peccato, dell'ingiuria fatta a Dio e ai santi, dell'anima che piomba in Inferno, dei mali infiniti che affliggono la misera umanit. Dante dice che Lucifero nel suo fondo si placa, vedendo le brutture e le nefandit della Curia di Roma(311).
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7.
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I diavoli che Dante trova nella quinta bolgia del cerchio ottavo, se hanno del terribile, hanno anche del comico. Essi stringono la lingua coi denti per far cenno al loro duce, come  usanza dei monelli, e il lor duce fa trombetta di ci che non occorre rammentare(312). Si lasciano ingannare da Ciampolo, o chi altri si sia il famiglio del buon re Tebaldo(313), e due di loro, Alichino e Calcabrina, si azzuffano per ci, e cadono nel bel mezzo del bollente stagno(314).
Diavoli cos fatti, se possono incutere terrore (e molto ne incutono a Dante), possono anche muovere a riso, ed hanno grande somiglianza con quelli che si vedono trescare per entro ai Misteri e alle Moralit del medio evo. Io non ho a ricercare qui come la fantasia popolare, e anche la non popolare, pure ingombre come erano dei terrori dell'Inferno, giungessero a ideare il demonio burlesco, sciocco, ridicolo. Molti elementi concorrono in s fatto concetto, a sceverare i quali sarebbe necessaria un'accurata analisi. Ricorder solo che il diavolo appar ridicolo in numerose leggende(315), e che viene un tempo in cui l'officio principale suo sulla scena  quello di far ridere gli spettatori(316).
Se fu in Francia, il che  assai dubbio, Dante pu avervi veduto, in certe rappresentazioni di sacro argomento, diavoli molto simili a quelli ch'ei pone nella bolgia dei barattieri, poich, gi nel XII secolo, alla rappresentazione di Mistre d'Adam, si vedevano demonii correre per la piazza, tra il popolo(317), ma  da credere che anche in Italia Dante potesse vedere cos fatti demonii, sebbene sia vero ci che nota il D'Ancona, non avere, cio, pi tardi, nelle Sacre Rappresentazioni nostre, il diavolo raggiunto mai quel grado di ridicolo che raggiunse in Francia(318). La rappresentazione dell'Inferno, fattasi in Firenze nel 1304, e nella quale erano, secondo narra Giovanni Villani(319), diavoli orribili a vedere,  possibile non si facesse in quell'anno la prima volta. In una sua costituzione, del 1210, Innocenzo III parla di monstra larvarum, che s'introducevano nelle chiese, ed  assai probabile che tra esse ce ne fossero di diaboliche.
Anche i nomi che Dante d a que' suoi demonii rimandano a Misteri e a Sacre Rappresentazioni, dove nomi consimili occorrono frequenti. Tali Misteri e tali Sacre Rappresentazioni sono, gli  vero, posteriori alla Divina Commedia; ma nulla vieta di credere che essi occorressero gi in drammi pi antichi, non pervenuti sino a noi(320).
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UN MONTE DI PILATO IN ITALIA.
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Fra le devote leggende pi diffuse e pi celebri nel medio evo, diffusissima e celeberrima fu quella di Pilato. Germogliata nei primi secoli del cristianesimo, cresciuta smisuratamente dipoi, trapiantata d'uno in altro suolo, essa soggiacque a varia fortuna, ebbe molte e curiose vicende, si mut in tutto da quella ch'era stata in origine. I primi cristiani, solleciti di raccogliere quante pi prove e testimonianze potevano in favore dell'insidiata e combattuta lor fede, giudicarono molto benignamente il giudice pusillanime; affermarono ch'egli aveva fatto quant'era in poter suo per istrappar Ges all'ingiusto supplizio; mostrarono una lettera da lui scritta all'imperatore, nella quale era ampiamente riconosciuta l'innocenza del Nazareno ed esecrata la malvagit de' nemici suoi; giunsero a dire persino ch'egli era morto martire della fede. Mutati i tempi, e assicurato il trionfo della Chiesa, mutarono anche i giudizii. La sospetta testimonianza, divenuta inutile ormai, fu lasciata volentieri in disparte, e sotto l'influsso di un altro pensiero, in virt di un postulato della coscienza che voleva colpiti da formidabile e condegno castigo quanti, in un modo o in un altro, avevano avuto parte nella condanna e nella morte del Redentore, cominci un lavoro delle fantasie in tutto diverse da quel di prima, e la leggenda si trasform, e starei per dire si capovolse. Ecco Pilato diventare un pessimo scelerato, degno d'andarne alla pari co' rei giudici del Tempio e con lo stesso Giuda. Si narra allora come l'imperatore lo chiamasse al suo cospetto per chiedergli conto della morte del Giusto; come rigorosamente il punisse; come il punito si togliesse da se stesso la vita, e il maledetto suo corpo fosse tramutato di luogo in luogo, cagione sempre alla terra che l'accoglieva di turbamenti e di calamit. Si ricercano le origini di lui, il paese ove nacque, i primi suoi fatti, e tutta una storia s'immagina, la quale cel mostra malvagio sino dalla puerizia, e spiega il gran misfatto finale. La sua leggenda si lega ad altre leggende celebri, a quella della Veronica, a quella della vendetta del Salvatore, fa corpo con esse, riceve da esse nuovo vigore e notoriet nuova. Egli finisce con Giuda, e con alcun altro massimo scelerato, fra le mascelle formidabili di un Satanasso trifronte, nel pi profondo e tenebroso abisso d'Inferno.
Io ho ricordato brevemente le origini e le vicende della leggenda di Pilato, ma non  mio proposito di addentrarmi nello esame e nella discussione di essa. Tale lavoro fu gi fatto, se non in modo che possa dirsi compiuto, almeno in modo sufficiente, e qui non accade ripeterlo(321). Io intendo solamente far parola di alcune immaginazioni che si riferiscono alla presenza di Pilato in Italia, e che propriamente appartengono a quella parte della leggenda ove si narra della sorte toccata al corpo di lui. In tale argomento sono da notare alcune cose che non furono, per quanto io mi sappia, notate e che non mancano di curiosit.
La leggenda, o, a meglio dire, le varie versioni di essa, fanno nascere Pilato in Vienna di Francia, o in Lione, o in Magonza, o in Forchheim, o nei dintorni di Bamberga, o in Ispagna. La ragione di tale variet facilmente s'intende quando si pensi che, affermando patria di alcun celebre tristo la tale o tal citt, la tale o tale regione, si dava sfogo di consueto a passioni d'inimicizia e di gelosia, e durevole e concreta espressione a un intendimento ingiurioso. Ci che si fece per Pilato si fece, com'era naturale, anche per Giuda. In un luogo del Dittamondo Fazio degli Uberti dice:

Entrai nella Marca, com'io conto,
Io vidi Scarotto onde fu Giuda,
Secondo il dir d'alcun, da cui fu conto(322).

Giuda fu dunque fatto nascere, oltrech in molti altri luoghi, anche in Italia, e in pi luoghi d'Italia, similmente, fu fatto nascere Pilato. Durante il medio evo soleva mostrassi in Roma, tra l'altre cose mirabili, anche una torre, o casa o palazzo di Pilato(323).
La fine di Pilato , nelle varie versioni della leggenda, narrata assai diversamente. Egli mor sotto Tiberio, sotto Caligola, sotto Nerone, sotto Vespasiano e Tito: fu fatto decapitare; fu ucciso dallo stesso Nerone furente; fu scorticato; fu cucito, come si usava coi parricidi, in una pelle di bue, insieme con un gallo, una vipera ed una scimmia, e lasciato morire al sole; fu chiuso in una torre, ed egli con le proprie sue mai si uccise; fu, con la torre insieme, inghiottito dalla terra. La credenza che egli si fosse ucciso, suggerita forse dall'esempio di Giuda, e dal desiderio di far commettere al reo un'ultima colpa, a giudizio di cristiani gravissima,  molto antica e quasi cancell tutte le altre: ad essa si legano, e ad essa in certo qual modo derivano, i racconti in cui si dice delle vicende cui and soggetto dopo la morte il corpo maledetto, e dei danni ch'esso produsse. Secondo un racconto pi antico, Pilato si uccise nella citt di Vienna dov'era stato chiuso in una torre, e il suo corpo fu gettato nel Rodano. Secondo un racconto pi recente, e che ebbe poi molto maggior diffusione, Pilato si uccise in Roma, e il corpo suo fu da prima gettato nel Tevere, poi tolto di l, trasportato in Gallia e buttato nel Rodano, ove non rimase nemmeno. Non solamente questi due racconti, che io reco qui in una forma meramente schematica, ma anche altri, sui quali non ho bisogno di soffermarmi, dan notizia dei turbamenti prodotti dal corpo sommerso del suicida e delle successive traslazioni che ne furono la conseguenza(324).
In un racconto latino intitolato Mors Pilati qui Jhesum condemnavit, pubblicato dal Tischendorf(325), si dice che Tiberio, fatto venire a Roma Pilato, ordin fosse chiuso in un carcere, poi radun il consiglio perch pronunziasse sentenza sopra di lui. Saputo d'essere stato condannato a morire di morte turpissima (ut morte turpissima damnaretur) Pilato con un coltello si uccise. "Informato della morte di Pilato Cesare disse: Veramente  morto di morte turpissima coluj che non risparmi se stesso. Fu legato a un enorme masso e gettato nel Tevere. Ma gli spiriti maligni e sordidi, tripudiando per amor di quel corpo maligno e sordido, si agitavano tutti nell'acqua, suscitando terribilmente nell'aria folgori e bufere e tuoni e grandini, cos che teneva gli uomini un orribil timore. Onde i Romani, trattolo dal Tevere, lo portarono per vituperio a Vienna, e lo sommersero nel Rodano: Vienna, gli  come dire via Gehennae, poich era allora luogo di maledizione. Ma anche quivi accorsero i malvagi spiriti, producendo le medesime turbazioni. Per gli uomini di quel paese, non potendo sopportare tanta infestazione di demonii, allontanarono da s quel vaso di maledizione e lo buttarono in certo pozzo, ch'era tutto intorno serrato di monti, dove, per riferimento d'alcuni si vedono sobbollire tuttavia le diaboliche macchinazioni"(326). Cos l'ingenuo ed incognito narratore.
Il codice ambrosiano, dal quale il Tischendorf trasse questo racconto,  del secolo XIV; ma il racconto stesso risale per lo meno al XII, nel qual tempo si congiunse alla gi ricordata leggenda dei natali e dei primi fatti del proconsole romano, e divent parte di maggior racconto, che, sotto il titolo di Vita Pilati, ebbe pi redazioni diverse, e grandissima diffusione. Ci che nella Mors Pilati si narra del corpo di costui, sommerso prima nel Tevere, poi nel Rodano, e gettato da ultimo in un pozzo fra' monti, accenna evidentemente a pi leggende locali gi sorte, e al desiderio dell'autore del racconto di legarle possibilmente tra loro senza negarne nessuna. L'autore, o, per dir meglio, il compilatore della Vita, precede alquanto pi oltre su questa via, e dice che dal Tevere il corpo pass nel Rodano; che tolto dal Rodano fu trasportato a Losanna; e che tolto finalmente anche da Losanna, sempre per le stesse ragioni, fu buttato in un pozzo dell'Alpi. Questa  la versione che, insieme con molti altri, accetta anche Giacomo da Voragine (m. 1298) nella Legenda aurea(327). L'anonimo autore di un commento allo Speculum regum di Gotofredo da Viterbo dice, sebbene in modo erroneo, qualche cosa di pi, che accenna a nuove leggende locali; dice, cio, che il corpo di Pilato, estratto dal Rodano, fu gettato in una palude tra' monti, non lungi da Losanna, vicino a Lucerna: in montanis circa Losoniam (o Losaniam) prope Lucernam in quondam paludem proiecerunt(328). L'anonimo, il quale sembra fosse romano, fonde qui insieme due tradizioni diverse, l'una che si riferiva a Losanna, l'altra che si riferiva a Lucerna, e, propriamente, al famoso Monte di Pilato, che sorge a ridosso di quella citt(329). Altre tradizioni del resto sembra non mancassero in Isvizzera. Un canonico di Zurigo, Corrado a Mure, dice nel suo Fabularium, finito di scrivere nel 1273, che dal Rodano il corpo di Pilato fu trasportato sul monte Septimer, poco lungi da Chiavenna(330). Forse quand'egli scriveva, la leggenda lucernese non era nata ancora: il primo a fare espresso ricordo di quello che ora si chiama il Pilato, e che prima fu detto il Fracmont, Frankmund ecc. (mons fractus), sembra sia stato Felice Haemmerlin (Malleolus), morto in Lucerna nel 1457. S'intende facilmente come la Svizzera, in grazia della sua stessa configurazione fisica, dovesse essere paese assai favorevole alla moltiplicazione di cos fatte leggende(331).
Con la sommersione del corpo di Pilato nel Tevere, con la credenza che in Roma si vedesse ancora quella ch'era stata casa del giudice malvagio, sembra che l'Italia, o almeno una regione di essa, volesse richiamare pi risolutamente a s una leggenda illustre, la quale per pi altri rispetti le apparteneva. Una leggenda pi particolarmente italiana era sorta; ma questa doveva, come abbiam veduto, comporsi con altre leggende pi antiche, e se voleva tener dietro, come lo stesso suo spirito le dettava, alle vicende cui andava soggetto il corpo dello scelerato suicida, doveva uscire d'Italia. Doveva, dico, sino a tanto che non avesse trovato modo di supplire alle leggende straniere, e di liberarsi dallo straniero concorso. Ora, un tal modo, o prima o poi, l'aveva a trovar facilmente.
Notiamo anzi tutto che il luogo della relegazione e della prigionia di Pilato non era al tutto certo. Si credeva pi generalmente fosse stato in Vienna; ma un racconto famoso, la Vindicta Salvatoris, lo poneva in Damasco(332), e un altro racconto, famoso ancor esso, e di origine sicuramente italiana, la Cura sanitatis Tiberii, lo poneva in una citt di Toscana, variamente detta nei manoscritti Ameria, Amerina, Cimerina, Timerina, Arimena(333). La citt di Toscana, qual ch'essa fosse, facendo dimenticare Vienna, faceva dimenticare anche l'avventura del Rodano, e poneva la leggenda italiana, sciolta da ogni legame con tradizioni straniere, in condizione di poter narrare a suo modo, e con intendimento italiano, le vicende del corpo di Pilato. In un racconto latino intitolato De Veronilla et de imagine Domini in sindone depicta, e che volentieri crederei composto in Italia, o derivato da alcuna fonte italiana, si dice che Pilato fu imprigionato in Roma; che quivi di sua mano si uccise; che il corpo di lui fu gettato nel mare, dove tutti i pesci morirono; che trattolo dal mare, i cittadini lo portarono in un luogo deserto che non nomina: in heremum tam longe duxerunt, ubi nullum hominem venire ultra sciverunt(334).
Non mancavano luoghi in Italia a cui la leggenda del corpo di Pilato poteva essere opportunamente legata. Tutte le tradizioni di cui ho fatto cenno sin qui parlano di danni recati da quel corpo, e parecchie dicono pi specificatamente di formidabili procelle suscitate da esso. Una conseguenza si pu subito prevedere: i luoghi di fama paurosa, le solitudine de' monti che si credevano infestate dai demonii, i laghi portentosi di cui da tempo antichissimo si diceva non potervisi gettar dentro un sassolino senza che se ne levassero tempeste devastatrici, dovevano, naturalmente, attrarre a s la leggenda, dovevano, o almeno potevano, diventare monti e laghi di Pilato. In Italia monti e laghi cos fatti erano meno frequenti che altrove, ma non mancavano: l'Etna aveva le sue leggende, le aveva il Lago d'Averno presso Pozzuoli, e Giovanni Boccacci parla del lago Scaffajolo negli Apennini, il quale suscitava procelle spaventose, come appena ci si gettasse dentro alcuna cosa(335). I monti e il lago di Norcia avevano un'antica riputazione diabolica e magica diffusa per tutta Italia. Quivi ponevasi un antro della Sibilla, che di luogo a leggende molto simili a quelle sorte in Germania intorno al Monte di Venere(336); quivi ancora si raccolse la leggenda di Pilato.
Pietro Bersuire (m. 1362) racconta nel suo Reductorium morale(337) la seguente istoria: "Di un terribile esempio che si ha presso Norcia(338), citt d'Italia, udii narrare, come di cosa vera e cento volte esperimentata, da certo prelato, fra tutti degnissimo di fede. Diceva egli pertanto essere tra' monti prossimi a detta citt un lago, dagli antichi consacrato ai demonii, e dai demonii sensibilmente abitato, al quale nessuno oggi pu appressarsi (salvo che i necromanti) senz'essere da quelli portato via. Perci fu cinto il lago di muri, guardati da custodi, affinch non possano andarvi i necromanti a consacrare i libri loro ai diavoli. E la cosa pi terribile  questa, che la citt deve, ciascun anno, mandar per tributo ai demonii, entro la cerchia dei muri, presso al lago, un uomo vivo, il quale subito e visibilmente  da essi lacerato e divorato: e dicono che se ci non si facesse, sarebbe quella citt distrutta dalle tempeste. Ogni anno sceglie la citt alcuno scelerato, e lo manda per tributo ai demonii. N questo io crederei, non avendone mai trovato cenno in iscrittura alcuna, se da tanto vescovo non l'avessi udito asserir fermamente"(339).
La storia narrata da Pietro Bersuire ha molta somiglianza con quella che del monte Cannaro in Catalogna racconta Gervasio da Tilbury nei suoi Otia Imperialia(340). In essa non  fatto cenno di Pilato, come non ne  fatto cenno nel Guerino Meschino, il quale fu composto poco dopo il tempo in cui il benedettino francese compilava il suo Reductorium, e dove si parla a lungo dell'antro della Sibilla e della lieta vita che si menava nei regni sotterranei di lei(341); ci nondimeno, una, leggenda in cui figurava Pilato era indubbiamente gi nata, giacch se ne trova il ricordo nel Dittamondo di Fazio degli Uberti, il quale visse sino circa il 1367. Nel gi citato luogo di questo poema, Fazio dice, continuando a parlare della Marca:

La fama qui non vo' rimanga nuda
Del monte di Pilato, ov' uno lago
Che si guarda la state a muda a muda.
Perch, quale s'intende in Simon Mago
Per sagrar il suo libro l su monta,
Onde tempesta poi con grande smago,
Secondo che per quei di l si conta.

Il Capello nota a questo passo: "El monte de Pilato se dice ch' supra Norcia, e l  un luogo di diavoli, al qual vanno quei che si vogliano intendere de arte magica", e non aggiunge altro, e forse non sapeva altro. Pu darsi che lo stesso Fazio abbia avuto notizia di questa leggenda un po' tardi, giacch in un precedente luogo del poema si trova ricordo dell'altra, che poneva in Vienna la prigionia e la morte di Pilato, e le due difficilmente possono insieme accordarsi. Nel L. II, cap. 5, il poeta cos si esprime:

Qui ti vo' dir, perch ti sia diletto,
Pilato fue confinato a Vienna,
Dove s'uccise d'ira e di dispetto.

Merita considerazione un riscontro, forse non fortuito. Pietro Bersuire e Fazio degli Uberti parlano di guardie poste al lago per impedire ai necromanti di accedervi, e il simile si racconta del Monte di Pilato presso Lucerna, su cui, ancora nello scorso secolo, era vietato di salire. Nel 1387 sei ecclesiastici di Lucerna furono messi in prigione, perch avevano tentata l'ascensione del Fracmont(342), e il gi citato commentatore dello Speculum regum dice, seguitando a parlare della palude in cui era stato gettato il corpo di Pilato: "Egli  certo che ogni qual volta si gitti nella palude alcuna cosa, per minuta che sia, incontanente si muovon bufere e grandini e folgori e tuoni. Perci vi si pongono custodi, che in tempo d'estate non lasciano che nessuno vi salga(343)". Anche vicino a Lione si poneva un Mont Pilate con un lago suscitatore di tempeste; ma non so se fosse vietato l'andarvi.
La leggenda raccolta da Fazio fu ripetuta da altri, con le variazioni consuete e inevitabili. Un predicator di Foligno, fra Bernardino Bonavoglia, ebbe, sembra, a recitarla dal pulpito: egli nulla sa di muri e di custodi. "Dicesi che presso Norcia sia un monte, e quivi un lago, detto di Pilato, essendo opinione quasi di molti che il corpo di lui fosse quivi portato dai diavoli sovra un carro tirato da tori. E da luoghi prossimi, e da remoti, si recano col uomini diabolici, e formano are con tre circoli, e ponendosi, con alcuna offerta, nel terzo circolo, chiamano quel diavolo che vogliono, leggendo il libro che da esso debb'essere consacrato. E venendo il diavolo con grande strepito e clamore, dice: A che mi citi? Risponde: Voglio consacrar questo libro; voglio cio che tu ti obblighi a fare quanto in esso  scritto, quante volte io te ne richieder, e in premio ti dar l'anima mia. E cos fermato il patto, il diavolo toglie il libro, e vi segna alcuni caratteri, dopo di che egli  pronto a fare ogni male, quando altri lo legga. Ecco in che modo son fatti schiavi quei miseri e dannati uomini. Accadde una volta che un tale, voglioso di consacrare nel modo predetto il suo libro, stando nel circolo ordinato, chiam certo demonio, e gli fu risposto, ch'e' non v'era allora, ma era ito nella citt di Ascoli, per farvi morire molti di ferro, cos dei fuorusciti, come de' cittadini che hanno il demonio, e che tornerebbe ad opera compiuta, e farebbe ci onde fosse richiesto. Meravigliato di tale risposta, colui s'avvi verso Ascoli per conoscere la verit di s gran fatto, e giunse ad un luogo dei frati minori, ove dimorava allora il santissimo fratello Savino da Campello, e narrato per ordine quant'eragli occorso, riseppe che la notte precedente trenta de' fuorusciti erano stati impiccati in piazza, e che molti dell'una e dell'altra parte erano, nella citt, morti di ferro. Venuto a cognizione di ci, il detto uomo fermamente risolvette... di rinunziare all'arte magica e agl'incanti, considerando grande esser l'arte del diavolo in accalappiare e perder le anime. Ci rifer il detto sant'uomo frate Savino, a certo frate nostro de' predicatori"(344).
Fra Bernardino accenna ad uomini che venivano da remoti paesi per attendere a lor pratiche di magia; sembra in fatti che la fama dell'antro della Sibilla e del monte e lago di Pilato che si ponevano presso Norcia, si diffondessero per la Germania e per la Francia, e ne richiamassero frequenti visitatori. Nel 1420 vi capit un noto cavaliere e poeta francese, Antonio de la Sale, che raccont poi le cose vedute(345), e nel 1497 ne imit l'esempio Arnaldo di Harff, patrizio di Colonia(346). Leandro Alberti, dopo aver parlato, nella sua Descrittione di tutta l'Italia, dell'antro della Sibilla, cos prosegue: "Poscia alquanto pi in su nell'Apennino, nel territorio Nursino, vi  il Lago, non meno biasimevole della Grotta, addimandato Lago di Norsa, nel quale dicono gli ignoranti notare i diavoli, imper che continuamente si veggono salire et abbassare l'acque di quello in tal maniera che fanno meravigliare ciascuno che le guarda, parendogli cosa sopra naturale, non intendendo la cagione di tal movimento. La onde in tal guisa essendo volgata la fama di detto Lago, et non meno dell'antidetta Caverna appresso gli huomini, non solamente d'Italia, ma altres fuori, cio che quivi soggiornano i Diavoli, et danno risposta a chi gli interroga, si mossero gi alquanto tempo (come scrive il Razzano) alcuni uomini di lontano paese (per leggiermente) et vennero a questi luoghi per consagrare libri scelerati et malvagi al Diavolo, per poter ottenere alcuni suoi biasimevoli desiderii, cio di ricchezza, di honori, d'amorosi piaceri, et di simili cose... Vedendo i Norsini tanto concorso d'incantatori, che salivano sopra questi aspri et alti monti, acci non possano passare a detti luoghi, hanno serrata primieramente detta Caverna, et poi tengono buone guardie al Lago"(347). L'Alberti, che scriveva verso il mezzo del secolo XVI, di Pilato propriamente non fa menzione, ma cita i versi di Fazio che lo ricordano. Il Razzano da lui nominato  quel Pietro, che nacque in Palermo nel 1420, fu domenicano, storico, oratore e poeta, e mor vescovo di Lucera nel 1492, lasciando molte opere manoscritte. Egli aveva avuto occasione di parlare con alcuni tedeschi dai quali era stato inutilmente tentato l'esperimento della consacrazione(348).
Nel 1621 ricorda il lago portentoso di Norcia Paolo Merula, nella sua Cosmographia generalis: "Nel Piceno, di fianco al Monte Vittore, dalla parte che guarda a Oriente,  un lago nobilitato dalla fama detto Nursino. Dice il volgo ignorante che in esso nuotano i diavoli, e ci perch quelle acque si vedono con perpetui moti salire e calare a vicenda, non senza grandissima ammirazione di coloro che ne ignoran la causa". Riferisce ancor egli, come l'Alberti, quanto aveva gi detto il Razzano; ma non fa parola di Pilato(349). Sembra del resto che queste leggende norcine cominciassero allora, o poco dopo, a perdere della loro celebrit, perch non se ne trova cenno in una poesia che in vituperio di Norcia scrisse monsignor Francesco Maria di Montevecchio, andatovi per sua sciagura prefetto(350), e nemmeno nei due capitoli che a Pilato e a Norcia consacr il Marucelli, nel suo sterminato Mare magnum, che manoscritto si conserva in Firenze nella biblioteca da lui nominata(351).
Quando la leggenda norcina di Pilato sia nata io non so, n vorrei affermare che qualche concorso di elementi e qualche suggestione non le sieno venuti d'oltr'alpe. Essa ha perduto ormai ogni celebrit, e appena ne rimane qualche vestigio tra il popolo di quella provincia(352); e mentre il Monte di Pilato presso Lucerna  cognito a tutti, e attrae ogni anno migliaja e migliaja di visitatori, son ben pochi coloro che conoscano l'esistenza di un monte e di un lago di Pilato fra gli Apennini, nel cuore d'Italia.
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FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO?
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1.
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Gustavo Krting, parlando, in un suo libro assai noto agli studiosi della letteratura italiana, del sapere del Boccaccio e di quello che si potrebbe chiamare l'indirizzo della mente di lui, notate alcune false opinioni e alcune irragionevoli credenze che si trovan qua e l ne' suoi scritti, non dubita di affermare che, generalmente parlando, il Certaldese, per quanto s'appartiene alla superstizione e alla credenza nel meraviglioso, , pressoch in tutto, un uomo de' tempi suoi, mentre il Petrarca  anche per questo, come per altri rispetti, quasi un uomo dei tempi nostri(353).
Un s fatto giudizio parr, non solamente eccessivo, ma a dirittura falso a molti, che, leggendo pi propriamente il Decamerone, avran creduto di riconoscere nell'autore di esso uno spirito disinvolto e spregiudicato, amabilmente scettico e beffardo, niente devoto della tradizione, poco rispettoso dell'autorit, aperto assai pi alle impressioni della vita reale, di cui fu dipintore insuperato, che non ai sogni della leggenda e alle ubbie di una fede superstiziosa. Dire che il Boccaccio , pressoch in tutto, un uomo de' tempi suoi, quanto a credulit e gusto del meraviglioso, gli  come dire ch'egli sta quasi alla pari con Gervasio da Tilbury, con Cesario di Heisterbach, col troppo famoso Elinando. La conseguenza a cui si giunge  manifestamente mostruosa. Altri recarono del Boccaccio ben altro giudizio, un giudizio, se non iscevro di esagerazione, assai pi giusto sotto ogni rispetto. Col Boccaccio il Settembrini fa principiare un'era nuova, il terrore cessato, cominciato il riso e lo scetticismo(354); col Boccaccio fa principiare un nuovo mondo il De Sanctis(355); vanto che non gli si potrebbe in nessun modo concedere se, in fatto di credulit e d'inclinazione al meraviglioso, egli fosse in tutto ancora, o quasi in tutto, un uomo del medio evo. Parlando del libro De montibus, fluminibus, ecc., il Landau riconosce che, quanto a spirito critico, il Boccaccio vince i suoi contemporanei(356); e l'Hortis, il pi profondo conoscitore e l'illustrator pi felice delle opere latine del Certaldese, giustamente osserva(357): "Il Boccaccio fu spesso accusato di ripetere di molte fole;... se non che sarebbe gran torto non avvertire che la massima parte delle favole deriva dagli antichi da lui copiati, e che il Boccaccio ripete bens mille favole, ma per questo e' non le crede. Quando scrive che agli antichi non osa contraddire e crede pi a loro che agli occhi propri, e' non va creduto sulla parola. Quando questi antichi narrano un che d'inverosimile, il Boccaccio li trascrive fedelmente, per vi aggiunge: "ma ci non cred'io", "ci mi sembra impossibile", "questa  a mio giudizio una favola", oppure osserva arditamente: "codesto io lo stimo ridicolo!'".
Noi udiamo ora un tutt'altro linguaggio. Quale dei giudici ha ragione? L'argomento non  senza curiosit e senza importanza, e merita, parmi, che se ne discorra un poco.
Vediamo anzi tutto quali sono le prove su cui il Krting fonda la sua accusa. Eccole, nell'ordine stesso con cui egli le reca. Il Boccaccio credeva nei sogni(358); il Boccaccio credeva che i moribondi potessero esser fatti partecipi dello spirito profetico(359); il Boccaccio credeva nell'astrologia(360); il Boccaccio credeva che lo strabismo fosse indizio di anima perversa(361); il Boccaccio credeva che nelle evocazioni dei morti comparissero, non gi questi, ma diavoli(362); il Boccaccio credeva che Enea fosse veramente sceso all'Inferno, e che Virgilio avesse costruito ogni specie d'ingegni magici(363). Qui c' luogo a parecchie osservazioni. Anzi tutto giustizia vorrebbe che, enumerate le cose cui il Boccaccio erroneamente credeva, si ricordassero quelle cui molto saviamente il Boccaccio non dava fede, e quelle ancora di cui dubitava prudentemente. La lista loro riuscirebbe assai lunga a volerla fare compiuta. Cos il Boccaccio non credeva (e il Krting stesso lo avverte) che certe subite infermit, e certe morti improvvise, avvenissero per opera del demonio, come era opinione dei meno sani (son sue parole); ma a tali fenomeni assegnava cause in tutto naturali(364). Il Boccaccio chiama a dirittura ridicola la credenza secondo cui la gramigna nascerebbe dal sangue dell'uomo(365). Il Boccaccio stima una favola ci che di quell'arche sepolcrali ricordate da Dante, le quali presso ad Arles facevano il loco varo, dicevano quei del paese, cio che fossero opera divina(366). Il Boccaccio non crede che il re Art sia sopravvissuto alle sue ferite, e debba tornare, secondo l'opinione dei Brettoni; ma dice che mor e fu sepolto segretamente(367). E notisi che questa opinione, non al tutto spenta in Iscozia, nemmen oggi, fu tanto diffusa ed ebbe gi tanta forza, che, secondo afferma uno scrittore spagnuolo, Filippo II, nel dar la mano a Maria d'Inghilterra, dovete far solenne giuramento di rinunziare al diritto acquistato sopra quel regno nel caso che il re Art facesse ritorno. Il Boccaccio non diede fede alle cause mosse ai Templari, tra le quali non era ultima l'imputazione di magia. In nessun luogo delle sue opere il Boccaccio mostra d'aver creduto ai miracoli dell'alchimia. Parlando di Giuliano l'Apostata nel libro VII del De casibus virorum illustrium, fa pure ricordo delle arti magiche esercitate dal quell'imperatore, secondo piace ad alcuni; ma non dice di credere egli ci che quegli alcuni credevano. Parlando del lago d'Averno nel libro De montibus, silvis, ecc., dice dagli ignoranti essere stato anticamente creduto si potesse andare per esso ai regni infernali; ma non fa motto, n degli uccelli negri che, secondo San Pier Damiano e Vincenzo Bellovacense, vi aleggiavano intorno dal vespero del sabato all'alba del luned, e non erano se non anime dannate; n delle ingenti porte di bronzo, infrante da Cristo, che, a detta del veracissimo Gervasio da Tilbury, ci si vedevano in fondo. Discorrendo, nel gi citato libro De montibus, delle fonti, ripete, gli  vero, parecchie favole spacciate gi dagli antichi; ma queste parecchie son pur poche in confronto di quelle infinite che si leggono in altri e molti consimili trattati del medio evo.
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Oltre a ci se il Boccaccio crede a certe cose, non per questo si deve sempre dargliene carico, o si deve dargliene solo con certa misura, avuto riguardo alla qualit delle credenze, o al modo tenuto dallo scrittore nel farle palesi, o anche alle condizioni generali del sapere e della coltura ai tempi suoi; e quelle che hanno pi particolarmente carattere di errori scientifici non debbono dare argomento a taccia di superstizione, essendo l'errore scientifico e la superstizione due cose troppo diverse fra loro.
Se il Boccaccio crede che lo strabismo sia indizio di animo malvagio, noi non lo accuseremo per questo di partecipare ad un error popolare, dopoch si son veduti criminalisti e psichiatri riconoscere in questa e in molte altre deformit un indizio (non una prova certa) d'imperfezione morale e di predisposizione a delinquere; onde viene a trovar conferma l'antico adagio latino: cave a signatis.
Narrata nel l. II del De casibus la storia di Astiage, il Boccaccio soggiunge alcune considerazioni sui sogni e afferma, provandolo con altri esempii, che per essi l'uomo pu avere cognizione dell'avvenire; ma attenua poi di molto egli stesso il valore delle sue parole, avvertendo che non sempre si vuole ai sogni dar fede. Un cristiano difficilmente poteva andar pi in l, perch la veracit di certi sogni  solennemente attestata dalla Scrittura, e di sogni profetici sono piene le vite dei santi. Il Boccaccio non fu in ci pi credulo di Dante, del Petrarca, o di chi, come il Cardano, sulla interpretazione dei sogni scriveva ancora in pieno Rinascimento.
Quanto all'astrologia la questione  un po' pi complicata. Il Boccaccio non nega gli'influssi degli astri, ma dice che di questi influssi l'uomo non pu aver cognizione, e cos dicendo nega la scienza astrologica, e riconosce per vani e per illusorii i pronostici degli astrologi(368). Inoltre, sebbene in ci qualche volta si contraddica, pure afferma che gli astri nulla possono sugli animi umani, e che la libert dell'arbitrio non ne rimane in modo alcuno menomata. Anzich biasimo, noi dovremmo dar lode al Boccaccio d'aver tenuto una opinione cos misurata e prudente in un tempo in cui la credenza comune dava agl'influssi celesti qualit d'irresistibili e di fatali, e un Cecco d'Ascoli (in ci non primo n ultimo) assoggettava al corso degli astri la vita dello stesso Cristo, e i principi d'Italia e le stesse citt libere tenevano ai loro stipendii astrologi, con gli avvertimenti de' quali si governavano. In certo suo sonetto Cino da Pistoja pregava Cecco di scrutare ne' cieli e di dirgli quali stelle egli s'avesse favorevoli e quali contrarie, soggiungendo:

E so da tal giudizio non s'appella.

La dottrina professata da Dante quanto agl'influssi celesti non  per nulla disforme da quella seguta dal Boccaccio(369), e con questo si accorda anche Giovanni Villani, il quale, del rimanente, si mostra assai pi proclive al meraviglioso e pi credulo. Certo, il Petrarca mostr maggiore risolutezza nel bandire la fallacia dell'astrologia e nel combattere gli astrologi; ma bisogna anche dire che le ragioni di cui egli si giova sono assai pi religiose che scientifiche(370). Del resto, quando pure il Boccaccio avesse avuto nell'astrologia assai pi fede che veramente non ebbe, non sarebbe questo un buon argomento per aggravargli addosso l'accusa d'essere troppo impigliato nella superstizione del medio evo, giacch l'astrologia fior assai pi dopo il Rinascimento che non prima, ed  superstizione intimamente legata con l'umanesimo, come non poche altre rinovellate allora dall'antichit(371). Certo, nessuno vorr accusare di tendenze e d'idee medievali uomini come il Pontano e il Campanella, e pure il Pontano e il Campanella furono partigiani convinti dell'astrologia. Il primo che l'abbia combattuta con altri argomenti che non sieno i religiosi e i morali, fu Pico della Mirandola.
Di alcune altre credenze superstiziose il Boccaccio non dev'essere troppo severamente ripreso, perch assai difficilmente si sarebbero potute allora, e assai difficilmente si potrebbero anche oggid, staccare in tutto dalla credenza religiosa: cos di quella che concerne le apparizioni degli spiriti maligni. Veggasi, in fatto di apparizioni, quali fanfaluche potesse spacciare in pieno Rinascimento un umanista come Alessandro Alessandri, in quella imitazione delle Notti attiche di Aulo Gellio da lui intitolata Dies geniales.
Ma c' ben altro da dire.
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Da che libri deriva il Krting le prove della credulit e della superstizione del Boccaccio? L'abbiam veduto: dalla Genealogia degli Dei, dai Casi degli uomini illustri, dal Comento a Dante. Or che libri son questi? Son libri di conto per molti rispetti, libri su cui riposa in gran parte la riputazione del Boccaccio come umanista e come erudito, ma libri che hanno, quanto all'argomento di cui si discorre, sia lecito dirlo, un vizio comune e non piccolo, quello cio di essere, in tutto o in parte, frutti piuttosto tardi dell'ingegno dello scrittore, di appartenere pi o meno all'et decadente di lui. La Genealogia degli Dei, sebbene cominciata negli anni giovanili, non usc dalle mani del suo autore prima del 1373, due soli anni innanzi alla morte. La interpretazione naturale che in questo suo trattato il Boccaccio d di molti miti dell'antichit classica fa testimonio di una mente tutt'altro che inviluppata negli abiti intellettuali del medio evo, e pu ancora porgere occasione di meraviglia a noi, tanto pi addentro di lui nei misteri della mitologia; ma nessuno  in grado di dire che cosa, nel corso del lungo lavoro, egli abbia aggiunto o tolto all'opera sua. Cos ancora non prima di quello stesso anno 1373 usc in pubblico il libro dei Casi degli uomini illustri. Quanto al Comento, esso fu in quell'anno medesimo cominciato, e il Boccaccio, soprappreso da gravissima infermit, e poi dalla morte, non pot condurlo a termine. Il libro dei Casi dunque, il Comento, e, in parte almeno, anche la Genealogia, sono opere senili del Boccaccio, e questa loro qualit d pi che sufficiente ragione di certi caratteri e di certe tendenze che si notano in esse.
La vecchiezza, tutti lo sanno,  assai pi inclinata alla superstizione che non la giovent. Il sentimento della decadenza crescente, la preoccupazione angustiosa di una prossima fine, il sospetto d'insidie celate e di subiti danni, a cui non pu fare pi schermo L'affievolita natura, lo sfiacchimento della mente, che di signora ridiventa serva, lo stesso arcano della morte che come pi incombe pi riempie l'animo di meraviglia paurosa, dispongono e quasi forzano a una inclinazione cos fatta. Nel detto: aniles fabulae, non  senza grande ragion quell'epiteto. Ed  noto ancora come risorgano irresistibili nel vecchio i sogni e le ubbie onde fu malamente nutrita la mente del fanciullo.
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Il Boccaccio ebbe anticipata vecchiezza. I primi segni di scadimento fisico erano gi apparsi, quando, a provocare ne' pensieri e nella vita di lui un totale rivolgimento, ecco capitargli addosso il certosino Gioachino Ciani con quella diavoleria delle visioni e delle minacce del santo frate Pietro de' Petroni. Io non ho bisogno di ripetere questa storia notissima, alla quale, non so perch, si vuole da taluno scemare importanza. Quanto il Boccaccio ne rimanesse sbigottito, e come, ravveduto, si proponesse di fare ammenda de' suoi trascorsi,  noto del pari. Egli rinneg i frutti migliori del suo ingegno; egli detest l'opera maggiore, per cui il nome suo vive e vivr perpetuo nella memoria degli uomini; e ci volle tutta l'autorit del Petrarca per impedirgli di vendere i libri con tanto amore e con tante fatiche raccolti, rinunziare a ogni studio, darsi all'anima interamente. L'infelice avvenimento non ringiovan certo il Boccaccio, anzi conferm in lui la gi sopravvenuta vecchiezza. E che questa vecchiezza non fosse nemmen prima solamente fisica, ma dovesse, in parte, essere anche morale, lo prova il fatto stesso; giacch il Boccaccio, grandissimo beffatore di frati, e canzonatore di loro miracoli, si sarebbe dato assai poco pensiero dei sogni di fra Pietro e delle prediche di fra Gioachino, se fosse durata in lui la giovanile baldanza e vivezza del pensiero, l'antico vigore della ragione, e la secura indipendenza del giudizio. Dicono che irreligioso e miscredente il Boccaccio non sia mai stato, e ne recano le prove. Io non lo nego; sebbene si vorrebbe vedere quanto le prove valgano, e quanto addentro ci mettano nella coscienza del nostro autore: ad ogni modo gli  certo che la fede non gli diede mai briga soverchia negli anni della giovent e della virilit pi rigogliosa.
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La visita di fra Gioachino dovette produrre un doppio effetto nell'animo del Boccaccio; rinfocolarvi la fede non ben calda, ed eccitarvi il senso del meraviglioso rimasto insino allora sopito. Dando fede al racconto mirabile del frate, il Boccaccio veniva a mettere il piede sopra la via maestra della superstizione e della credulit, via sulla quale un passo tira l'altro, e ad ogni passo si perde un tanto di spirito critico e di libert di giudizio. Se, per esempio, egli credeva alla veracit dei sogni, questa sua credenza doveva farsi pi certa che mai. Se aveva opinione che i moribondi vedessero le cose avvenire, questa opinione doveva levarsi in lui al disopra di ogni dubbio. Pentito d'avere speso le forze dell'ingegno in opere che ora gli pajono riprovevoli, il Boccaccio rifugge dal libero esercizio del suo pensiero, e si d a lavori di compilazione e di erudizione, nei quali la sua mente  come infrenata dal soggetto, si fa recettiva delle opinioni altrui, e perde a poco a poco l'abito e il gusto della critica. La condizione di spirito, in cui egli per tal modo si ridusse, ebbe necessariamente ad aggravarsi quando l'infermit prese a travagliare l'organismo gi affaticato. Nella state del 1372, o in quel torno, il Boccaccio pot credersi in fin di vita. Nella lettera che scrisse allora all'amicissimo suo Maghinardo de' Cavalcanti, lettera tutta inspirata a sensi di profondo sconforto, egli, detto de' mali fisici che lo affliggevano, non tace i morali: avversione per lo studio, odio pei libri, indebolimento delle facolt mentali, perdita della memoria. Il pensare gli si era fatto difficile, e tutti i suoi pensieri erano rivolti alla morte e al sepolcro(372). In quel tempo appunto egli adoperava lo stremo delle sue forze intorno al laborioso Comento: non doveva lo studio del poema sacro, la cui azione si svolge tutta nei regni del soprannaturale, inclinar pi sempre l'animo angosciato del comentatore verso il meraviglioso, ottundere in esso il senso del reale, farlo vago di quanto trascende l'esperienza, o vince la ragione? Nel Comento, pi che in altra scrittura del Boccaccio, occorrono frequenti segni di credenza superstiziosa; ma e' non poteva essere diversamente. Noi non dobbiamo gi meravigliarci e scandalizzarci di alcune non gravi superstizioni penetrate negli scritti senili del novellatore pentito e turbato; bens dobbiamo meravigliarci che il numero loro non sia molto maggiore, e molto pi trista la lor qualit.
Ma perch giudicare superstizioso il Boccaccio sulla testimonianza de' suoi scritti senili? Perch, ravvisato, o creduto ravvisare certo aspetto del vecchio, dire: tale fu l'uomo? Perch non cercare piuttosto i documenti del suo pensiero e della sua credenza nelle opere da lui composte nel tempo migliore? Perch non rintracciarle, sopra tutto, in quell'immortale Decamerone, in cui il poeta mise la miglior parte di s, e che in ogni sua pagina attesta il vigore degli anni e dell'intelletto? Ponetevi a questo studio, e vedete come si giunga a tutt'altra conclusione e a tutt'altro giudizio.
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Io non dir col De Sanctis che il Decamerone sia una catastrofe, o una rivoluzione, che da un d all'altro ti presenta il mondo mutato(373). Non lo dir, perch non credo a queste catastrofi letterarie pi che dagli scienziati non si creda alle catastrofi geologiche; perch ho ferma fede che la legge di evoluzione, la quale governa le cose tutte che vivono, e quelle ancora che non vivono, non patisce eccezione; perch ho per sicuro che se un libro pu molto nel rifare uomini e cose, il mondo  gi profondamente mutato quando appare il libro che porge, come dipinta in un quadro, la mutazione. Quando si dice fonti del Decamerone, s'intende parlare dei luoghi d'onde provengono, per via pi o meno lunga, i temi delle novelle raccontate nel libro; ma nel libro non ci sono le novelle soltanto; ci  anche un complesso d'idee, di sentimenti e di giudizii, un modo di considerar la vita, un indirizzo generale di mente, che pajono essere in tutto il fatto dell'autore, e che fatto suo non sono se non in parte. Anche di queste cose ci sono le fonti; ma non  cos agevole dire quali e dove sieno, come non  agevole indicare la fonte di un fiume che nasca d'infiniti rivoli, di scaturigini sparse e recondite. Le fonti sono nel pensiero, ancora malamente determinato, di una et tutta intera; il che  tanto vero, che quando poi il libro  nato, nel quale un nuovo pensiero si affaccia in forme vigorose e scolpite, gli uomini di quella et lo riconoscono per cosa loro e si compiacciono in esso. Dico ci perch non voglio presentare il Boccaccio come un eroe del libero e spregiudicato pensare, nato di sovrumani connubii, e perch, con affermare che il suo modo di sentire e di giudicare ha pur le sue ragioni nel pensiero de' tempi, non credo di fargli maggior torto di quello si faccia a un bell'albero rigoglioso con dire che esso si nutre degli elementi della terra in cui figge le radici, e degli elementi dell'aria in cui distende i rami e le foglie. Del resto, io non ho qui a parlare del Decamerone in quanto ha significazione storica generale, ma ho da parlarne solo in quanto porge documento dell'animo del suo autore rispetto alla credenza superstiziosa. E il documento, a mio credere, non potrebbe essere n pi esplicito, n pi favorevole.
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Incominciamo dalla Introduzione.
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Nella Introduzione, com' noto, il Boccaccio descrive la spaventosa peste del 1348, uno dei pi tremendi flagelli che la storia umana ricordi, perch si calcola che nel giro che fece per l'Europa uccidesse non meno di 25,000,000 di persone. Quale occasione migliore di questa per lasciarsi trascinare dalla fantasia e dare un tonfo nel meraviglioso e nel soprannaturale pi sformato? Ma mentre qua e l per l'Europa le menti eccitate dalla paura si smarrivano in mille strane immaginazioni(374), sino a credere la moria opera dei demonii, il Boccaccio, serbando la serenit del giudizio, non dice altro, se non che essa sopravvenne per operazion de' corpi superiori, o per l'ira di Dio, a correzion della iniquit umana. Qui, senza dubbio, la superstizione fa capolino; ma il poco che se ne mostra  proprio un nulla in confronto di ci che hassi altrove; e toccato appena delle cause, il Boccaccio passa a fare quella magistral descrizione degli effetti fisici e morali del morbo, la quale tutti conoscono, e che rivela qualit di osservatore eminenti. In certo luogo accenna a diverse paure ed immaginazioni che nascevano negli animi conturbati, ma non dice quali fossero. Nel Comento invece ne ricorda una con le seguenti parole(375): "E se io ho il vero inteso, perciocch in quei tempi io non ci era, io odo, che in questa citt (Firenze) avvenne a molti nell'anno pestifero del MCCCXLVIII, che essendo soprappresi gli uomini dalla peste, e vicini alla morte, ne furon pi e pi, li quali de' loro amici, chi uno e chi due, e chi pi ne chiam, dicendo: vienne tale e tale; de' quali chiamati e nominati, assai, secondo l'ordine tenuto dal chiamatore, s'eran morti, e andatine appresso al chiamatore". Il Comento fu scritto vent'anni dopo l'Introduzione e il Boccaccio, pur lasciandosi andare a raccontare il miracolo, non nasconde un certo dubbio che gli si leva nell'animo. Vent'anni innanzi egli non lo aveva creduto meritevole di ricordo; e in fatto, come avrebbe potuto pensare altrimente chi, accingendosi a narrare cosa tutt'altro che soprannaturale ed incredibile, qual  quella dell'appiccarsi del contagio agli animali, non pare che sappia scusarsi abbastanza, ed esce in queste precise parole che si leggono nella Introduzione: "Maravigliosa cosa  ad udire quello che io debbo dire: il che, se dagli occhi di molti e da' miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fede degno udito l'avessi"? Certo, chi andava cos peritoso in riferir cosa, insolita, se vuolsi, ma al tutto naturale, non doveva essere troppo disposto a raccoglier leggende e a dar loro lo spaccio.
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La novella 1a della I giornata ha per noi molta importanza. In essa il Boccaccio racconta assai piacevolmente la storia di quel Ser Ciappelletto, che avendone fatte d'ogni risma in vita, muore, in virt di una falsa confessione, in concetto di santit, e, dopo morto, fa miracoli e dispensa grazie ai suoi molti e creduli devoti. In pi altre novelle il Boccaccio si fa beffe della santit bugiarda; ma in questa egli va pi oltre, e se non deride a dirittura, mette in mala vista, senza voler parere, e con l'usato suo accorgimento, il culto smodato dei santi, e le pratiche ond'esso  occasione al volgo, pratiche in cui poco o nulla  che s'innalzi sopra la superstizione pi grossolana, e biasimate assai volte dagli uomini di fede pi illuminata. Nelle letterature del medio evo non mancano altri esempii e documenti di satira contro s fatto culto. La storia di San Nessuno, contemporaneo di Dio padre, e in essenza consimile al figlio,  un'ardita e abbastanza gustosa parodia di quelle prediche fratesche, in cui si celebravano le virt e i miracoli dei santi patroni(376). Nella letteratura francese abbiamo Saint Tortu e Saint Harenc, e nell'italiana San Buono. Santa Nafissa, di cui parla il Caro, e narra l'opere benedette l'Aretino in uno de' suoi ragionamenti, appartiene al Rinascimento. Ma la novella del Boccaccio tende a scalzare le basi stesse del culto dei santi. Se un solenne gaglioffo pu, con una semplicissima gherminella, farsi credere santo, chi ci assicura che molti santi del calendario, onorati in sugli altari, non sieno stati gaglioffi? L'ultima, pi solenne e pi irrecusabile prova della santit, il miracolo, diventa ingannevole anch'essa, se sul sepolcro d'uno scelerato possono avvenire quegli stessi prodigi che sui sepolcri dei santi uomini. "E se cos " nota il Boccaccio con fine ironia "grandissima si pu la benignit di Dio cognoscere verso noi, la quale, non al nostro errore, ma alla purit della fede riguardando, cos facendo noi nostro mezzano un suo nemico, amico credendolo, ci esaudisce, come se ad uno veramente santo, per mezzano della sua grazia, ricorressimo". Dunque indifferente la qualit del mezzano; dunque inutile il mezzano stesso, se a muovere la grazia di Dio il buon animo basta, in qualunque modo esso si dia a conoscere; dunque biasimevole questo ricorrere sempre a mezzani di dubbia fede e di credito incerto, quando la misericordia di Dio ha s gran braccia che, senza bisogno di sollecitazione o di ajuto,

Accoglie ci che si rivolve a lei;

dunque assurda, antireligiosa, ridicola quella distribuzione e division di lavoro fatta tra i santi, con attribuire a ciascuno una particolare cognizione degli umani bisogni, una giurisdizion propria e una personal competenza in fatto di grazie e di miracoli. Le ragioni che, nel medio evo, fecero sorgere e dilatare oltre misura il culto dei santi, in guisa da torre di grado quasi la intera Trinit, con alterazione profonda della idea cristiana, son note anche troppo. Si badi che io intendo parlare pi particolarmente della forma che quel culto assunse tra le plebi mezzo barbare. La principale e la pi increscevole la porse il desiderio, naturale del resto in animi grossolani, di conseguire con l'ajuto di patroni potenti, senza merito proprio, senza interna dignificazione, senza operosa volont del bene, benefizii che invano si sarebbero chiesti alla severa ed incorruttibile giustizia di Dio. Il culto dei santi si risolve in una vera e propria clientela, nella quale il devoto  tenuto a prestare certe servit, e il santo accorda in ricambio protezione ed ajuto. Ognuno pu eleggersi il suo particolare patrono, e non v' cos grande scelerato che non possa sperare merc sua di salvarsi. Per tal modo l'opera del patrono potr spesso esercitarsi, non solo intempestivamente, ma ancora in aperta contraddizione con la giustizia, colmando di favori chi manco n' degno. In pi di una leggenda si vede la Vergine riscattare dalla morte o dall'Inferno chi, dimentico di ogni legge divina ed umana, non serb in fondo all'animo efferato altro sentimento irriprovevole che una sterile devozione al nome di lei. In altre si vedono i santi strappare a viva forza dagli artigli dei diavoli le anime dei loro devoti, le quali, non senza giusto decreto del supremo giudice, erano dannate agli eterni castighi. Il culto dei santi, inteso a quel modo,  una grande superstizione cresciuta dentro e sopra al cristianesimo, e noi abbiamo buon argomento per dire che a questa superstizione non partecip il Boccaccio(377).
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A questo medesimo argomento appartiene il culto delle reliquie, e che cosa pensasse di questo culto il Boccaccio si rileva dalla novella 10a della giornata quarta, dove, con vena comica impareggiabile,  narrata la storia di frate Cipolla. A quale e quanta superstizione di credenze e di pratiche, a quale esercizio d'impostura desse occasione nel medio evo il culto delle reliquie,  noto abbastanza. I leggendarii, le cronache claustrali, le memorie di chiese infinite, son piene dei documenti di questa triste istoria. Il sentimento che si ritrova in fondo a un culto s fatto contraddice nel modo pi risoluto ai principii essenziali di quella religione dello spirito che , o avrebbe dovuto essere il cristianesimo. Riappare in esso, mal dissimulato, un feticismo stolto, antica e grossa religione degli uomini, riappare la credenza nella magia. La reliquia  un amuleto o un talismano, il quale, secondo la variet dei casi, preserva dai morbi, guarda dalla folgore, difende dai ladri, partecipa alle armi vittoriosa efficacia, lega i demonii, assecura contro i perigli del mare, e in mille e mille altri modi protegge, ajuta, salva chi ne  in possesso, e ci per una sua propria connaturata virt, la quale pu esercitarsi anche se il possessore sia in tutto fuori della grazia di Dio. Cos ne' vecchi poemi epici francesi si veggono i maledetti Saracini porre ogni opera a procacciarsi le reliquie tenute pi care dai cristiani, e, avutele, giovarsene contro di questi, in onta a Cristo. Informe e sconcia superstizione, a pi potere favorita e rinforzata dai frati, che si fecero mercanti di vere o false reliquie, moltiplicarono le pi celebrate, le pi stravaganti inventarono, e spesso con l'ajuto loro procacciarono ai proprii conventi assai pi riputazione di quello avrebbero potuto fare dando esempio altrui di vita santa e veramente cristiana(378). Invecchiato, il Boccaccio cedette ancor egli alla universal frenesia, e si diede a raccoglier reliquie: da giovane egli certamente, derise la superstiziosa credenza, e la sua novella lo prova.
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Frate Cipolla, ignorantissimo, ma facile parlatore, e piacevol compare, andava ogni anno in Valdelsa, come usano questi frati, a ricogliere le limosine fatte loro dagli sciocchi. A promuovere la carit, un po' infingarda, di que' buoni terrazzani, egli, una volta, promette di far vedere loro una stupenda reliquia, da lui riportata d'Oriente, una penna dell'angelo Gabriele, rimasta nella camera di Maria, quando l'angelo venne a farle l'annunzio divino. Questa  satira mordace, che va pi direttamente a colpire certe reliquie non meno solenni che strane, le quali si veneravano qua e l nelle maggiori chiese di Europa, come il latte della Vergine, o la lacrima versata da Ges sopra il corpo di San Lazzaro, o un pezzo della carne arrostita di San Lorenzo, o proprio penne dell'arcangelo Gabriele e dell'arcangelo Michele. E non  se non il principio; perch, trovati, per la beffa ordinata da due giovani sollazzevoli, carboni spenti nella cassetta ove aveva riposta la penna dell'angelo, la quale non era se non una penna di pappagallo, il frate, senza smarrirsi, entra in uno spropositatissimo racconto dei viaggi da lui fatti per mezzo mondo, e ricorda le reliquie da lui vedute in Gerusalemme, le quali erano: il dito dello Spirito Santo, cos intero e saldo come fu mai; et il ciuffetto del Serafino che apparve a San Francesco; et una dell'unghie de' Cherubini; e de' vestimenti della Santa F cattolica; et alquanti de' raggi della Stella che apparve a' tre Magi in Oriente; et una ampolla del sudore di San Michele, quando combatt col diavolo; e la mascella della morte di San Lazzaro et altre. Poi ricorda come nella stessa citt di Gerusalemme avesse in dono da quel santo patriarca uno de' denti della Santa Croce, et in una ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone, e la penna dello Agnolo Gabriello, e altro ancora. In Firenze ebbe poi di quei carboni onde fu arrostito San Lorenzo, e son quegli appunto ch'egli ha nella cassetta.
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Che in parecchie novelle del Decamerone, come nella 2a della giornata II, nella 1a della giornata VII, si parla con molta irriverenza di certe orazioni e della loro efficacia, basta qui ricordar di passaggio;  tale irriverenza e, non gi in ci che di esse dicono i personaggi introdotti nella novella, ma nella intenzione che l'autor lascia scorgere, nel riso con cui egli manifestamente accompagna, e vuole sieno accolte dai lettori, le parole dei superstiziosi e dei creduli. Togliere argomento di riso e di beffa dalle sciocche credenze del volgo  solo proprio di chi non partecipa a quelle credenze. Parlando di frate Puccio nella novella 4a della giornata III, il Boccaccio dice "E per ci che uomo idiota era e di grossa pasta, diceva suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle messe, n mai falliva che alle laude che cantavano i secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi, e bucinavasi che egli era degli scopatori". Qui non le orazioni soltanto, ma tutte quasi le pratiche di devozione son giudicate cose da uomini idioti e di grossa pasta, non altrimenti da quanto fecero poi pi tardi, nel Cinquecento, molti umanisti. Una stolta penitenza, ma non pi stolta di molte inventate dal superstizioso ascetismo, d occasione a quanto poi nella novella si viene narrando, e s'intreccia nel modo pi comico, ma pi profano ancora, coi fatti tutt'altro che ascetici ond'essa  pel rimanente intessuta.
Che una mente quale si  quella che il Boccaccio addimostra in queste novelle non dovesse essere troppo inclina a credere ai miracoli s'intende facilmente; e sta il fatto che in tutto il libro non se ne trova uno solo che sia narrato da senno, ma sempre sono burle e ciurmerie, e non se ne cava se non argomento di riso. Nella novella 1a della giornata II abbiamo un facchino tedesco, alla cui morte in Treviso, sonarono, secondo che i Trivigiani affermano, tutte le campane della chiesa maggiore, senza che nessun le toccasse. "Il che in luogo di miracolo avendo, questo Arrigo esser santo dicevano tutti; e concorso tutto il popolo della citt alla casa nella quale il suo corpo giaceva, quello a guisa d'un corpo santo, nella chiesa maggiore ne portarono, menando quivi zoppi, et attratti, e ciechi, et altri di qualunque infermit o difetto impediti, quasi tutti dovessero dal toccamento di questo corpo divenir sani". Un Martellino, buffone, si finge attratto e mostra di guarire sul corpo del santo. Scoperto l'inganno, il popolo fanatico gli  addosso, e lo concia pel d delle feste. Dato in mano al giudice, il malcapitato corre pericolo della forca, finch il signore della citt, udita la cosa, e fattene grandissima risa, ne lo manda sano e salvo, col dono di una roba per giunta. E il buon Sant'Arrigo si riman con le beffe. Un altro bel miracolo si ha nella novella 2a della giornata IV, dove frate Alberto si trasforma nell'angelo Gabriele, con quel che segue. Come lo sciocco Ferondo si muoja, vada in purgatorio, e risusciti per le preghiere del santo abate, si pu vedere nella novella 8a della giornata IV, dove non solamente, a parer mio, si deridono le risurrezioni, ma ancora quei fantastici viaggi nel mondo di l, che con tanta frequenza occorrono nella letteratura leggendaria del medio evo. Ferondo, domandato di molte cose, "a tutti rispondeva e diceva loro novelle dell'anime de' parenti loro, e faceva da s medesimo le pi belle favole del mondo de' fatti del purgatoro, et in pien popolo raccont la revelazione statagli fatta per la bocca del Ragnolo Braghiello"(379).
Dalla considerazione delle cose che precedono mi pare si possa ricavare il seguente giudizio. Il Boccaccio, quando componeva il Decamerone, non sar stato un miscredente, ma certo non era un credenzone. Nulla prova che egli negasse i dogmi fondamentali della fede cristiana; ma tutto mostra che, di fronte a certe pratiche religiose, di fronte al miracolo e alle credenze volgari, egli assumeva un contegno risolutamente scettico e beffardo. Il Boccaccio non era accessibile allora a nessuna forma di superstizione religiosa, e sotto questo aspetto, sarebbe grande ingiustizia, non solo il dire che egli si manteneva tuttavia, come il Krting dice, al basso livello del medio evo, ma il non riconoscere che sopra quel livello si levava di molto.
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Oltre le superstizioni di carattere pi particolarmente religioso, molte ve ne sono, le quali con la credenza religiosa o non han che vedere, hanno solamente una qualche attinenza lontana. E anche per queste si possono trovare nel Decamerone i documenti del pensiero del Boccaccio.
Anzi tutto si vuole avvertire novamente che certe opinioni, sebbene contrarie a verit, non vogliono reputarsi superstiziose, fondandosi esse sopra semplici errori di fatto. Nella novella 7a della giornata IV si narra come Pasquino e la Simona morissero dopo essersi fregata ai denti una foglia di salvia, e come dell'esser divenuta velenosa la salvia fosse cagione una botta, o specie di rospo, che trovandosi nel cesto della pianta l'aveva col fiato attossicata. Che il rospo fosse velenoso fu credenza comune nel medio evo, derivata dagli antichi. Alessandro Neckam, nel suo libro De naturis rerum, Corrado di Megenberg, nel suo Buch der Natur, ed altri, dicono che il rospo mangia volentieri la salvia, e comunica spesso il suo veleno alle radici di essa. Checchessia di ci, al rospo, oltre a parecchie qualit naturali abbastanza strane, non poche se ne attribuivano soprannaturali e diaboliche. Cesario di Heisterbach racconta la meravigliosa storia di un rospo, che ucciso pi volte, bruciato e ridotto in cenere, perseguit senza requie il suo uccisore, finch pot morderlo e vendicarsi(380). Nelle pratiche di magia il rospo figura continuamente. Il Boccaccio nella sua novella non accenna se non ad una propriet naturale.
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Che il Boccaccio credesse nei sogni fu gi avvertito di sopra, ed  provato ancora dalle novelle 5a e 6a della giornata IV, e 7a della giornata IX. Di questa credenza, la quale non appartiene ad ogni modo alla superstizione pi grossolana, non voglio scusarlo; ma  da notare per altro che egli non la sguita senza recarvi qualche restrizione. Cominciando a narrare la novella dell'Andreuola e di Gabriotto, Pamfilo, che esprime qui evidentemente la opinione dell'autore, dice: "... molti a ciascun sogno tanta fede prestano, quanta presterieno a quelle cose che vegghiando vedessero; e per li lor sogni stessi s'attristano e s'allegrano, secondo che per quegli o temono o sperano. Et in contrario son di quelli che niuno ne credono, se non poi che nel premostrato pericolo caduti si veggono. De' quali n l'uno n l'altro commendo, per ci che n sempre son veri, n ogni volta falsi".
Tra le molte credenze superstiziose del medio evo una delle pi diffuse e delle pi irrazionali fu quella che attribuiva alle pietre preziose svariate virt soprannaturali. Basta leggere il Liber lapidum che va sotto il nome di Marbodo, vescovo di Rennes (morto nel 1123) e gl'innumerevoli Lapidarii che ne derivano, per vedere a quali stranezze quella credenza, ereditata del resto in massima parte dagli antichi, potesse giungere. C'erano pietre che rendevano invulnerabili, pietre che assicuravano la vittoria, pietre che componevano le discordie, pietre che davano la sanit, pietre che fugavano i diavoli, pietre che mettevano in grazia di Dio.
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Gli  certo cosa strana, e tale da poter offrire argomento a pi di una considerazione, il vedere come nella opinione dei superstiziosi le pietre potessero, per virt propria, operare moltissimi di quegli effetti mirabili a cui le reliquie dei santi erano atte solo per una specie di partecipazione di grazia divina. Che il Boccaccio non prestasse fede alcuna a quelle fole, tuttoch confermate dall'autorit di scrittori di molta riputazione, come Isidoro di Siviglia, Alessandro Neckam, Alberto Magno, Vincenzo Bellovacense, ed altri in gran numero, si pu sicuramente argomentare dalla novella 3a della giornata III. Notisi che quelle fole sono riportate per intiero nel Poema dell'Intelligenza, e dal Sacchetti in suo trattatello Delle propriet e virt delle pietre preziose; e nel Novellino si racconta molto seriamente come il Prete Gianni mandasse a donare all'imperatore Federico II tre preziosissime gemme, delle quali l'una aveva questa virt, che rendeva invisibile chi se la recava in pugno. Alle virt delle pietre Marsilio Ficino credeva ancora, e cos pure Gianbattista Porta e Simone Majolo. Nella novella del Decamerone test citata si tratta appunto di una pietra che ha virt di rendere invisibile, l'elitropia, alla quale Marbodo attribuisce, oltre a questa, parecchie altre qualit mirabili, come di dare spirito profetico e buona reputazione, assicurare l'incolumit, ecc. L'eroe della novella del Boccaccio  quel Calandrino, che anche altrove, nel Decamerone, fa cos bella figura, e il cui nome  passato in proverbio. Che certe fanfaluche si mettano appunto in istretta relazione con la insuperabile sciocchezza di lui,  gi buono argomento a giudicare del concetto in cui quelle fanfaluche si hanno dall'autore. Udendo l'astuto Maso, che vuole burlarsi di lui, parlare delle virt delle pietre preziose, Calandrino domanda ove tali pietre si trovino, e Maso risponde "che le pi si trovavano in Berlinzone, terra de' Baschi, in una contrada che si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsiccie, et avevasi un'oca a denajo et un papero giunta, ecc.". Richiesto da Calandrino, se di quelle pietre non si trovino anche l, presso a Firenze, Maso risponde che s; essercene due di grandissima virt, i macigni da Settignano e da Montisci, di cui si fanno le macine da molino, e l'elitropia, che rende l'uomo invisibile. Vago di trovare tal pietra, Calandrino, con gli altri due famosi burloni Bruno e Buffalmacco, ne va in cerca nel letto del torrente Mugnone, e ci fa quell'acquisto che nella novella si pu vedere e che qui non accade ripetere. Non poteva il Boccaccio schermire pi saporitamente la sciocca credenza; n si obbietti che nel Filocopo egli parla di certo anello dotato di virt miracolose, perch ei non ne parla se non per maniera di finzione romanzesca, e senza credervi pi di quello credesse l'Ariosto all'Ippogrifo.
Un'altra superstizione assai diffusa nel medio evo fu quella delle malie amorose, e contro questa direi che il Boccaccio dovesse avere un'avversione particolare. Il Boccaccio conosce troppo bene il cuore umano, e nella cognizione di quella che si potrebbe dire storia naturale dell'amore non v' chi gli vada innanzi. Egli sa come l'affetto nasca spontaneo o provocato, come cresca e si nutra, ov'abbia le radici, a quali vicende soggiaccia, come venga meno e si spenga. Egli ha dell'amore un concetto talmente naturalistico che nessuna credenza superstiziosa vi si potrebbe appiccicare. Miracoli d'amore egli non conosce se non dovuti a giovent, a bellezza, a gentilezza d'animo, a naturale concupiscenza: son queste le vere malie a cui si deve ogni amoroso affetto. A che pro i filtri se la seduzione pu trionfare di ogni animo pi restio? Non v' incantamento che possa aver pi forza d'uno sguardo, di una paroletta, di un riso. Di un'amorosa malia si discorre nella novella 5a della giornata IX; se non che, a farci intendere sin dalla bella prima quale sia la disposizione d'animo dell'autore, ecco anche qui farcisi incontro il buon Calandrino, il nuovo uccello, a cui non  fandonia che non si possa dare ad intendere. Calandrino, pazzamente invaghito di una femmina di mal affare, ricorre per ajuto a Bruno, il quale fa di carta non nata un certo suo breve magico e d a credere all'innamorato che, tocca con esso la donna, questa non potr fare che non lo segua dove pi a lui piacer di condurla. Il povero Calandrino, secondo il solito, paga le pene della sua credulit, uscendo dall'avventura tutto pesto e graffiato. Altre pi gravi e complicate malie s'hanno nella novella 7a della giornata VIII, ma non per altro fine che per servire ad un fiero inganno e ad un'atroce vendetta. Cagione del tutto anche qui una sciocca credulit. La Elena  abbandonata dall'amante suo, e non pu darsene pace; la fante "non trovando modo da levar la sua donna dal dolor preso... entr in uno sciocco pensiero, e ci fu che l'amante della donna sua ad amarla come far solea si dovesse poter riducere per alcuna nigromantica operazione".
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Che cosa, del resto, il Boccaccio sentisse degl'incanti, degli affatturamenti, della tregenda e dell'arti magiche in genere, si scorge chiaro dalle novelle 3a e 9a della giornata VII, 6a e 9a della giornata VIII, 10a della giornata IX. In quest'ultima  assai piacevolmente messa in canzone la credenza che, per arte magica, gli uomini si possano mutare in bruti, e in tutte l'altre i pretesi incantamenti non servono se non a dar materia di beffa e di riso. Nella novella 9a della giornata VIII  nominato il famoso negromante Michele Scotto, di cui  memoria in tante scritture di quella et(381); ma non per altro  nominato che per burlarsi di quel pover uomo di maestro Simone.
Si potrebbe obbiettare che nelle novelle 5a e 9a della giornata X il Boccaccio racconta di prodigi operati per arte magica come di cose veramente accadute. Nella prima narra di un fiorente giardino fatto sorgere di pien gennajo da un negromante, storia narrata anche di Alberto Magno e di molti altri presunti incantantori; nella seconda, ch' la notissima storia di messer Torello e del Saladino, si racconta del buon cavaliere cristiano, come per arte magica, in una notte, fu trasportato sur un letto da Alessandria d'Egitto a Pavia. Ma queste due novelle, tanto provano che il Boccaccio avesse fede nella magia, quanto che l'avesse il Goethe pu provare il Fausto. Qui abbiamo due temi di racconto assai diffusi nel medio evo e che il Boccaccio accoglie nel Decamerone, non perch li creda veri, ma perch li conosce assai vaghi, e tali da poterne con l'arte sua far ottimo uso. Accolti, s'egli vuole che ne segua l'effetto, bisogna non tocchi alla loro menzogna; e in fatto egli si guarda, contro l'usanza sua che per pi esempii abbian potuto vedere in altre novelle qual sia, di dir pure una parola che lo mostri incredulo, o volga in beffa la credenza altrui. Cos facendo egli segue un supremo precetto d'arte, non gi la sua propria opinione, la quale  sin troppo chiarita da tutte le altre testimonianze che siam venuti notando. Il parlare seriamente di una cosa non pu essere indizio di fede, quando c'entrino le ragioni dell'arte e della storia, mentre  prova certa d'incredulit il parlarne con ironia o con riso.
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Questa considerazione vale anche per ci che mi rimane a dire delle apparizioni e dei fantasmi.
Nella novella 3a della giornata V si narra di quella bellissima e formidabile apparizione veduta da un giovine di Ravenna nella pineta di Chiassi, quando s'incontr in una donna ignuda che fuggiva, inseguita da due grandi mastini e da un cavaliere bruno montato sopra un cavallo nero. L'apparizione  qui data per reale, e quella donna e quel cavaliere per vere anime dannate in atto di esercitare esse stesse il castigo loro imposto. Il Boccaccio tolse la storia della apparizione da Elinando, o dal Passavanti, ma l'innest in un racconto tutto naturale ed umano, e, per giunta, la fece servire ad un fine cui certo non avevan pensato coloro che la narrarono primi. Alle mani del Boccaccio l'apparizione diventa una macchina di racconto romanzesco. Nella novella 10a della giornata VII un giovane popolano, stato gran tempo amante di una sua comare, muore, e dopo qualche giorno, apparisce, secondo certo accordo fatto, ad un suo amico, per dargli nuove dell'altro mondo e per dirgli, che cosa? che di l non si tiene conto alcuno dei peccati commessi con le comari, e non se ne paga nessuna pena. Parodia bella e buona di quelle apparizioni d'anime dannate o purganti onde i leggendarii del medio evo son pieni. Che razza di fantasima poi sia la fantasima scongiurata da Gianni Lotteringhi e dalla moglie sua nella novella 1a della giornata VII, e di che maniera sia lo scongiuro, non ho bisogno di ricordare. Nella gi citata novella 3a della giornata III, raccontando Lauretta come l'abate fosse creduto esser l'anima di Ferondo che andasse in giro facendo penitenza, dice che ci porse argomento di molte novelle tra la gente grossa della villa. Il mondo dei fantasmi non era un mondo in cui potesse compiacersi una mente come quella del Boccaccio, aperta solo ai colori e alle forme del mondo reale, una fantasia come la sua, pittrice e scultrice della vita. Il temperamento secondava in lui la coltura, ed entrambi congiunti non gli permettevano di smarrirsi nel regno nebuloso dei sogni.
Dal sin qui detto parmi risulti in modo assai chiaro che il Boccaccio, quanto a superstizione, non solo non s'allenta dietro al medio evo, ma anzi se ne trae fuori tanto quanto  possibile ad un uomo di quel tempo. Io non voglio negare che anche il Petrarca non abbia in questa parte meriti grandissimi, perch in troppi luoghi delle sue opere se ne ha solenne testimonianza; ma non parmi ci sia ragione di mettere il Boccaccio tanto al disotto di lui, n credo giusto trar l'uno sulle pi alte cime del sano ed illuminato pensiero per lasciar l'altro gi nella valle della superstizione. E il Petrarca e il Boccaccio non sono uomini nuovi se non in parte; entrambi sono ancora legati al passato; entrambi si rivolgono e tornano ad esso. Quale dei due n'usc maggiormente? Quale vi retrocesse pi addentro? Non  cosa agevole dirlo. Il Boccaccio detest gli studii prima adorati, rinneg l'opera sua maggiore; ma di lui, ad ogni modo, noi non abbiam libri da mettere a riscontro del Secreto, dei Rimedi dell'una e dell'altra fortuna, del Trattato della vita solitaria, coi quali il Petrarca, non per una od altra opinione particolare, ma per il sentimento stesso della vita e per gli abiti della mente ripiomba nel medio evo a capo fitto. L'ascetismo del Petrarca il Boccaccio non lo conobbe.
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SAN GIULIANO NEL "DECAMERONE" E ALTROVE.
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Tutti conoscono la storia poco edificante narrata nella novella 2a della seconda giornata del Decamerone: Rinaldo d'Asti rubato, capita a Castel Guglielmo, et  albergato da una donna vedova, e, de' suoi danni ristorato, sano e salvo si torna a casa sua. Di che maniera fosse l'albergare della buona vedova l'argomento non dice, ma dice, anzi fa vedere, la novella, dove, per giunta, la buona ventura toccata al mercante astigiano e messa in istretta relazione col cos detto Paternostro di San Giuliano l'Ospitaliere, e con la devozione grandissima che si ebbe, durante tutto il medio evo, a questo santo famoso.
Quell'uomo dabbene che fu monsignor Giovanni Bottari, parlando, in una delle sue Lezioni sopra il Decamerone(382), di questa saporita novella, fitto sempre in quel suo caritatevole pensiero di voler purgare l'autore d'ogni sospetto di miscredenza o d'eresia, dice che in essa, il Boccaccio, da buon cattolico, e non altrimenti, volle biasimare e deridere una tra le tante pratiche superstiziose in uso a' suoi tempi, e una di quelle appunto che pi contrastano col sentimento religioso sincero e legittimo. Ora, che il Boccaccio abbia voluto farsi beffe di una sciocca superstizione, come di molt'altre superstizioni si fa beffe in altre novelle sue,  cosa in tutto fuor d'ogni dubbio; ma che egli abbia fatto ci con gl'intendimenti che monsignor Bottari gli attribuisce,  cosa che non potrebbe provarla nemmanco il Dottor Angelico, se tornasse al mondo.
In fatto, se quelli fossero stati gl'intendimenti suoi, il Boccaccio, per dar loro effetto, non aveva a far altro che troncar la novella nel punto in cui, spogliato d'ogni avere dai malandrini, e abbandonato da essi nel fitto della notte, in mezzo alla neve, il malcapitato di Rinaldo poteva vedere quanto fosse vana la fede da lui riposta in San Giuliano, e quanto fallace la speranza di compiere, merc sua, felicemente il viaggio e ottener buono albergo. Il Boccaccio stesso ci mostra Rinaldo starsene in quel brutto frangente tutto tristo e cruccioso, spesse volte dolendosi a San Giuliano, dicendo questo non essere della fede che aveva in lui. Ma, soggiunge poi subito, San Giuliano avendo a lui riguardo, senza troppo indugio gli apparecchi buon albergo.
E fu buono albergo davvero, perch Rinaldo vi trov, non solo tavola apparecchiata e letto sprimacciato, ma ancora certa donna del marchese Azzo di Ferrara, la quale divenne per quella notte la sua, e della quale ebbe soprammercato, in partirsi, buona quantit di denari. Ora, non erano certamente questi gli argomenti pi acconci a far persuasi della vanit della superstizione gli uomini creduli e grossi, e il Boccaccio stesso pare che ce ne voglia avvertire, quando fa che Rinaldo, levatosi la mattina, ringrazii della venturosa nottata Dio e San Giuliano.
Vorremmo poi fare un altro pensiero e credere che messer Giovanni abbia, di suo capo, allargata a quel modo, oltre ai termini consueti e men disdicevoli, l'azione benefica del santo protettore, tratto a ci da certo suo spirito di empiet, e dal desiderio di farlo conoscere altrui? Certo, non mancano nel Decamerone fatti e parole d'onde agevolmente si potrebbero trarre argomenti in sostegno di una tal congettura; ma qui non si tratta di sapere che cosa il Boccaccio avrebbe potuto volere secondando certe tendenze del suo spirito; si tratta di sapere che cosa egli fece veramente. Facciamo un'altra ipotesi. Se quanto nella nostra novella  men conforme a devozione appartenesse insiem col resto, e al par del resto, alla credenza superstiziosa messa in azione e derisa? Se il Boccaccio non avesse avuto bisogno d'inventar nulla, n aggiungere nulla; se nulla avesse narrato che una fede guasta e travolta non potesse, direi normalmente, ripromettersi dal favore di San Giuliano? Se cos fosse, la novella, non contenendo inframmesse di un carattere personale troppo spiccato, verrebbe ad avere un valore storico anche maggiore e sarebbe tutta satira schietta, senza commistione alcuna di parodia. Ora gli  cos veramente, e che sia, prova gi lo stesso Rinaldo, il quale non si stupisce punto di quanto da ultimo gl'interviene, n d in modo alcuno a conoscere che nel beneficio ricevuto gli paja esserci qualche eccesso, o sconvenevolezza; ma ogni cosa egualmente riferisce alla grazia del santo, il buon albergo, i denari e la donna. Egli nulla riceve che non potesse, in certo qual modo, ragionevolmente e legittimamente aspettarsi.
Il Galvani, prendendo appunto argomento da questa novella del Boccaccio, compose, intorno a San Giuliano, un'apposita dissertazioncella(383); la quale, per altro, non tocca menomamente la questione qui messa innanzi, ed  anche sotto pi altri rispetti assai manchevole. Perci spero che la notizia che segue non sia per tornare n discara n inutile agli studiosi del nostro massimo novellatore.
Volgiamoci dapprima alla letteratura italiana e vediamo se in essa non ci occorra qualche testimonianza e qualche prova del fatto che abbiamo congetturato: la protezione di San Giuliano essersi estesa anche ai facili amori, alle buone venture. Notiamo peraltro, prima di andare innanzi, che di una estension cos fatta non  punto a meravigliarsi. Chi ha qualche pratica dell'agiologia popolare del medio evo, sa che le plebi cristiane attribuirono spesso ai santi qualit ed offici, che con la santit si accordano veramente assai poco, e non mancarono di cercar patroni persino al vizio e alla colpa. I ladri ebbero a protettori San Disma e San Nicola; le donne da partito si raccomandarono a Santa Maddalena, a Sant'Afra, a Santa Brigida. Se i matti furono protetti da San Maturino, non poteva mancare, e non manc, un protettore agli innamorati, e questo fu San Valentino. Ma essendo quello dell'amore un gran regno e con molte faccende, da non potervi attendere un solo, ne fu data partitamente giurisdizione pi o meno onorevole a parecchi santi, e di questi San Giuliano fu uno.
San Giuliano  spesso ricordato in libri nostri di ogni tempo(384); ma non tutti quei ricordi fanno per noi. Quelli, per esempio, che si hanno nel Pataffio(385) e in una novella di Franco Sacchetti(386), provano che il Paternostro di San Giuliano era assai cognito, e da molti, all'occasione, recitato, ma non provano altro. Non cos un luogo di certa novella del Pecorone(387). Quivi si narra di una bellissima donna, vestita da frate, della quale s'innamora, non conoscendola, la figliuola di un oste. Un prete, che viaggia con lei, credendola frate davvero, avvedutosi di quell'amore, dice alla sua compagna: Per certo voi diceste stamane il Pater nostro di San Giuliano, per che noi non potremmo avere migliore albergo, n la pi bella oste, n la pi cortese. Qui, di sbieco se si vuole, c' un accenno ad altro che ad albergo. Ma testimonianze pi sicure e pi esplicite non mancano. Di Livia, supposta innamorata di Parabolano, dice il Rosso, nella Cortegiana dell'Aretino, che ha detto il Pater nostro di San Giuliano a guastarsi di lui(388). Nella stessa commedia, l'Alvigia mezzana, trovandosi a un brutto sbaraglio, si raccomanda al beato Angelo Raffaello, a San Tobia, e pi particolarmente a San Giuliano, dicendo: messer San Giuliano scampa l'avvocata del tuo Pater nostro(389). Ora, avvocata del Pater nostro di San Giuliano, in questo caso non pu voler dir altro che mezzana. Si potrebbero moltiplicare gli esempii, i quali proverebbero pure che il culto di San Giuliano era non meno vivo nel Cinquecento che nel Trecento. San Giuliano era uno dei santi pi popolari e pi spesso invocati, e lo prova il Franco quando fa dire alla sua loquace lucerna: "Veggo i carrettieri et i falconieri diventare in terra da pi di San Vito e di San Giuliano nel paradiso"(390).
Se non che, essendo gli esempii recati di sopra posteriori al Boccaccio, si potrebbe dir che non provano, e si potrebbe riconoscere in essi, anzi che un riflesso della credenza popolare, un semplice riflesso della novella stessa del Decamerone, cognita universalmente e passata in certo modo in proverbio(391). Ma altrettanto non si potr certo dire delle testimonianze che ci offre la letteratura francese.
Se San Giuliano fu popolare in Italia, in Francia fu assai pi, e v'ebbe pi offici, giacch, non soltanto protettore dei viandanti, e procacciatore di buono albergo, ma vi fu anche patrono delle corporazioni dei menestrelli e dei poveri, e invocato da coloro che languivano in ischiavit o in prigionia. Vero  che l'officio suo principale rimenava pur sempre quello di provvedere di buono albergo i suoi devoti. In Parigi c'era una chiesa a lui consacrata, e un poeta, ricordandola insieme con altre molte ch'erano nella citt, dice:

Saint Juliens
Qui herberge les Chrestiens(392).

Ora l'albergare di San Giuliano poteva (non dico che dovesse) essere della maniera appunto che si vede nella novella del Decamerone; e avoir l'ostel Saint Julien voleva dire, non solo avere buona stanza, ma spesso anche avere la buona nottata, come Rinaldo d'Asti. Il Legrand d'Aussy cita da una canzone manoscritta i seguenti versi, con cui un poeta, Giacomo d'Ostun, avendo passato la notte con la sua dama, celebra la goduta felicit:

Saint Julien qui puet bien tant,
Ne fist  nul home mortel
Si doux, si bon, si noble ostel(393).

Nel fableau di Boivin de Provins, alcuni che si credono di accalappiare Boivin, traendolo in casa di una sgualdrina, gli dicono:

Par saint Pierre le bon apotre,
L'ostel aurez saint Julien(394).

Eustachio Deschamps intende l'ostel nel senso che l'intende Giacomo d'Ostun, quando dice:

On quiert l'ostel Saint Julien(395)

e quando, facendo il proprio ritratto, esce, in questa confessione:

Je ne desir fors que Saint Julien
Et son hostel, dont bon fait trouver l'uis;
De saint George pas grant compte ne tien,
De sa guerre n'est mie grant deduis(396).

Questi esempii provano che non fu il Boccaccio ad attribuire a San Giuliano il poco onesto officio; ma come mai la devota superstizione fu essa condotta ad affidarglielo? Non  troppo difficile il dirlo. Si tenga ben presente che San Giuliano, il quale, per far penitenza della involontaria uccisione del padre e della madre, da lui commessa, fond un ospizio, dove per molti anni accolse liberamente i pellegrini,  come il santo titolare della ospitalit(397); si ricordi che la ospitalit nel medio evo fu intesa assai pi largamente di quanto a noi possa parere dicevole, e che era in certo qual modo obbligo di cortesia, nei baronali manieri, offrire all'ospite, oltre alla stanza e alla tavola, anche una compagna di letto per la notte(398), e si avr piena ragione e spiegazione del fatto. Un albergo non si consider interamente buono se non c'era, diciam cos, quel complemento, e San Giuliano che procacciava il buon albergo, procacciava il complemento insiem col resto. S'intende poi come trovatori, troveri, menestrelli, uomini che campavano dell'ospitalit e liberalit altrui, si raccomandassero a San Giuliano per tutto quanto era stato cos posto sotto la sua giurisdizione. E certo a tutti i favori che il santo poteva largire pensava Pietro Vidal quando diceva:

Domna, ben aic l'alberc saint Julian,
quan fui ab vos dins votre ric ostal(399)

e quando il proposito di rimanere in Italia esprimeva in quei versi:

Era m'alberc deus e sans Julias
e la doussa terra de Canaves,
qu'en Proensa no tornarai eu ges
pos sais m'acoilh Lameiras e Milas,
car s'aver posc cela qu'ai tant enquiza,
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .(400)

E a tutti quei favori similmente doveva avere la mente il Monaco di Montaudon, quando, in una sua canzone(401), introduce lo stesso San Giuliano a lamentarsi dinanzi a Dio che la decadenza dei costumi cavallereschi, e il picciol animo dei signori abbiano in tutto screditato il suo nome e quasi tolto il suo culto. Considerata ogni cosa, non si stenta troppo a capire come Guglielmo IX di Poitiers, il pi scapestrato dei trovatori, potesse render grazie a Dio e a San Giuliano della molta perizia ch'egli si vanta di avere nel dolce giuoco di amore:

Dieus en laus e sanh Jolia;
Tant ai apres del juec doussa,
Que sobre totz n'ai bona ma(402).

Del resto San Giuliano non deve troppo dolersi di quell'officio commessogli certo contro sua voglia, giacch officio in tutto simile si trova pure commesso a santi che non avevan poi sulla coscienza ci che egli ci aveva. In un vecchio poemetto tedesco, intitolato Die Treue Magd(403), si racconta di uno studente che aveva in uso di recitare ogni giorno due preghiere, l'una il mattino alla Santissima Trinit, perch non lo facesse capitar male, l'altra la sera a Santa Gertrude (quale delle parecchie registrate nei cataloghi?) per ottenere da lei buon albergo. Si mette in viaggio alla volta di Parigi, e giunta la sera si raccomanda alla santa. Per non fermarci troppo sui particolari, ecco che egli capita in casa di una donna bellissima, il cui marito  assente, e vi trova quelle stesse accoglienze che Rinaldo d'Asti trova in casa dell'amica del marchese Azzo. Sopraggiunge in mal punto il marito; ma allora Santa Gertrude, pi sollecita de' suoi devoti che lo stesso San Giuliano non sia, suggerisce (cos almeno il poeta dice di credere) alla fantesca della donna un buon provvedimento che salva ogni cosa. Lo scolare riconoscente non dimentica di ringraziare la santa, e tutti contenti. Notisi che il giovane s'era mosso alla volta di Parigi con l'intenzione di attendere non meno agli amori che agli studii.
Cos pure non si vede quale ragione potesse indurre il volgo credente in Francia a prendersi una confidenza in tutto simile con San Martino, se non si ammette che, essendo San Martino un santo molto popolare e bonario, il popolo pot credersi licenziato a ricorrere al suo patrocinio anche in casi nei quali l'ajuto dei santi non pare troppo a proposito. Fatto sta che ostel saint Martin signific quel medesimo che ostel saint Julien. Il fableau intitolato Le meunier et les II clers, che corrisponde alla novella 6a della giornata IX del Decamerone, ce ne porge una prova. Il poeta, narrati i casi venturosi ch'ebbero i due giovani albergando la notte in casa del mugnajo, dice:

Il orent l'ostel saint Martin(404).

E in un'alba di Guiraut de Borneil non invoca il vigile amico la protezione di Dio sopra l'amante troppo felice che non cura il sopravvenire del giorno?
Il Manni crede che la storia di Rinaldo d'Asti narrata dal Boccaccio, non sia cosa inventata, ma vera(405). Ci pu ben essere; ma in tal caso, inclinerei a credere che al fatto sostanziale vero il Boccaccio avesse messo egli quel contorno di comica superstizione, traendolo, sia da altre storie a lui note, sia dalla divulgata credenza. Ad ogni modo non intendo che si voglia dire L. Cappelletti, quando afferma che le fonti della novella del Boccaccio sono il Panciatantra, le gesta Romanorum, c. XVIII, e la Legenda aurea, hist. XXII(406). Certo riscontro con una novella del Panciatantra fu notato, e sta bene; ma nei Gesta Romanorum e nella Legenda aurea si narra la storia di San Giuliano, e non si trova indizio di quelle particolarit del culto a esso San Giuliano prestato che appunto sono di capitale importanza nella novella del Boccaccio; e per sapere che San Giuliano l'Ospitaliere era protettor dei viandanti, il Boccaccio non aveva bisogno di ricorrere a quei racconti, ma bastava che ponesse mente al nome di lui, e aprisse le orecchie a' discorsi degli innumerevoli credenti. Per carit, un po' pi adagio in questa faccenda delle fonti.
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IL RIFIUTO DI CELESTINO Quinto.
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Tra le molte novelle che, com' noto, Ser Giovanni Fiorentino trasse, quasi copiando a parola, dalle Cronache di Giovanni Villani(407),  pure la 26a, nella quale si narra come Celestino V rinunziasse il papato. Anche qui il novelliere altro quasi non fa se non trascrivere lo storico, salvo che, venuto quasi al fine della narrazione, v'interpola di suo la notizia seguente(408): "Vero  che molti dicono, che il detto cardinale (Benedetto Gaetani, che poi fu papa col nome di Bonifazio VIII) gli venne una notte segretamente con una tromba a capo al letto e chiamollo tre volte, ove Papa Celestino gli rispose e disse: chi sei tu? Rispose quel dalla tromba: io sono l'Angel da Iddio mandato a te come suo divoto servo; e da parte sua ti dico, che tu abbia pi cara l'anima tua che le pompe di questo mondo, e subito si part". Udita questa ammonizione, e credendo gli venisse veramente da Dio, Celestino, che gi assai di mal animo sosteneva il gravissimo officio, depose il manto e la tiara. Ser Giovanni, che cominci a scrivere il Pecorone l'anno 1378, non invent questa storiella; essa era gi nata da un pezzo, e, come le parole stesse di lui ci provano (molti dicono), era allora largamente diffusa. Poniamoci sulle sue tracce e vediamo fin dove ci possano condurre.
La storiella test riferita si ha generalmente in conto di leggenda(409), e a confermarla tale fu osservato che i contemporanei e i testimoni di veduta non ne fanno cenno(410). Che ne tacessero i fautori e gli amici di Bonifazio s'intende; ma fatto  che nemmeno i suoi nemici ne parlano. Nel famoso libello(411), che da Longhezza i due cardinali Giacomo e Pietro Colonna scagliarono (10 maggio 1297) contro quel pontefice, si dice bens che nella rinunzia di Celestino (13 dicembre 1294) entrarono multae fraudes et doli, conditiones, et intendimenta et machinamenta, ma si rimane cos sulle generali, senza specificar nulla. Jacopone da Todi, che diceva a Bonifazio:

Come la salamandra
Sempre vive nel fuoco,
Cos par che lo scandalo
Te sia sollazzo et joco(412).

non avrebbe taciuta la frode se gli fosse stata nota. I fautori di Filippo il Bello, che tante accuse terribili lanciarono contro il nemico pontefice, e fra l'altre quella d'intendersela col diavolo, non avrebbero mancato d'imputargli anche questo gravissimo sacrilegio della usurpata qualit di messo celeste, se qualche fama ne fosse loro venuta all'orecchio. E Dante n'ebbe egli un qualche sentore? Crediamo di no; o, se l'ebbe, non se ne di per inteso. Tutti sanno quanto siasi disputato intorno all'essere di colui che nel III canto dell'Inferno Dante accusa di vilt per aver fatto il gran rifiuto. Non entreremo in queste disputazioni, che la soluzione del dubbio non importa ora al nostro bisogno. Supposto che Dante intendesse parlare di Celestino, gli  chiaro che la leggenda che entrava per nulla in quel suo giudizio, perch, se egli avesse potuto credere alla gherminella di Benedetto, questa gli avrebbe dato argomento a giudicar Celestino uomo credulo e semplice, vile non gi. Ma che il poeta ignorava la leggenda, o, conoscendola, non le dava credenza, si desume da altri due luoghi di quella medesima Cantica. Nel canto XIX, vv. 55-7, Niccol III, credendo di parlare a Bonifazio, dice:

Se' tu s tosto di quell'aver sazio
Per lo qual non temesti trre a inganno
La bella donna, e poi di farne strazio?

La bella donna, non ostante qualche interpretazione diversa(413),  senza dubbio la Chiesa, e quel trre a inganno pu riferirsi, tanto alle male arti usate per indurre Celestino a rinunziare, quanto a quelle usate poi per succedergli. Ma che in quelle poche parole non si contenga nessuna allusione alla frode della leggenda, provano i vv. 104-5 del c. XXVII, dove lo stesso Bonifazio dice:

Per son due le chiavi
Che il mio antecessor non ebbe care.

Dante credeva dunque che Celestino avesse rinunziato alla dignit papale per insufficienza d'animo, per non sentirsi atto all'officio, e non, oltre che per queste ragioni, anche per obbedienza a un presunto comandamento divino.
Ma il non farsi dai citati sin qui ricordo alcuno della leggenda non prova che la leggenda non fosse gi nata; ed anzi noi abbiamo i documenti in mano che ce la mostrano nata quasi ad un tempo coi fatti che le diedero origine. Il Tosti cita, come il pi antico autore che la riferisca, il cronista Ferreto Vicentino, che scrisse circa trentadue anni dopo la rinunzia di Celestino; ma essa si trova gi narrata in una cronica fiorentina, detta di Brunetto Latini, e pubblicata anni sono dall'Hartwig(414). L'autore di essa, ignoto del resto, era gi adulto nel 1292(415), e non condusse la sua narrazione oltre il 1303. Egli racconta la leggenda nei termini seguenti(416): "Questi (Celestino) essendo homo religioso e di santa vita elli fue ingannato sottilmente da papa Bonifazio per questa maniera, ch'ello(417) detto papa per suo trattato e per molta moneta, che spese al patrizio nuch (sic) vedevasi la notte nella camera del papa ed aveva una tromba lunga e parlava nella tromba sopra il letto dello papa e dicea: Io sono l'angelo, chetti sono mandato a parlare e comandoti dalla parte di Dio glorioso, che tu immantenente debbi rinunziare al papatico e ritorna ad essere romito. E cos fece tre notti continue, tanto chelli crette alla boce dinganto (sic)(418), e rinunci al papatico del mese di dicembre, e con animo deliberato colli suoi frati cardinali dispose se medesimo ed elesse papa un cardinale d'Anangna, chaveva nome Messer Benedetto Gatani, e suo nome papale Bonifazio ottavo". Qui la leggenda  bella e formata, e non si d come leggenda, ma come storia certa: solo  da notare che l'autore attribuisce bens a Bonifazio l'idea della frode, ma non la materiale esecuzione di essa, mentre i pi di coloro che la narreranno poi ne faranno Bonifazio inventore ed esecutore ad un tempo.
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Abbiam parlato sin qui di leggenda; ma non  poi assolutamente provato che la leggenda sia e non istoria. Un uomo di pochi scrupoli come Bonifazio VIII, poteva bene, trovarsi a fronte un uomo semplice e dappoco, quale era appunto Celestino, ricorrere, per conseguire il suo intento, a una gherminella indecorosa s, ma certo non inefficace. Se non che ci poco importa al caso nostro. Ammesso che sia leggenda, s'intende come la nota scaltrezza di Bonifazio e la non men nota semplicit di Celestino dovessero farla nascere, e dovessero farla nascere in tempo assai prossimo agli avvenimenti che le davano appiglio, quando di questi avvenimenti appunto si cercava di dar ragione, e quando le passioni suscitate da essi erano calde ancora. Forse il Marino accenna alla vera origine della leggenda in un luogo della sua vita di Celestino V(419), notando come, dopo la rinunzia, si spargesse per Roma la fama, e Pietro Grasso, notajo regio, attestasse, avere Cristo parlato a Celestino, dicendo: Quid prodest homini si universum mundum lucretur, animae vero suae detrimentum patiatur? Non ci voleva un grande sforzo di fantasia per porre al luogo di Cristo il cardinale Benedetto. Che poi la leggenda, per alcun tempo, dopo esser nata, potesse rimanervi chiusa entro una cerchia piuttosto stretta, in guisa da non venire a cognizione di chi avrebbe potuto giovarsene contro il pontefice, non far meraviglia a nessuno.
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La leggenda, di cui un cronista ci offre la testimonianza pi antica, riappare poi in altri cronisti del secolo 14esimo; e s'intende come con l'andar del tempo, allargandosi anche fuori d'Italia, si venisse in varii modi alterando. Il gi citato Ferreto non d la cosa per sicura, come fa il cronista fiorentino, ma dice: ferunt, e operatore del dolo fa lo stesso Bonifazio(420). Giovanni Vittoriense non dubita, pare, della frode, ma lascia dubbio se si dovesse o no a Bonifazio(421). Alberto Argentinense riferisce la cosa, senza affermar nulla(422). Ma nella seconda met del XVI secolo Gilberto Genebrardo l'afferma risolutamente(423).
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Se non che le notizie pi curiose della leggenda ci sono offerte, non dai cronisti, ma dai commentatori di Dante, alcuno dei quali  forse anteriore a Ferreto. Cominciamo da uno dei pi antichi, dall'anonimo autore delle Chiose alla prima Cantica pubblicate dal Selmi. In quella parte di esse che si riferisce al noto luogo del c. III noi troviamo, non senza meraviglia, la leggenda in una forma assai svolta, e con isfoggio di particolari fantastici che non si riscontrano altrove; il che accennerebbe gi di per s ad una lunga elaborazione. Il racconto merita d'essere qui riportato per intero(424). "Questi che per vilt fece il gran rifiuto fu papa Cilestrino, il quale essendo Romito Murato, perci che di poco bene era sazio, e avea le genti d'intorno crediano che fosse santo uomo, e' cardinali credendolo che fosse sufficiente persona, si lo chiamaro papa, e fu confermato papa. Bonifazio che si fu accorto della miseria e della cattivit sua, fece fare ali e volti e mani a una scritta con cose che lucono di notte e non di d; e poi, a sua posta, celato di notte tempo i lumi, spenti in prima tutti i lumi, entr ne la camera sua, lui dormendo, e chiam con un organo: Cilestrino, Cilestrino, tre volte. Questi si svegli dicendo: Domine, chi mi chiama?... E' rispose: messo di Dio. Cilestrino il mir, e vide solo le mani e l'ali e 'l volto lucenti. Maravigliossi molto, e disse: che comandi? E que' rispose: a Dio spiace molto la tua vita, e hai lasciata la via del paradiso e vuoli ire a l'inferno. Leggi questa carta del comandamento. E la scritta dicea: i' ti comando, che domattina, fatto il d, tu prenda il manto e 'l pasturale, e 'l primo cardinale che tu truovi fa sedere in su la sedia di San Pietro, e vestilo d'ogni cosa come l'hai tu, e poi rifiuta, e partiti in maniera che non sii veduto esser partito. Letta la scrittura che d'oro paria, credette per certo che Agnolo di Dio fosse. Disse che si farebbe. Papa Bonifazio ravolse le cose e spar, e la mattina si lev s tosto che fu d. Prima Cilestrino lo vide, aempi il comandamento, e poselo in sulla sedia, e Cardinali furono d'intorno, e da' pi fu confermato a cui parve ragione, e tali per amore, e tali per promesse, e altri per paura, s che papa rimase".
Nel commento di anonimo pubblicato da Lord Vernon e nelle chiose attribuite a Jacopo Alighieri la leggenda non  ricordata; ma questa poi riappare, tuttoch in forma pi semplice e compendiosa, in parecchi dei commentatori posteriori. Secondo Jacopo della Lana furono i cardinali, e non il solo Benedetto, a ordir l'inganno(425). L'Ottimo parla di certi artificj, ma non dice quali fossero: Pietro Alighieri non fa cenno nemmeno di artifizii. Giovanni Boccacci riferisce una versione secondo la quale a far l'inganno Bonifazio si sarebbe accordato con alcuni suoi servitori(426). Il falso Boccaccio (Chiose sopra Dante, pubblicate da Lord Vernon) parla di ragioni e di argomenti usati da Bonifazio, non d'altro; e Benvenuto da Imola crede che il reo del gran rifiuto sia Esa, non Celestino. Francesco da Buti dice che Bonifazio us e della persuasione e della frode(427). L'Anonimo Fiorentino, pubblicato dal Fanfani, attinge per la narrazione dal Villani; poi, al capitolo 19, narra l'inganno, introducendo un fanciullo a far la parte dell'angelo; ma pare stimi il tutto una favola(428). Guiniforto delli Bargigi tace della leggenda, e ne tacciono ancora il Landino, il Vellutello, il Daniello. E tra coloro che ne tacciono sia qui ancora ricordato il Petrarca che, come altri, solo ad umilt attribuisce la rinunzia di Celestino(429).
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La variet delle versioni che abbiam vedute sin qui, e il richiamarsi, che i narratori spesso fanno, alla voce pubblica, provano, ci sembra, la diffusione della leggenda. Non ci recher dunque meraviglia di ritrovar questa in un racconto islandese contenuto in un codice del sec. XV, e fatto, non ha molto, di pubblica ragione(430). S'intende come la leggenda non abbia potuto compiere un cos lungo viaggio senza molto alternarsi; ma ecco la sostanza del non breve racconto. Celestino aveva accettato assai malvolentieri la dignit papale; Bonifazio, per contro, uomo di facili costumi, e padre di dodici figliuoli, ad essa aspirava. Nella camera del papa erano due letti, uno per lui, l'altro per la sua sposa la Chiesa. Bonifazio scrisse con lettere d'oro una epistola, e dicendo di averla trovata nel letto della Chiesa, la consegn a Celestino. Questi, apertala, vi trov una comunicazione della Chiesa celeste alla terrena, nella qual comunicazione si diceva che, non piacendogli l'ufficio, il papa poteva liberamente rinunziarlo; e il papa rinunzi, e Bonifazio ne prese il luogo. Bisogna confessare che, migrando tanto lontano dal suo luogo di origine, la leggenda si fece molto pi sciocca, e il povero Celestino tramut a dirittura di semplice in istolido. Ci che si dice della epistola scritta con lettere d'oro ricorda la epistola luminosa di cui parla l'autore delle Chiose anonime.
In questo campo ci sar senza dubbio da spigolare dell'altro, e altri il faccia, se lo stima opportuno. Prima di lasciar l'argomento una sola cosa vorremmo avvertire ancora, e cio, che la leggenda di cui abbiam parlato, specie nella forma che assume nelle Chiose pubblicate dal Selmi, entra nel copioso gruppo di quei racconti, diffusi cos in Oriente come in Occidente, nei quali un mortale prende l'aspetto e gli attributi di alcun essere soprannaturale, per cos ingannare altrui e ottenere i suoi fini(431).
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FINE Parte 3.